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10 Settembre 2012 09:30 | Bosniak Institute of Sarajevo (Bošnjački institut u Sarajevu)

L’Europa: dalla crisi alla rinascita



Michel Camdessus


Governatore onorario della Banca di Francia

L’Europa è in crisi da cinque anni. Oggi, questa crisi rimane irrisolta e le sue conseguenze si fanno sentire sempre di più, soprattutto sui soggetti più vulnerabili della nostra società. Ma vi è dell’altro (e forse ancora più grave): la crisi europea è oggi un fattore di rallentamento a livello mondiale, che ha pesanti conseguenze per i paesi poveri e porta al rischio della moltiplicazione di misure protezionistiche delle quali conosciamo l’effetto domino. È necessario quindi uscirne urgentemente e, per questo, riconoscere le sue vere cause per poter comprendere i cambiamenti Di cui una rinascita ha bisogno.

I -    UNA CRISI SOPRATTUTTO ETICA
    Tre fattori convergono per spiegare la crisi attuale:
-    Un grave rallentamento congiunturale, certamente,
-    Il collasso di un modello di crescita basato su alcuni valori,
-    Una spirale di sfiducia senza precedenti.
1)    Un grave rallentamento congiunturale
    Non vi è tempo a sufficienza per un’analisi di ciò che costituisce la gravità obiettiva della situazione congiunturale, ma possiamo considerare almeno due fattori:
-    La minaccia costante di una crisi di liquidità (le banche non si fidano dei propri partner finanziari abituali) – a causa dell’incapacità di potersi finanziare, sarebbero minacciate nella loro capacità di concedere prestiti, soprattutto alle PMI, cosa che potrebbe paralizzare le economie già in difficoltà.
-    Il fatto che ci sia un urgente bisogno di disciplina di bilancio e di ridurre i deficit protratti per troppo tempo, mentre altri paesi importanti si trovano davanti a difficoltà simili (Stati Uniti, Gran Bretagna, Europa del sud, ecc.) – la possibile coincidenza delle misure correttive fa nascere la lamentela dell’inizio di una spirale recessiva… da cui la necessità di agire con fermezza, certamente, ma anche con grande prudenza nella scelta del momento in cui le nuove misure verranno introdotte per evitare effetti cumulativi su scala internazionale. La prudenza dei decisori dovrà, quindi, essere eccezionale.
2)    Essenzialmente, il collasso di un modello di sviluppo basato su alcuni valori
Viviamo anche, oltre alla crisi congiunturale, una crisi più profonda, ossia quella di un modello economico collassato perché l’Europa ha dimenticato i valori sui quali è stata costruita. I due pilastri fondamentali alla base dell’Europa, infatti, vacillano fortemente: l’economia sociale di mercato e un’economia viva e partecipativa. Per questo, la crisi europea è una crisi essenzialmente etica.
    Gli stati membri, le istituzioni europee e la società civile hanno lasciato che un’economia utilitarista di tipo neoliberale basata sul «guadagnare di più, indebitarsi sempre di più per consumare di più » sostituisse un’economia sociale di mercato e i suoi valori di buona gestione, libertà, solidarietà, giustizia, apertura internazionale, ecc. Questa sostituzione ha causato piano piano dei danni. Il « guadagnare di più, indebitarsi sempre di più, consumare ecc.» è diventata la causa, certamente non unica, ma quella dominante. L’uomo europeo si è trovato sminuito e degradato alla sua sola funzione economica. Abbiamo assistito a una gara permanente tra la spinta dei desideri esasperati dalla pubblicità e le capacità collettive di soddisfarli, dai quali nascono stress, frustrazione e indebolimento della coesione sociale.  L’idolatria del denaro ha prevalso. La cupidigia è diventato poco a poco politicamente corretta; si è insediata ovunque nel cuore della cultura collettiva. È così che si è costituito un terreno fertile per gli abusi nel campo della sfera finanziaria fino al suo quasi-collasso attuale. Questo nuovo modello ha creato il vuoto etico nel quale l’economia europea si è fatta scivolare, mettendo così in pericolo una parte di ciò che costituisce la nostra civiltà.
