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10 Settembre 2012 16:30 | Sarajevo National Theatre

Intervento di Jesus Delgado



Jesus Delgado


Vicario generale della diocesi di San Salvador, El Salvador

SULLE VIE DELLA PACE CON MONSIGNOR RIVERA DAMAS 

 
Monsignor Gregorio Rosa Chávez, vescovo ausiliare di San Salvador, nelle parole pronunciate in occasione della presentazione di una tesi elaborata da Ulrike Purrer Guardado su Monsignor Rivera Damas e sul suo contributo alla pace in Salvador, diceva: “Sono stato testimone diretto della drammatica storia del Salvador negli anni terribili in cui la celebre frase ‘in un conflitto armato, la prima vittima è la verità’ divenne realtà. L’Arcivescovo martire Oscar Arnulfo Romero si sentì spinto a proclamare la verità che era negata al popolo salvadoregno, divenendo “Voce di coloro che non hanno voce”. E fu la verità quella che continuò a proclamare, con un linguaggio calmo ma fermo e coraggioso, l’uomo di Chiesa che fu Monsignor Rivera Damas, successore di Romero”. 
 
“A Monsignor Rivera Damas” –continuava Monsignor Rosa Chávez- “dobbiamo la creazione dell’Ufficio di Tutela legale dell’Arcivescovado, organismo per i diritti umani che ha come motto “La pace si costruisce sulla verità”. Tre  furono i “fronti di lotta” del pastore per costruire la pace: la difesa dei diritti umani; la formazione dell’opinione pubblica alla visione cristiana della pace e la partecipazione diretta al processo di dialogo e negoziato tra il governo salvadoregno e la guerriglia. L’Arcivescovo Rivera Damas si trovò a dover operare come intermediario e in seguito mediatore nei primi cinque anni del processo di dialogo che si concluse con la firma degli Accordi di pace del 1992. Durante lo svolgimento di questo delicato compito, pronunciò una frase lapidaria quando gli chiesero se in questa nuova situazione avrebbe rinunciato a denunciare gli abusi che entrambe le forze coinvolte nel conflitto commettevano durante la guerra, dicendo: “I diritti umani non sono negoziabili”. 
 
1. Umanizzazione del conflitto
 
Nella sua tesi: La Chiesa e l’Arcivescovo Arturo Rivera Damas nel processo di pace in El Salvador,  Ulrike Purrer Guardado si rammarica del fatto che il lavoro per la pace svolto a San Salvador da Monsignor Arturo Rivera Damas sia quasi sconosciuto all’estero e ignorato all’interno del suo paese, El Salvador. L’autrice lo chiama “Artigiano della pace”. Nonostante questo, fu maltrattato dalle autorità salvadoregne che non vollero apprezzare la sua opera di pioniere della pace in El Salvador. 
Monsignor Rivera Damas dovette pascere la chiesa pellegrina di San Salvador in una stagione di conflitto bellico interno. Affrontò il suo ruolo di pastore innanzi tutto come propulsore dell’umanizzazione del conflitto. Questo voleva dire continuare a convincere le parti in conflitto, “in ogni occasione opportuna e non opportuna” come dice San Paolo (2 Tim. 4, 2), della necessità di porre fine al conflitto, ascoltando l’appello che con veemenza aveva fatto Monsignor Romero a far uso del dialogo, della comprensione e di accordi. Nella stessa direzione lavorò molto in difesa dei diritti umani. In questo settore fondò ‘Tutela Legal’, che lavorava secondo il sentire della Chiesa, con una assistenza speciale a coloro che denunciavano la sparizione di membri della propria famiglia.
 
L’attenzione alle famiglie rifugiate e agli sfollati interni a causa del conflitto fu un altro campo della sua particolare cura pastorale. A tale aspetto orientò il lavoro e il servizio del Segretariato Sociale dell’Arcivescovado. Uno dei centri che accolse rifugiati di guerra fu il Seminario Centrale di San José de la Montaña. In meno di un anno, la Chiesa di San Salvador ospitò non meno di 5.000 persone, allestendo più di 12 rifugi, in cui si offrivano servizi medici, psicologici ed educativi. Ricordo anche come la Comunità di Sant’Egidio inviò una grande quantità di aiuti molto utili, facendo arrivare a San Salvador tonnellate di alimenti e medicinali nel 1986. 
 
I rifugiati negli Stati Uniti, fuggiti da minacce di morte, furono un capitolo difficile per Monsignor Rivera Damas, perchè gli Stati Uniti riconoscevano come rifugiati politici e di guerra esclusivamente i nicaraguensi. I rifugiati salvadoregni non erano riconosciuti come tali dal governo statunitense, ma come gente che veniva a cercare condizioni di vita migliori. Di fronte alla rigidità del governo statunitense, Monsignor Rivera Damas si prodigò, fino ad arrivare al Presidente degli Stati Uniti, affinchè considerassero i salvadoregni alla stregua dei rifugiati del Nicaragua. 
 
