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10 Settembre 2012 16:30 | Priests' House (Conference Hall)

Contributo di Francesca Zuccari



Francesca Zuccari


Comunità di Sant’Egidio, Italia

I poveri ci interrogano. Il titolo di questo panel dà per acquisito un dato che nella realtà non lo è affatto. Riproporrei il titolo cosi: i poveri ci interrogano? Le loro domande, la loro sofferenza, sono per noi un interrogativo vero? Radicale? Rilevante?. Vorrei partire da un’espressione di Gregorio Magno, vescovo di Roma in un tempo di grande crisi: “I poveri si presentano a noi anche in modo inopportuno e ci rivolgono delle richieste” e poi aggiunge “essi potranno intercedere per noi nell’ultimo giorno”. È vero, ed è il merito di questa riflessione di oggi, i poveri ci interrogano e si presentano a noi in modo inopportuno. La loro domanda, scomoda, è posta in un tempo nel quale le urgenze sono (sembrano) altre. C’è la crisi! Non ci sono risorse, non c’è lo spazio e il tempo per un ragionamento che li coinvolga. Ma dice Gregorio “essi potranno intercedere per noi nell’ultimo giorno”. Cioè a dire che la questione non è residuale, è centrale e ultimativa. Come credenti questo lo sappiamo bene ma, credo, che la salvezza personale e quella collettiva dipende da quanto e da come le domande inopportune dei poveri troveranno spazio nelle nostre vite personali ma anche nelle scelte e nelle politiche generali. Del resto se guardiamo, ad esempio, i documenti europei, mi riferisco in modo particolare all’Agenda 2020, questa esigenza è posta in modo sorprendentemente chiaro: l’inclusione, la solidarietà, il contrasto della povertà sono uno dei pilastri della strategia europea dei prossimi anni per uscire da una crisi dura, faticosa e lunga. Cioè a dire o si esce insieme dalla crisi, includendo i più deboli, o non se ne esce affatto.


In Europa l’8% della popolazione, ben 40 milioni di persone, è in situazione di grave privazione materiale nonostante le strategie di lotta alla povertà portate avanti a partire dal nuovo millennio. C’è da chiedersi se sarà possibile raggiungere l’obiettivo ambizioso di ridurre di almeno 20 milioni le persone a rischio di povertà previsto dalla Strategia europea per il 2020.  Il dato allarmante riguarda il numero delle persone a rischio povertà. Sono il 23% della popolazione europea le persone che vivono condizioni tanto vicine alla soglia della povertà da rischiare di esserne inghiottite.
Ma i numeri e le statistiche non sempre aiutano a capire. Nei centri della Comunità di Sant’Egidio vediamo scorrere le storie dolenti e i volti dei poveri di ieri, certo, ma anche di tante persone disorientate e sbigottite che, per la prima volta, si trovano a dovere chiedere aiuto ad un centro: tocchiamo con mano gli effetti della crisi sulla vita delle persone. Le pensioni insufficienti, il diritto alla casa molte volte disatteso, il lavoro senza garanzie di stabilità, la disoccupazione crescente non coperta da efficaci misure di contrasto, le spese sanitarie non più gratuite per tutti, hanno trascinato tante persone nel mondo della povertà.
Ci troviamo di fronte ad una nuova sfida: non si tratta solo di migliorare le difficili condizioni di vita di persone già colpite da fenomeni antichi di disagio e di emarginazione. È richiesto uno salto ulteriore. Oggi, mi sembra, urgente creare una sorta di “fronte di resistenza” per evitare che un numero crescente di “quasi” poveri scavalchi la soglia dell’indigenza, soglia che una volta varcata conosce difficilmente vie di ritorno. Incontriamo sempre più spesso persone che hanno perso i legami familiari (per esempio a causa della separazione) e contemporaneamente hanno perso anche il lavoro. Gente che mai si sarebbe rivolta a un centro di assistenza ma che a causa di varie contingenze sfavorevoli (a volte anche la malattia) si è ritrovata bisognosa di tutto e vive una grande incertezza nel futuro e soprattutto molta solitudine. E’ necessario inventare alternative concrete coinvolgendo le istituzioni, aiutando queste persone ad accedere a tutte le risorse possibili, ma anche ricreare attorno ad esse relazioni umane significative che le aiutino ad uscire da una disperata rassegnazione sul futuro.