    L’assopimento dello spirito democratico, dimostrato dalla debolissima partecipazione alle elezioni europee, ha avuto parallelamente anche degli effetti deleteri gravi. L’Europa ha voluto fondarsi su una partecipazione democratica esemplare. Tuttavia, abbiamo dimenticato quell’esigenza e, nell’impossibilità di costituire un’Europa dei cittadini, capace di sostenere un progetto economico, sociale e politico esigente e di grande portata, facciamo pesare sulle istituzioni delle decisioni che i tecnici, pur competenti e di buona volontà, non possono assumersi da soli. 
    Riteniamo quindi che questi due elementi della crisi debbano essere affrontati all’unisono. Trattare uno con la reinvenzione di un’economia sociale di mercato, senza trattare l’altro con un coinvolgimento cittadino di una democrazia europea, porterebbe a una ricaduta. Bisogna quindi trattarli insieme. Questo implica dei cambiamenti più importanti, ma che sono alla nostra portata, a condizione che tutti – tranne ovviamente coloro che sono al limite dell’emarginazione – partecipino a un grande sforzo collettivo.
    Dobbiamo, infatti, affrontare allo stesso tempo più sfide straordinarie:
-    L’occupazione giovanile: il tasso di disoccupazione dei giovani è inaccettabile; bisogna affrontare questo problema immediatamente ma bisogna anche trovare le risorse necessarie per una politica di formazione di largo respiro per stabilire le basi di un’economia dell’innovazione;
-    I costi della difesa dell’ambiente e dell’adattamento al cambiamento climatico;
-    L’emarginazione tra di noi e la povertà in diverse parti del mondo…
-    Il tutto, guardandoci ormai dalla dipendenza dal debito.
    Di fronte a tali sfide, le società europee, super indebitate e sempre più vecchie, si sentono sopraffatte dal dubbio. Vedono scomparire il dinamismo artificiale di un consumo ad oltranza permesso dall’indebitamento e non distinguono le vie di una crescita più austera ma più giusta. Questo dubbio alimenta il terzo fattore: la spirale della sfiducia.
3)    La spirale della sfiducia
    Tutto va avanti come se l’eurozona – e soprattutto la Francia – si trovasse in una spirale di sfiducia che contribuisce a ritardare l’uscita dalla crisi.
    Tutti gli elementi negativi sono amplificati, le buone notizie vengono ignorate, i cronisti ne approfittano pienamente avvalendosi dei propri mezzi o, peggio ancora, sussurrando all’orecchio della gente: «Sai, lo dico solo a te, ma è più grave di quello che sembra…». Questo viene immediatamente riportato e il pettegolezzo diventa la novità e si diffonde dappertutto!
    Il grande inconveniente di una spirale del genere è che, oltre allo scoraggiamento degli attori economici, moltiplica le profezie auto-realizzantisi. Dobbiamo quindi liberarci da questa spirale di sfiducia attraverso l’ideazione, il prima possibile, di una strategia a medio termine che sia credibile, confermata rapidamente dall’adozione di prime misure, e l’appello ai sacrifici necessari da parte di tutti. Solo così la spirale potrà essere invertita, dal buio alla speranza, in un po’ di fiducia in noi stessi e nella nostra capacità di costruire il nostro futuro.
    È quindi la concatenazione perversa di questi tre fattori che dev’essere spezzata. Non possiamo sederci, né affidarci a delle “soluzioni-alternative-miracoli” falsamente indolori: questo significherebbe, nei due casi, andare incontro all’impasse e, se non all’abisso, all’abbandono dell’influenza europea nel mondo. Bisogna basarsi sulle opportunità che ogni crisi ci propone. Questa crisi, infatti, può anche essere un’opportunità perché ci mette davanti all’evidenza della necessità di cambiare modello per instaurare un’economia più giusta e sostenibile e di non accontentarci di semplici mezzi di sopravvivenza. Accettare questo cambiamento potrebbe incamminarci verso una nuova civiltà europea e mondiale. Ma ovviamente ad un prezzo: quello dei sacrifici di tutti, a partire dai più agiati, tutti tranne gli emarginati o coloro che si trovano al limite dell’emarginazione; ma sacrifici più accettati dall’opinione pubblica a condizione che gli uomini e le donne in posizione di responsabilità ci indichino chiaramente e sinceramente verso quale nuovo orizzonte dobbiamo ormai orientare le nostre azioni, un orizzonte che non si può restringere alle nostre preoccupazioni locali immediate ma che - poiché secondo le parole di Giovanni Paolo II « Dire Europa vuol dire apertura » - deve tenere in conto l’intera dimensione mondiale delle nostre responsabilità.

