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10 Settembre 2012 09:30 | Catholic School Centre (Theatre Hall)

Città: solitudini e destino comune



Laurent Ulrich


Arcivescovo cattolico, Francia

Il problema della solitudine è antico, è legato alla natura umana ma si pone in modo nuovo all’interno dell’urbanizzazione moderna.
Si potrebbe dire che scivola in un paesaggio paradossale e ingannevole: si crede che l’urbanizzazione e i mezzi moderni siano sufficienti a rompere la solitudine e l’isolamento!
Gli uomini non sono stati mai così numerosi nelle città: un essere umano su due abita in una città! La vita umana non è stata mai così lunga e apparentemente confortevole per la salute. E anche l’aumento delle correnti migratorie e certi effetti della globalizzazione entrano nel ciclo della solitudine subita ed aggravante. Si è arrivati anche a considerare la solitudine come una inidoneità o una malattia.

In effetti, non sono mai stati constatati effetti così negativi della solitudine e dell’isolamento: nel 2011, questa è stata dichiarata grande causa nazionale in Francia, grazie alla Società di San Vincenzo de Paoli. Non si erano mai visti così tanti legami umani crearsi e dividersi tanto facilmente: si osservano anche gli effetti della denatalità dei paesi ricchi che pesano sulle condizioni di vita. Mai si è osservata una tale propensione ai suicidi, soprattutto tra i giovani. Mai ci si è chiesti tanto di «dare un senso» alle cose.
Paradossi da districare, da chiarire.

1° Di quale solitudine si può parlare?

Occorre considerare due differenti tipologie di solitudine.

A - La prima trova oggi una dimensione nuova con lo sviluppo delle scienze moderne e dell’autonomia degli individui: parlo della digitalizzazione e dei suoi effetti nel campo delle comunicazioni. Si evoca la dimensione virtuale di certe rappresentazioni, si comunica attraverso internet e a questi scambi è dato un significato simbolico che rende superficiali i rapporti umani e produce una forma di relazione che favorisce la solitudine.

Senza rifletterci troppo, ci si pone « in disparte » e ci «si crea una piccola società a proprio uso». Questi termini sono utilizzati proprio da Tocqueville nel diciannovesimo secolo … per definire la parola individualismo che compariva in questa epoca!

Ora, si constata che dopo più di almeno 30 anni, la distanza tra le domande individualiste e i valori umanisti non smette di aumentare. L’isolamento si propaga e le stesse imprese cercano in ogni modo delle professionalità per sopperire agli ostacoli della comunicazione. La necessità di sostegno psicologico o sociale in favore delle persone sole non smette di aumentare, anche se bisogna ammettere gli effetti compensativi per altre situazioni umane oltre la solitudine: la grande canicola del 2003 che, da noi, ha provocato una grande quantità di decessi e ci ha tanto sorpreso, ha rivelato più che la mancanza di condizionatori una disattenzione verso gli altri. I centri sociali di molti agglomerati urbani scoprono situazioni drammatiche dissimulate per ogni sorta di ragione. Inoltre, nelle città, la percentuale di single è in crescita.

   Tutte queste considerazioni conducono al fatto che il campo di attenzione reciproca sembra restringersi al centro delle condizioni che favoriscono la solitudine e l’isolamento; il grande ricercatore Théodore Monod sottolineava bene il paradosso dicendo: « Si può essere soli in una città, ma non si può essere soli nel deserto »!

B - Occorre individuare un’altra dimensione.
    
Nelle società antiche e pagane, la solitudine era considerata come una forma di saggezza. L’evoluzione storica si attua soprattutto nel tredicesimo secolo che le attribuisce un senso moderno precisando che il termine non indica più solo «lo stato di un luogo deserto» ma anche uno «stato di separazione».
   Emerge progressivamente una doppia dimensione, la solitudine che deriva più da un consenso personale che dall’isolamento, e la solitudine subita almeno che non sia cercata come forma di fuga o di paura nascosta.