Un altro contributo eccezionale che diede Monsignor Rivera Damas al processo di pace furono i molteplici scambi di prigionieri politici e invalidi di guerra. Con l’appoggio della Croce Rossa Internazionale, di alcuni diplomatici internazionali e molte volte con l’aiuto del vescovo tedesco Emilio Sthele, furono liberate decine di persone che, in alcuni casi, successivamente furono portate all’estero. Tra queste persone si contano civili, militari, cittadini di classe economica alta e anche di scarse risorse, dell’una o dell’altra fazione. In questo modo, i vescovi Rivera Damas e Monsignor Stehle volevano dimostrare che i loro interventi non nascevano da un protagonismo interessato della Chiesa cattolica, ma si trattava dell’umanizzazione della guerra e dell’avvicinamento delle parti in conflitto attraverso un servizio ecumenico e disinteressato da parte delle Chiese. 
 
Il 20 novembre 1989 le forze rivoluzionarie della guerriglia occuparono a mano armata l’Hotel Sheraton di San Salvador, in cui alloggiavano alcuni consiglieri militari degli Stati Uniti e lo stesso segretario generale dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), il signor Joao Baena Soares, che era giunto in El Salvador per appoggiare i negoziati di pace. Ancora una volta fu Monsignor Rivera Damas, insieme a Monsignor Stehle, a ottenere che i guerriglieri liberassero le persone detenute nell’albergo. 
 
2. Spegnere il fuoco acceso dalla guerra 
 
Monsignor Rivera Damas fu infaticabile nel fare appelli alla pace, all’avvicinamento delle parti in conflitto, al dialogo. 
 
I mezzi di comunicazione erano esclusivamente nelle mani degli imprenditori. Essi impedirono a Monsignor Rivera Damas di accedervi. L’Arcivescovo allora sfruttò i pochi mezzi di comunicazione di cui la Chiesa cattolica disponeva a San Salvador: radio YSAX e il settimanale  ORIENTACION. 
 
Prima della visita di Giovanni Paolo II in El Salvador, la prima nel 1983, il Papa nominò Arcivescovo di San Salvador Monsignor Arturo Rivera Damas. Il Papa mostrò in questo modo la grande fiducia che nutriva per Monsignor Rivera Damas, apprezzò la sua esperienza pastorale e approvò il modo straodinario in cui si era occupato dei problemi dell’Arcidiocesi di San Salvador nei due anni in cui l’aveva servita come semplice Amministratore Apostolico. Nominarlo Arcivescovo in quel momento era anche un segno innegabile di appoggio del Papa all’opera umanizzatrice del nuovo Arcivescovo.
 
Contribuirono ad accrescere l’opera pacificatrice di Monsignor Arturo Rivera Damas nel conflitto che divideva i salvadoregni, le tregue che riuscì ad ottenere tra i belligeranti: per esempio durante la visita del Papa in El Salvador, nel marzo del 1983; inoltre, le tregue che i combattenti si impegnarono a osservare ogni anno, dal 1983, in occasione del Natale e della Settimana Santa. Monsignor Rivera approfittava di queste opportunità per cercare di convincere gli uomini impegnati a combattere del fatto che, se era possibile, come dimostravano, rispettare tregue di 24 ore, perché non fermare la guerra per sempre?  
 
La mediazione che il Presidente Napoleón Duarte chiese a Monsignor Arturo Rivera Damas nel tavolo delle trattative che il Presidente accettò di istituire con i rappresentanti della guerriglia, dimostra il prestigio umano di cui Monsignor Rivera Damas godeva agli occhi dei politici e dei contendenti in materia di pacificazione. Per la Chiesa, il solo fatto che si sedessero attorno allo stesso tavolo le parti in conflitto, era un notevole progresso nella via della ricerca del cessate il fuoco, indipendentemente dal fatto che le conversazioni raggiungessero o meno risultati positivi. 
 
3. Eliminare le cause dell’incendio 
 
Il terzo aspetto dell’opera pacificatrice di Monsignor Arturo Rivera Damas fu, utilizzando le sue stesse parole, all’insegna dello “spegnere le cause dell’incendio”. Le cause non erano solo di carattere economico, sociale o politico, ma anche dovute al fatto che la popolazione era mal informata, disorientata, e di conseguenza estranea alla partecipazione alla ricerca della pace attraverso la ragione e l’umanità. Monsignor Rivera Damas cercava di colmare questo vuoto o di curare questa malattia attraverso l’omelia domenicale, la cui ultima parte era dedicata a fare una sintesi a partire dalla fede ma con la conoscenza dei fatti, delle loro cause e della realtà che viveva il paese. 
 