II -    LE VIE DELLA RINASCITA
    Mi perdonerete se non mi attardo su quello che è il mio mestiere, gli elementi di strategia macro-economica, per trattare piuttosto la restaurazione del nostro sistema di valori e, di fronte alle minacce di arretramento che viviamo, in particolare la solidarietà e la fraternità.
    Sul piano delle discipline macro-economiche, dovremo, ugualmente, guardarci dall’impasse e seguire le vie difficili del risanamento.
1)    Guardarsi dall’impasse
    Bisognerà evitare di cedere alla tentazione di adottare le vie alternative che sembrerebbero più facili, che si presentano periodicamente, e che portano costantemente sia alle manipolazioni monetarie (inflazione o svalutazione in spregio dei nostri impegni presi nell’ambito della Banca Centrale Europea), sia a forme più o meno larvate di protezionismo, sia, infine, all’utilizzo aperto o surrettizio dell’indebitamento per un periodo, probabilmente molto corto, nel quale i mercati continuerebbero a darci fiducia facendoci dimenticare i fardelli imposti ai nostri figli. Tali strategie consisterebbero semplicemente nel fare un passo indietro per saltare meglio; ci porrebbero in breve tempo davanti all’obbligo di imporci, o di vederci imporre da creditori internazionali, un programma di aggiustamenti tanto più pesante quanto più sarà stato rinviato nel tempo.
2)    Le vie di risanamento macroeconomico e strutturale
    Le misure necessarie si conoscono molto bene. Nel campo del bilancio e delle finanze, queste passano senza problemi attraverso la rinuncia a quelle strategie permanenti di indebitamento che, per lungo tempo, hanno prevalso ininterrottamente.
    L’abbandono delle agevolazioni date dall’indebitamento si deve tradurre in una strategia a medio termine delle finanze pubbliche che, evidentemente, non potranno raggiungere l’equilibrio strutturale se non dopo qualche anno, forzandoci ad adottare in questo periodo una riforma generale dei sistemi fiscali per sottoporli meglio agli obiettivi di giustizia ed efficacia economica.
    Nel campo strutturale, per contribuire a rimettere i nostri paesi su una via di crescita duratura, sarà necessario “rendere più agili” le nostre economie e disfarci di una grande quantità di rigidità mediante misure come:
-    Il perseguimento della riforma del settore finanziario;
-    L’adattamento più completo del regime pensionistico all’invecchiamento della società;
-    La riforma del sistema della sanità frenando l’innalzamento delle spese meno giustificate;
-    La riforma dell’organizzazione degli stati e dell’impiego nei settori pubblici;
-    La riforma del mercato del lavoro per aumentare il tasso d’impiego e ridurre il dualismo del mercato;
-    La ricerca e l’innovazione viste come motori essenziali della crescita;
-    La crescita verde perseguendo la lotta contro i cambiamenti climatici e sviluppando le ecotasse;
-    La riforma dei mercati dei prodotti migliorando le norme per creare così ulteriori impieghi.
    Lo sforzo immenso che questo implica sarebbe assai vano se non si accompagnasse ad un uguale sforzo per ricostruire il nostro sistema di valori fondanti, restituendo il posto a ciascuno di essi ma particolarmente alla solidarietà nella sua dimensione nazionale e internazionale. Pensando quindi alle responsabilità dell’Europa di fronte alle prospettive dell’economia mondiale, è soprattutto sui suoi aspetti internazionali che io mi vorrei soffermare.
    Ciò non avverrà per miracolo. L’Europa, nelle attuali circostanze, non può sottrarsi alla tentazione di ripiegamento se non ritornando alle proprie radici con un’etica della fraternità nei confronti del resto del mondo. Un’etica di fraternità, nel momento in cui l’unilateralismo si riafferma, è realistica? Sì, e per diverse ragioni sulle quali ritornerò ma innanzitutto per quella che incombe su tutti gli uomini. La fraternità è in effetti l’unico dovere iscritto – ma lo abbiamo dimenticato troppo in fretta – nel primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del dicembre 1948: ogni uomo, semplicemente perché è nato uomo, deve “agire in uno spirito di fraternità vicendevole”. Fraternità, unico dovere di tutti gli uomini! D’accordo, ma come avanzare, anche poco, e senza ingenuità verso questa etica della fraternità, pur restando nel reale, nel concreto, nel solido, nei tempi che viviamo?
    Come succede spesso, al momento delle grandi scelte, gli elementi della risposta sono a portata di mano. Un passo avanti molto significativo verrebbe fatto se ci soffermassimo semplicemente a onorare la parola che i nostri paesi hanno già solennemente dato al mondo e gli impegni che abbiamo già sottoscritto.
    Alcuni di questi impegni sono passati inosservati; altri, non appena sottoscritti (ho vergogna a dirlo), sono praticamente restati lettera morta. Tuttavia, tocchiamo qui il cuore del problema. Non possiamo cercare di dar vita alla nostra unità europea e dimenticare la parola data al resto del mondo. Rileggiamo insieme, con un occhio nuovo, quegli impegni. Scopriremo allora che vi si trovano elementi sostanziali di una risposta alle attese del mondo, l’avvio di qualche gesto di solidarietà, di un’Europa preoccupata del bene comune globale:
-    Accogliere in maniera umana i lavoratori stranieri e i rifugiati;
-    Mantenere la parola laddove sono stati presi degli impegni;
-    Lavorare per stabilire una governance mondiale a servizio di uno sviluppo umano duraturo.
    Le tre parti di questo trittico non esauriscono l’ambito delle nostre responsabilità e si dovrebbero evocare ben altri temi, a cominciare dalla necessità di vegliare sul fatto di avere, nella conduzione delle nostre politiche economiche, la preoccupazione di contribuire al bene comune universale invece di limitarci alla difesa dei nostri interessi nazionali immediati, e di ascoltare di nuovo le sirene del protezionismo, come è il caso di molti paesi e in particolare del mio. Si potrebbe anche parlare di tutti quegli ambiti in cui la cooperazione internazionale – ristabilita all’inizio della crisi – sembra oggi così lenta a partorire le regole finanziarie indispensabili.
    Ma ritorniamo ai tre temi, ai tre gesti semplici di solidarietà che ho appena evocato: l’accoglienza dei migranti, il rispetto della parola data, la costruzione d’una nuova governance mondiale. Sono dei passi verso il bene comune globale.