Otteniamo allora questo dato antropologico: ogni uomo dovrebbe vivere la sua solitudine, nata dalla necessaria separazione dalla madre e costitutiva della sua identità e della sua coscienza. Questa separazione è difficile, in alcuni casi persino dolorosa, ma è necessaria. La psicoanalisi ha un ruolo nella scoperta di questo stato: Françoise Dolto ha detto tutto il bene che porta la solitudine per aiutare ad accettare questa separazione.

Dunque la solitudine si insegna, può anche essere una norma, una disposizione, e non solo una condizione materiale dove si impone l'assenza di ogni essere, attraversa e stravolge ogni incomunicabilità che sarebbe un pretesto per ripiegarsi su di sé.
In definitiva, non esiste essere umano senza coscienza, senza accettazione della sua dipendenza dalle varie correnti di vita che lo circondano e lo influenzano più o meno consapevolmente!

L'uomo si costruisce dall’incontro con la solitudine consentita e con il dono desiderato di se stesso: percepisce negli altri e nella società lo sguardo che gli dà una certa esistenza.
Incontriamo qui il dibattito sull’individualismo contemporaneo. Non è necessario esprimere un punto di vista religioso per aprire questo dibattito, e a questo punto cito Régis Debray: "L'individuo è tutto, e tutto non è più niente. Cosa fare perché diventi qualcosa? Come, nel regno frantumato dell’"io", far nascere o risvegliare dei "noi" che non si contentino di chiacchiere e che lascino respirare ciascuno? "( Le moment fraternité, 2009)
Vorrei citare anche Catherine Ternynck, psicanalista francese e membro del Dipartimento di Etica della famiglia della nostra Università Cattolica di Lille, che ha appena firmato una ricca analisi sullo sviluppo dell'individualismo "che ci fa ammalare". E faccio notare due questioni che solleva: "Non smette di crescere il divario tra l'avidità consumistica e il declino dei valori umanistici, tra la vita per sé e il bene comune. Il mondo crolla sotto la materia e lo spirito comincia a dubitare di se stesso. Forse possiamo fare finta che non esista? (...) Facciamo sempre più fatica a distinguere ciò che umanizza da ciò che disumanizza. Una sorta di caos ci attira. Possiamo forse far finta che non esista? "( L'homme de sable, Seuil, 2011, p.246)

2° Quali legami la Chiesa può proporre di fronte a questa solitudine ?

In sostanza, ciò che la rivelazione cristiana è in grado di offrire attraverso la vita e il messaggio della Chiesa, è una salvezza. Un approccio che non viene da noi, ma in cui ci viene presentata la stessa vita e la testimonianza di Cristo davanti a noi. Si tratta di essere liberati, di essere salvati da situazioni che ci opprimono: e una è proprio la solitudine che rinchiude e isola con l'eccesso di individualismo che vi porta o lo mantiene. E di essere liberati insieme. La Chiesa, come realtà collettiva e anticipatrice dell'umanità futura, è essa stessa un invito che il Signore fa a tutti gli uomini a volgersi insieme al futuro che Egli prepara. Come dice la Lettera agli Ebrei: “accostiamoci a Dio con cuore sincero … Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza … Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone. … Non disertiamo le nostre riunioni … “(Eb. 10, 22-25)
A - In una società che cerca «un senso», la Chiesa può dapprima far vedere la dimensione fraterna della persona e della fede nell'uomo.

La solitudine può anche diventare una ricchezza: permette ed aiuta a conoscersi meglio a dispetto di certe tradizioni vecchie, come la visione pascaliana o la sufficienza naturalistica di Montaigne; in altre parole, non è «odioso» da ogni punto di vista.

È allora che siamo in grado di scoprire e sviluppare l’interiorità, Newman ha parlato magnificamente di questa interiorità:
 «Ogni individuo è in se stesso il proprio centro ... è condannato a vivere con se stesso. Nessuno al di fuori di se stesso saprebbe davvero raggiungerlo, raggiungere la sua immortalità ... Egli è condannato a vivere per sempre con se stesso. Ha in sé insondabili profondità, un abisso di esistenza senza fondo».
Ma Newman ha sottolineato subito il carattere di interiorità evidenziando i rapporti da dedurre tra l'interiorità e alterità: la dimensione spirituale interiore, perché Dio «si degna di parlarci uno alla volta, di portarci uno ad uno» (febbraio 1836 Oxford IV-6, l'individualità dell'anima).

