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13 Settembre 2011 09:00 | Residenz, Allerheiligen-Hofkirche

Violenza diffusa: la nuova frontiera della pace di Jaime Aguilar



Jaime Aguilar


Comunità di Sant’Egidio, El Salvador

Parlare di violenza diffusa diviene un imperativo per molte democrazie che soffrono le conseguenze di tempi difficili determinati dalla guerra, come quella salvadoregna, paese dal quale provengo. Il Salvador è il paese più piccolo dell’America Centrale, ma registra un alto tasso di violenza e una sua diffusione rapida e crudele. 

Statistiche della violenza

Il Salvador, secondo alcuni dati recenti, registra uno dei tassi più alti di violenza dell’America Latina. Il 2010 si è chiuso con un tasso di 64,7 omicidi su 100.000 abitanti, con un totale di 4005 morti violente. Questa situazione sta condizionando la crescita economica e sociale del paese, perché la lotta alla criminalità drena importanti risorse dello Stato, al punto che il bilancio delle istituzioni preposte alla prevenzione e alla lotta contro il crimine nel 2010 ha superato il bilancio del sistema della Sanità Pubblica. Anche a livello di imprese private, c’è un investimento enorme nella sicurezza che porta all’aumento del costo dei prodotti.

Violenza Storica

L’atteggiamento violento della società si protrae da varie generazioni sebbene nell’ultimo decennio si sia esteso in maniera preoccupante. Nei decenni che vanno dal 1950 al 1980, prima cioè che scoppiasse il conflitto armato, si registravano tassi molto superiori alla media mondiale.

Lo stesso esercizio del potere nella nostra società si è progressivamente configurato attraverso schemi e pratiche violente. Questa è stata una perversa costante storica del paese: il concetto di potere, come tale illimitato, ha utilizzato la forza come strumento di governo. La violenza strutturale dell’autorità statale è stata l’incubatrice della guerriglia che, animata da ideologie rivoluzionarie, ha optato per l’uso delle armi: contro la porta murata, l’esplosivo demolitore. Così siamo arrivati al 1980, alla guerra, che è espressione massima della violenza, nella quale tutto si riduce all’eliminazione dell’altro, come “nemico interno”, ossia incarnazione del male all’interno della famiglia salvadoregna. Alla fine della guerra è apparso evidente che l’opzione militare aveva fallito il suo obbiettivo e, negli anni postbellici, non sono state sanate le ferite in profondità e non è stata suscitata una nuova cultura di pace.

Oggi la violenza si è allargata, con nuove espressioni. La mancanza di sicurezza ha generato nei salvadoregni l’impressione che la violenza sia qualcosa di normale nel paese.

Il fenomeno delle Gang (Bande giovanili n.d.t.)

Un fenomeno attuale, molto presente nel mio paese, è la violenza delle Maras, bande spesso formate da adolescenti poco più che bambini, che “arruolano” e iniziano alla violenza gli adolescenti poveri. Si stima che in tutta l’America Centrale almeno 100.000 persone appartengano a questi gruppi, che sempre più hanno le caratteristiche di organizzazioni transnazionali di tipo mafioso.

Le maras impongono la loro autorità su interi quartieri della periferia urbana, con l’estorsione verso i piccoli negozi. Inoltre, negli ultimi mesi registriamo un fenomeno molto preoccupante: entrano nelle scuole intimorendo i professori e costringono gli alunni a unirsi alla mara. Molti, che hanno rifiutato questa proposta, sono stati assassinati; 100 solo nella prima metà del 2011. Alcuni episodi hanno mostrato l’aumento del livello di crudeltà, come l’incendio di un autobus con la morte di tutti i passeggeri per vendetta nei confronti della ditta che rifiutava di pagare l’estorsione.

Leggi anti-gang

Fino ad oggi, la risposta delle istituzioni al fenomeno si è limitata quasi esclusivamente all’azione repressiva, attraverso i Programmi di cui abbiamo parlato in altre occasioni: Mano dura, Super mano dura, programmi che non sono riusciti ad estirpare le bande dal paese, anche se è stato riformato il codice penale che ora prevede la detenzione anche per i minori. La dura repressione, anche quando era necessaria, non è stata accompagnata da un’azione adeguata a livello sociale. Un effetto collaterale molto negativo è anche la stigmatizzazione dei giovani in base al loro modo di vestire, all’apparenza fisica, ai tatuaggi, che isola ancora di più i quartieri popolari criminalizzandoli. L’emarginazione li espone al dominio della Mara. 