III -    ALCUNI PASSI VERSO IL BENE COMUNE GLOBALE

1)    I migranti
    Ci troviamo qui al punto di congiunzione delle due dimensioni – l’interna e l’esterna – della solidarietà. Ecco un tema su cui le nostre Chiese, che hanno sempre nelle orecchie le parole: “Ero straniero e mi avete accolto”, si sono pronunciate in questi anni di crisi con parole inequivoche. Ma siamo ancora lontani da una situazione accettabile. Mi piacerebbe citarvi alcune parole della conferenza di Quaresima tenuta domenica 18 marzo nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi da Jérôme Vignon, ex direttore delle politiche sociali dell’Unione europea, oggi presidente delle Settimane Sociali di Francia ed attivissimo membro dell’Iniziativa dei Cristiani per l’Europa (IXE):
    “Evidentemente, l’attuale frammentazione, la concorrenza tra le strategie nazionali per l’immigrazione, l’integrazione e l’asilo, nuocciono tanto ai migranti quanto ai popoli europei. La politica d’asilo dell’UE avrebbe da guadagnare, nell’interesse di tutti, nel poggiare su una cooperazione autentica e su una divisione del fardello tra gli Stati, su un bilancio comune e su un ravvicinamento degli standard sociali relativi alla qualità di questa accoglienza. È ancora l’Unione europea ad offrire, in virtù dell’importanza ricopertavi dalla mobilità delle persone, il mezzo migliore per combinare cooperazione commerciale, cooperazione allo sviluppo ed organizzazione della mobilità migratoria, facilitando i transiti nelle due direzioni tra Paesi del Sud e del Nord. Un simile progetto globale giustificherebbe che i Paesi dell’Unione europea si impegnino a ravvicinare i requisiti per la concessione dei permessi di soggiorno, sfociando su un permesso unico di soggiorno di lunga durata, adatto a facilitare sia l’integrazione che il ritorno”.