In questo lavoro creativo e denso di valore il ruolo dei credenti, amici dei poveri, è decisivo: rappresenta una risorsa importantissima. Una riserva di umanità, di tessuto di solidarietà che mi sembra possa costituire l’argine al cedimento etico delle nostre società. La crisi non ha trovato impreparato chi conosce e frequenta la povertà perché l’esperienza maturata, la sensibilità e la simpatia per l’uomo vissuta e comunicata, le reti di solidarietà e di sostegno costruite, permettono di capire e raccogliere nuove domande e trovare soluzioni anche quando sembra che non si possa fare nulla.
Il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer in Vita comune scrive: ”Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo. Come l’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la sua Parola, così l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltarlo”.
Ascoltare, dedicare tempo a chi si trova in difficoltà mettendo insieme le energie di tanti, cercare sempre una risposta anche se parziale, mettere in contatto le risorse esistenti, sollecitare le istituzioni a fare la loro parte, creare sinergie, ma soprattutto ridare speranza: questo è il carisma dei credenti di fronte alla crisi. Posso dire per mia esperienza personale che questo modo di guardare alle difficoltà presenti permette di inventare risposte efficaci e costruire un futuro migliore in tante situazioni anche quando non sembra ci siano le risorse.
Proviamo allora a ribaltare il discorso. La povertà non può aiutarci a guardare in modo rinnovato le nostre vite personali, il mondo in cui viviamo, le relazioni, la stessa economia in un altro modo? Non può aiutarci a mettere al centro quello che veramente vale nella vita?
La povertà è una condizione che possiamo tentare di misurare, di descrivere, di capire ma non è solo questo. La povertà è anche un mistero: riguarda l’essenza stessa della condizione umana. E’ la condizione originaria di ogni uomo che in quanto tale è debole, limitato, soggetto alla morte. C’è una verità profonda nella condizione umana: che nessun uomo è sufficiente a se stesso e ha bisogno dei suoi simili, del creato per vivere. Dopo la morte del Cardinale Martini è stata ripresa una riflessione a lui cara sulle età della vita: nella quarta quella dell’età anziana si impara a mendicare.


La povertà è quindi, per quanto la si voglia nascondere, una caratteristica dell’umanità stessa: ed è in questo senso che i poveri sono prediletti da Dio. Non solo perché hanno subito ingiustizia, ma anche perché non sono una categoria ma sono la verità dell’uomo così come Dio lo ha creato.
Nel suo linguaggio forte e poetico Turoldo parla di profezia della povertà e dice una cosa importante: “I poveri e la povertà sono la profezia di Dio per la soluzione del problema della vita di tutti”.
I poveri sono una profezia nella storia perché rappresentano l’uomo quale è veramente. Sono profeti silenziosi perché manifestano con la loro vita la necessità di cambiare il mondo e con il loro bisogno che nessuno si salva da solo. La povertà indica ciò che manca al nostro convivere provoca il nostro sguardo interiore a vedere oltre la soddisfazione del desiderio personale e materiale, suscita sentimenti di compassione, spinge il nostro cuore all’amore non solo per noi stessi. Nei momenti bui della storia l’attenzione e il legame con i poveri ha rappresentato una salvaguardia della cultura dell’umano: per esempio ha permesso in un tempo in cui tutto è mercato che non si perdesse il valore della gratuità. In una mentalità materialistica per cui ha valore solo quello che si compra e che si vende gli spazi del gratuito (la famiglia, l’amicizia, la solidarietà) sono corrosi e assediati mentre rappresentano lo spazio fondamentale della convivenza umana.

La gratuità scardina la legge spietata del dare e avere sotto la quale i poveri, ma non solo loro, soccombono e reintroduce nella storia l’amore per l’uomo in quanto tale e rovescia l’idea della felicità come possesso.
Il mondo non potrà risolvere i suoi problemi se non con i poveri e a partire dai poveri. Di questo parla anche Jonathan Sacks nel suo saggio La dignità della differenza: “le civiltà non sopravvivono con la  forza bensì con il modo con cui rispondono alla debolezza; non con la ricchezza bensì con l’attenzione nei confronti dei poveri”.
Ho iniziato il mio intervento con Gregorio Magno, concludo raccogliendo il suo invito: Non sciupate dunque le occasioni di agire con misericordia e non trascurate di ricorrere ai rimedi di cui potreste disporre.”

 

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