La dimensione spirituale assume qui tutto il suo significato: «Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso» Rm 14, 7 e: «Ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio» Rm 14, 12; 2 Cor 5, 10; 1Cor 3, 13. (Paolo riprende la profezia di Ezechiele 18: ognuno è realmente responsabile del proprio comportamento.)
Questi contributi evidenziano la crescita dell'individuo interiore, affidata all'uomo. Ef 3, 6 ; Rm 7, 22; 2Cor 4,16. E il riferimento alla coscienza (mantenete la vostra vita raccolta in Dio e in voi).

B - La Chiesa, in quanto portatrice di un messaggio di salvezza, cerca di incoraggiare l'ospitalità che aiuta a individuare le reti fraterne in dialogo con la solitudine.

L’espressione religiosa è già un possibile legame: la liturgia, in particolare, inclusa nella laicizzazione in corso, perché utilizza i riti di bellezza e le parole di pienezza. Essa conduce la solitudine alla ricerca di un superamento pacifico, sereno e senza alcuna costrizione. «Ogni essere umano è miserabile nella preghiera, ogni essere umano è geniale nella preghiera», dice Olivier Clément («Dio è simpatia. Bussola spirituale in un tempo complicato»).

L'espressione liturgica può fornire la distanza e la comprensione di una società che non garantisce il progresso, continuamente si interroga su se stessa e che, stordita dal razionalismo, cerca un'altra intelligibilità dell’universo con l’aiuto dell'arte. Olivier Clément parla di una «poetica del sensibile» e sottolinea la cultura della «poetica dei volti», «questo curioso gusto della fotografia».

Vi è, inoltre, un'altra dimensione costitutiva ed evidente del Vangelo: Cristo è prima di tutto l'amico dei poveri, «i dimenticati della nostra società sono proprio i preferiti di Gesù ... i senza ... senza lavoro, senza dimora, senza documenti» (Jean-Pierre Roche, la spiritualità della Missione Operaia, Edizioni dell'Atelier 2011).

E più le comunità di Chiesa si sforzano di vivere e raccogliere i poveri, più mostrano la presenza viva del Risorto, una presenza che abbatte tutte le distanze e tutte le differenze.

Questo è un altro modo per lottare contro lo sviluppo dell’eccesso di individualismo che ai nostri giorni genera la precarietà, l’isolamento, che ha costituito un sistema organizzato che supporta i più forti, i più intraprendenti, i più realizzati che hanno messo a profitto la loro formazione anteriore.

Come condividere un ascolto specifico che consenta di fare corpo con questa ospitalità? Va oltre l'apparenza ingannevole della condiscendenza quando preconizza la carità. Essa incoraggia l'amicizia, approfondita e quindi gratuita, così caduta in desuetudine. All'interno del Cristianesimo, nel corso del secolo scorso sotto l’effetto di rinnovamenti – il Concilio Vaticano II per noi cattolici - molti scambi sempre più fraterni sono stati costruiti tra Oriente e Occidente. E l’iniziativa rinnovata di questo incontro da oltre 25 anni ne è un esempio. Questa è la traduzione concreta di questa respirazione cristiana con «due polmoni» secondo l’espressione di Giovanni Paolo II, che riprende un filosofo e poeta russo fuggito a Roma, dopo la rivoluzione.

Questo è lo «spirito di Assisi» che ha inaugurato e trasmesso un’autentica testimonianza di perdono e di pentimento nelle relazioni internazionali, uno sviluppo di relazioni interreligiose sempre più fruttuose nel pluralismo religioso attuale. L'attenzione dovrebbe concentrarsi sulla generosità e un «partenariato profetico»: è la promozione di «ciò che è inutile ... ma può illuminare ogni cosa» (Olivier Clément).
Tutte queste relazioni e espressioni devono essere offerte in comunità fraterne di fede e di ospitalità che permettano di mostrare che la solitudine aiuta a sentire l’altro vicino a sé, a «essere guardato» ancora come essere semplicemente amato.