 
2)    Mantenere la parola e promuovere nel mondo una cultura di solidarietà
Dobbiamo anche rispondere al grido dei più poveri. Al grido dell’Africa, innanzi tutto. Grido! Probabilmente non è la parola adatta, poiché la sofferenza degli uomini e soprattutto delle donne e dei bambini dell’Africa è per lo più silenziosa, ma manteniamo questa parola per indicare la condizione di questo continente che, malgrado significativi progressi delle sue prestazioni macro-economiche negli ultimi quindici anni, vive oggi una tragedia ancora più grave di quella che volevamo contribuire a ridurre al limitare del XXI secolo. Infatti, è solo dopo la determinazione degli obiettivi del millennio che abbiamo potuto, grazie ai lavori del GIEC (Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico) , aver la misura delle devastanti conseguenze del cambiamento climatico per i paesi più poveri. Riporto solo un’osservazione avanzata dal prof. Pachauri, Premio Nobel per la Pace per questi lavori: se non si fa immediatamente qualcosa per aiutare i paesi africani, in particolare del Sahel e sub-tropicali, nei loro sforzi di ammodernamento (accesso all’acqua, irrigazione, ecc.), tra 75 e 250 milioni di migranti per cause climatiche si aggiungeranno, a partire dal 2020, a quelli che abbiamo appena ricordato.
Ciò rende ancora più grave il ritardo di questi paesi nello sviluppo. Come farvi fronte? In ogni caso e pur nei limiti dei mezzi ineguali di ognuno dei nostri paesi, considerando come priorità essenziale della nostra azione verso l’estero quegli obiettivi del millennio che Monsignor van Luyn ha richiamato a più riprese. Come non ricordare qui l’impegno sottoscritto nel 2002 dal G8 e dall’Unione europea a Kananaskis, nei confronti dell’Africa? Cito: “Contribuiremo a fare in modo che nessun paese che si impegni veramente a lottare contro la povertà, ad instaurare un buongoverno e ad affrontare riforme economiche, si veda rifiutare la possibilità di realizzare gli obiettivi del millennio per mancanza di mezzi finanziari”. Tutte le organizzazioni internazionali lo attestano: i paesi africani che hanno adempiuto i propri impegni contrattuali sono numerosi. A che punto siamo dunque noi, proprio noi Europei, a meno di quattro anni dalla scadenza, col nostro sostegno a questi obiettivi del millennio?
Alcuni progressi sono stati fatti e questi obiettivi hanno avuto un posto più grande nelle strategie di aiuto dei nostri paesi; anche qualche notevole passo in avanti è stato fatto, pure per quanto concerne il nostro vecchio impegno a destinare lo 0,7% del PIL all’aiuto pubblico allo sviluppo, ma siamo ben lontani dal risultato.