La testimonianza di William Quijano

Non posso non parlare della testimonianza del nostro caro William Quijano, di 21 anni, assassinato quasi due anni fa dalle maras a causa del suo impegno per la non violenza, vero esempio della scelta di vita per il Vangelo della Pace.

William lavorava nel suo stesso distretto, Apopa. Amava la vita, e in un modo amichevole attraeva molti giovani e bambini alla “Scuola della Pace”, sottraendo molti futuri leader alla mara. Ha educato molti bambini e quando ad Apopa le maras hanno conquistato maggior terreno, William non ha rinunciato a insegnare la pace. La sua azione spezzava la catena della violenza. Penso che questo, più di ogni altra cosa, abbia dato fastidio a quelli che desideravano che tutto proseguisse nello stesso modo e che i giovani facessero il male o chinassero la testa. La sua vita è una testimonianza del fatto che si può fare del bene, vivere in maniera pacifica e solidale anche in mezzo alla violenza cieca, alla morte e alla mancanza di pietà. William ha vissuto l’amore per la pace fino al sangue. William rappresta un nuovo modello di cristiano, al di là di una vita fatta solo di devozione. La conoscenza di Gesù ha modellato la sua vita e gli ha fatto vivere atteggiamenti concreti di amore verso gli altri.

La Comunità di Sant’Egidio, Educazione alla pace

La Comunità di Sant’Egidio alla quale appartengo dal 1986, svolge un compito molto importante poichè propone modelli positivi a tanti giovani, vero antidoto alla violenza che si diffonde nel nostro paese.

Dal suo inizio, in piena guerra civile, ha scelto di lavorare con fedeltà in alcune zone marginali di San Salvador. Dopo 25 anni possiamo constatare con gioia che questa esperienza ha dato frutti importanti, come l’assenza delle maras nei quartieri del Bambular e di San José.

Due punti chiave della nostra azione sono: essere presenti nei quartieri e un’amicizia fedele.

Sant’Egidio sono i giovani universitari che decidono di frequentare i quartieri marginali per impegnarsi nella scuola della pace, per infrangere la barriera che divide la società e superare l’indifferenza che è una forma di violenza; sono giovani di un quartiere popolare che decidono di studiare e rompere quell’isolamento che rappresenta un destino di esclusione. In questo modo, non si tratta solo di dare aiuto, ma di essere un’unica famiglia che realizza un’uguaglianza vera ed esprime un destino comune.

La fedeltà ci ha resi partecipi del cambiamento della vita di molti piccoli, perché la presenza costante al loro fianco dà loro sicurezza e li incoraggia a cercare un destino migliore. Tutto ciò crea uno spazio di pacificazione in ambienti di violenza e dolore.

La Comunità di Sant’Egidio oggi è presente in molti quartieri difficili del mio paese, con circa 100 universitari coinvolti. A volte partecipano alla Scuola della Pace i figli di membri delle maras. Neanche un membro della mara desidera una vita breve e dolorosa per i propri figli e quindi vede di buon occhio la presenza della Comunità.

In questo tempo essere giovane nel mio paese è un rischio: i giovani sono allo stesso tempo le prime vittime e i principali attori della crescita della violenza.

Per molti giovani centroamericani, il futuro non è più un tempo di promesse ma è divenuto una minaccia, che suscita incertezza, preoccupazione e paura.

La Comunità è una grande opportunità per poter fare il bene; aiutare gli altri può trasformare la vita e il volto di tanti giovani perché scoprono il valore della propria vita. Si sentono presi sul serio per compiti di solidarietà. Si sviluppa così un grande potenziale di sensibilità, generosità e capacità di intraprendere trasformazioni sociali. Sono portatori di una forza di bene in mezzo alla società e pacificatori dentro i propri quartieri, causando una vera rivoluzione innovatrice. Perché “nessuno è così povero da non poter aiutare un altro povero”, come ci insegna bene Andrea Riccardi. E’ una proposta percorribile e concreta per migliaia di giovani nel mio paese e in tutta l’America Latina.

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