3° La Chiesa promuove le reti che testimoniano la sua missione

Il suo patrimonio storico è da questo punto di vista di una grande ricchezza: può aiutare a riscoprire i molti suoi artigiani del dialogo e della fraternità divenuti anche suoi fondatori.
In questo campo, possiamo appoggiarci all'eredità di questi «fondatori»: le reti di scuole spirituali, come quelle di Sant'Ignazio, San Francesco di Sales, o all'inizio del 20° secolo, Charles de Foucauld. Tutti sono stati e rimangono esempi perché la loro testimonianza si è sempre formata attorno alla spiritualità dell’accoglienza.
Possiamo ispirarci a testimoni vicini al nostro tempo come Madeleine Delbrêl perché il suo influsso rimane di attualità considerevole e riassume quanto proposto sopra. Ricordiamo «Noi delle strade», in cui si riferisce al mondo operaio: «In fabbrica, l'uomo si sente meno visibile della macchina per altri uomini ... (Si tratta di) credere che ogni persona è il suo genio». Abbiamo iniziato attraverso il mondo cattolico tante comunità nate nei quartieri delle città e intorno alle nostre chiese. E proprio Madeleine Delbrêl, a Ivry sur Seine, vicino a Parigi, ha aperto una di queste Fraternità inscritte nel cuore di solitudini e angosce della città, a partire dagli anni 30 del 1900.

La Comunità di Sant'Egidio è nata così a Roma. Nella mia città e la mia diocesi esiste da una decina d’anni, la "Fraternità dei sagrati", che ha ricevuto come missione di animare la preghiera in una chiesa e di prendersi cura della miseria e della solitudine che si vive per le strade della città, in centro come in alcune periferie. E ci sono altre comunità di questo tipo, tra cui nella stessa città di Lille, iniziative locali o comunità internazionali, apertamente religiosi o no, come Emmaus o l'Arche.

Si può citare in particolare lo sviluppo della spiritualità diaconale, e l'evento "Diaconia 2013”, a Lourdes il prossimo maggio, stabilito dalla Conferenza Episcopale Francese, riunirà migliaia di persone, molte delle associazioni ecclesiali o di ispirazione cristiana, che mostreranno il grande compito della Chiesa che serve i legami umani e l'unione fraterna, annunciando il vangelo di Cristo. Vedi la testimonianza di Gilles Rebêche: Egli è un diacono della diocesi di Fréjus-Toulon e fondatore della Diaconia Var dove si vuole un membro di una «diaconia dell’incontro, attenta ad evitare le porte chiuse del pensiero». (Nel suo libro, Chi sei tu per impedirmi di morire? P. 194)

In tutte queste reti, la testimonianza dell’ospitalità viene esercitata tra e con le debolezze e le fragilità delle persone coinvolte.

La Chiesa ha dunque bisogno di reti, di spazi gratuiti di respiro spirituale e fraterno, dove la Parola sia proclamata e vissuta, in cui il culto non nasconda la condivisione, dove la pace regni visibilmente, dove tutto possa divenire bellezza e opera d'arte: salutare un ospite può divenire un'opera d'arte. La Chiesa ci crede e fa tutto il possibile per sostenere e incoraggiare ciò che è creato in questo campo così costruttivo e rivelatore.

Geneviève Comeau, della comunità di Saint-François-Xavier (San Francesco Saverio), propone una buona formula: «La missione è Visitazione».
Il grande poeta francese Paul Eluard, ha detto: «C'è un altro mondo, ma è in questo qui.» Mi prendo la libertà di ricevere questa profezia nello spirito che mi fa vivere e sentirla nel senso in cui Olivier Clement la sente:
«Annunciare la resurrezione non è annunciare un'altra vita, ma è mostrare che la vita può diventare ancora più intensa, e che tutte le situazioni di morte che attraversiamo possono divenire situazioni di resurrezione.»

Ciò attraversa anche la solitudine delle grandi città…

 

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