3)    Contribuire all’ammodernamento della governance mondiale
Questo ammodernamento è indispensabile e, già all’inizio degli anni ’60, la profetica enciclica Pacem in terris, del beato Giovanni XXIII, ne sottolineava la necessità. Dall’inizio dell’ultimo decennio, la COMECE (Commissione degli Episcopati della Comunità Europea) gli ha dedicato la propria riflessione, sotto l’impulso di Monsignor Homeyer. Il principio è semplice: quanto più i problemi eccedono la capacità d’intervento dello Stato-nazione e sono per loro natura globali, tanto più bisogna sostituire alla semplice cooperazione degli Stati-nazione, non l’utopia di un governo mondiale, ma quella che Giovanni XXIII chiamava una “autorità pubblica a competenza universale”. Evidentemente, questo bisogno si fa sentire in particolare nei campi in cui le crisi sono oggi, o minacciano di essere, più acute: da un lato i problemi monetari e finanziari, dall’altro quelli ecologici – tra i quali l’acqua. Ecco un tema sul quale, per via della propria esperienza unica e nonostante i suoi attuali malesseri, l’Europa ha un messaggio di solidarietà da portare.
La Commissione « Giustizia e Pace » del Vaticano ha dedicato un testo al primo [di questi campi] e penso che la conferenza di Rio di cui vi parlerò tra un attimo potrebbe essere l’occasione per il secondo. Il testo che è stato pubblicato in materia monetaria e finanziaria espone chiaramente tutte le ragioni per cui un mondo, che diviene unico, chiama alla messa in opera di strumenti di governo forniti dei mezzi giuridici e finanziari indispensabili alla propria efficacia. Ci invita a riflettere su proposte che fanno già parte del dibattito pubblico:
- misure di tassazione delle transazioni finanziarie, il cui gettito dovrebbe essere destinato al finanziamento dello sviluppo (Tobin Tax),
-    Forme di ri-capitalizzazione delle banche anche con fondi pubblici, ponendo come condizione di questo sostegno un comportamento “virtuoso” e indirizzato a sviluppare l’economia “reale”,
-    la definizione del quadro in cui operano le attività di credito ordinario e di investment banking.
Poiché, tuttavia, questo testo sottolinea (cito) “la forza rivoluzionaria” dell’ “immaginazione prospettica”, siamo invitati, al di là dei suggerimenti, ad una riflessione concreta su altre misure che rafforzino questi orientamenti. Prendiamo sul serio questo appello. Per rispondervi, in ciò che mi compete, suggerirei volentieri che, essendo divenuto il G20, negli anni recenti, una fondamentale istanza di orientamento strategico dell’economia e delle istituzioni finanziarie mondiali, si prenda oggi l’iniziativa di rafforzarne l’efficacia e soprattutto la legittimità attraverso cambiamenti della sua composizione e del suo funzionamento, per farne il riflesso più fedele possibile di tutta la comunità degli Stati membri delle Nazioni Unite, e non solo dei suoi attuali venti membri e di quelli che sono associati ad essi.  Si possono proporre molte altre misure. L’essenziale è che, come Europei, siamo pronti a rendere più legittime le istanze attraverso cui vogliamo orientare l’avvenire del mondo, anche se il nostro posto dovesse venirvi un poco ridotto.
Mi limiterò a questi tre gesti, forse troppo basilari per noi che vogliamo che si realizzi una “economia di fraternità”. Mi sono guardato dall’evocare suggerimenti più seducenti, per es. un “Piano Marshall” per i poveri, che l’Europa potrà un giorno proporre e contribuire essa stessa a finanziare, anche senza aspettare che vi partecipino tutti gli altri paesi. Il mondo è ancora troppo segnato dalle conseguenze della crisi perché ne sia giunta l’ora. In compenso, non è troppo presto per preparare a questo i cristiani, incoraggiare la loro generosità e la loro creatività al servizio del bene comune.


Per concludere, manteniamo lucidità e speranza per il nostro paese e per l’Europa :
-    per i nostri figli, che meritano si prepari loro un avvenire migliore, anziché aggravare i loro futuri carichi;
-    per l’Europa: perché è un’iniziativa magnifica e senza precedenti nella storia dell’umanità. Difendiamola da deleterie soluzioni di comodo; siamo coscienti che il proseguimento del suo cammino verso una maggiore unità è un contributo ad una più grande stabilità mondiale! In un momento in cui il mondo è alla ricerca delle proprie strutture per il XXI secolo, un’Europa solida è un punto di riferimento importante; è anche, indiscutibilmente, un fattore di pace.
Siamo, tuttavia, coscienti della profondità del cambiamento richiesto. Parlando, nel 2000, della necessità di accompagnare alla globalizzazione una ristrutturazione dei valori fondamentali delle società umane, Václav Havel si affrettava ad aggiungere: “Come giungere a questo senza un nuovo possente slancio della spiritualità umana?”. Parole profetiche, più attuali che mai!




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