Il contributo più significativo dell’Arcivescovo Arturo Rivera Damas all’eliminazione delle cause del conflitto armato dei salvadoregni fu la convocazione di un Dibattito Nazionale. L’allora Rettore dell’Università Centroamericana José Simeón Cañas (UCA), padre Ignacio Ellacuria, salutò questa iniziativa come “uno degli avvenimenti importanti del 1988 in El Salvador”. 
 
Monsignor Rivera Damas considerava il Dibattito Nazionale come un meccanismo complementare al dialogo già intrapreso tra le forze governative e gli insorti, ma questo doveva puntare alla riconciliazione nazionale, doveva essere un ambito aperto a tutti i settori non coinvolti nel conflitto. Secondo l’Arcivescovo di San Salvador, il dialogo tra le forze coinvolte nel conflitto era necessario per trovare soluzioni per porre fine allo spargimento di sangue della nazione, ma bisognava anche mettere i cittadini nelle condizioni di cercare vie di pace. Monsignor Rivera Damas pensava che il Dibattito Nazionale potesse aprire spazi di dialogo per la pacificazione in settori sociali ancora inesplorati.
 
La prima reazione alla convocazione del Dibattito Nazionale non fu totalmente negativa: giunse dal Capo di stato maggiore delle Forze Armate, il generale Adolfo Blandón, il quale affermò che “qualsiasi dibattito che si porti avanti allo scopo di raggiungere la pace è degno di essere preso in considerazione, ed è una azione lodevole, soprattutto se lo fa la Chiesa cattolica” (El Mundo, 2 marzo 1987). Dopo le elezioni del 1988, lo spazio per il dialogo politico si ridusse, il che lasciava le mani libere alle parti del conflitto civile, con un maggiore spargimento di sangue tra la popolazione. In queste circostanze concrete si ripresentò il Dibattito nazionale proposto dalla Chiesa, come un timido tentativo di ricerca della pace, in mezzo a un mare terribile di violenza. Monsignor Rivera Damas era convinto che ai salvadoregni mancasse una visione umana della situazione, e che le forze in lotta sacrificassero gli interessi civili agli interessi di partito, per cui si dava più spazio alle forze egemoniche internazionali. I gruppi di estrema destra si opposero al Dibattito Nazionale convocato dalla Chiesa cattolica, definendolo incostituzionale, e accusarono la Chiesa di ingerenza negli affari politici del Paese. In contrasto con le organizzazioni di estrema destra, le organizzazioni popolari risposero positivamente all’invito della Chiesa al Dibattito Nazionale. La Conferenza dei vescovi del Salvador (CEDES) espresse, il 22 luglio 1988, il proprio sostegno all’iniziativa dell’Arcivescovo Rivera Damas, dichiarando che il Dibattito Nazionale era “un imperativo morale”. Il 23 luglio si dichiararono favorevoli al Dibattito Nazionale non meno di sessanta organizzazioni civili, di cui la maggiore parte erano corporazioni indipendenti e apolitiche. Lo fecero anche molte prestigiose università, tra cui spiccava l’Università Nazionale e l’Università Centroamericana José Simeón Cañas, gestita dai padri gesuiti. Il 3 e 4 settembre 1988 si tenne l’assemblea pubblica del Dibattito Nazionale nelle sale della Sagrada Familia, una delle prestigiose scuole cattoliche di San Salvador. Lo svolgimento fu semplice ed efficace. Nei giorni precedenti, i rappresentanti di 60 organizzazioni avevano discusso le 164 proposte contenute nel documento-sintesi, di cui 147 furono approvate dal 50 per cento delle organizzazioni partecipanti. Questo consenso mostrò la volontà politica di settori sociali e produttivi del Paese di ispirazione ideologica molto diversa. Il Dibattito Nazionale coronò i suoi sforzi il 23 settembre 1988, quando monsignor Arturo Rivera Damas consegnò al Presidente Duarte il documento finale. Stessa consegna fece poi ai dirigenti del FMLN, e ad altri settori politici del Paese, compresa l’estrema destra. Il Dibattito Nazionale aveva compiuto la propria missione. Non tutti vi parteciparono, ma anche i settori sociali che non avevano aderito compresero che, percorrendo tale via, si poteva trovare una soluzione all’aggrovigliato problema della violenza che viveva il Salvador di allora. In poche parole, il Dibattito Nazionale creò una coscienza.   
 

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