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5 Febbraio 2000

Visita del Presidente indonesiano Abdurrahman Wahid a Sant’Egidio

 
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Il presidente indonesiano Abdurrahman Wahid, a Roma il 5 febbraio nel corso di una visita ad alcune capitali europee, si è recato a Sant’Egidio per un incontro con la Comunità. 

Dopo un lungo e amichevole colloquio con il fondatore, Andrea Riccardi, a cui è legato da una amicizia di lunga data, Wahid ha incontrato la stampa e poi un folto numero di rappresentanti della Comunità. "Sono venuto a rendervi omaggio in occasione del vostro anniversario", ha tenuto a ricordare. Ed ha aggiunto: "Io mi sento molto ispirato da chi persegue il dialogo interreligioso, come la Comunità di Sant’Egidio, anche a costo di personale sacrificio e senza tornaconto personale. Come uomo di Stato e come credente sono convinto del ruolo che, alla soglia del terzo millennio, le fedi hanno per la riconciliazione tra i popoli."Wahid era già stato a Sant’Egidio nel 1996, in occasione dell’incontro interreligioso "La pace è il nome di Dio", cui aveva preso parte come leader della Nahdlatul Ulama, la più grande associazione musulmana dell’Indonesia.

 

6 febbraio 2000

Wahid da Papa: pace in Indonesia
«Negli scontri la religione non c'entra. Il generale Wiranto deve dimettersi»

 

Roma. Dopo i colloqui di venerdì con il presidente Ciampi e il premier D'Alema, ieri l'incontro in Vaticano con Giovanni Paolo II. È stata un'agenda fitta di impegni ad alto livello, quella che ha scandito le giornate romane di Abdurrahman Wahid, presidente indonesiano che incarna le speranze di una transizione pacifica in un Paese dilaniato dopo la crisi di Timor Est. Islamico moderato e "laico", 59 anni, Wahid si è fatto carico di una transizione difficilissima, nonostante i problemi di salute. Nel pomeriggio trova tempo per incontrare la Comunità di S.Egidio, con cui è in contatto dal '91 per gli incontri di dialogo interreligioso. Dopo il colloquio con il Papa, è seguito un incontro col segretario di Stato, cardinale Angelo Sodano.

«Nel corso dei colloqui - informa la Sala Stampa vaticana - si è avuto uno scambio di opinioni sulla situazione attuale in Indonesia, con particolare riguardo al dialogo interreligioso e alla pacifica convivenza fra le varie comunità del Paese. Si è accennato inoltre alla situazione esistente nelle due parti dell'isola di Timor e nel continente asiatico in generale».

Presidente Wahid, come è andato il colloquio con il Papa? Ha ricevuto un incoraggiamento alla sua opera?

Il Papa è molto brillante. Abbiamo parlato della necessità di trovare soluzioni pacifiche ai problemi. Sua Santità è in salute, certo è molto anziano, va detto. Ma è sorprendente come pianifichi un uomo avanti negli anni come lui: come il viaggio in Terra Santa, un passo difficile. Bisogna avere rispetto per persone come il Papa che si adoperano per attuare il loro pensiero nelle diverse situazioni.

Gli eventi a Timor Est e nelle Molucche sono stati rappresentati spesso in Occidente come un conflitto tra cristiani e musulmani. È davvero così?

Cristianesimo e islamismo in questo momento sono manipolati da gente che ha ambizioni politiche. Proprio per questo servono soluzioni pacifiche, per evitare che queste persone ottengano i loro scopi. Sarebbe pericoloso per tutta la nazione. Bisogna invece trovare il modo per raggiungere gli obiettivi in maniera pacifica. Il nostro governo è improntato al massimo della tolleranza, ma non accetteremo secessioni. È innegabile che c'è chi vuole lo scontro, ma questo non c'entra con la religione, e va fermato. I disordini sono opera di una minoranza che andrà scoraggiata. Dobbiamo arginarla legalmente. Anche se sarà dura, ho fiducia che potremo trovare una soluzione pacifica ai problemi del mio Paese.

Lei è osteggiato anche da alcuni settori islamici. Si ritiene un uomo coraggioso?

Tra i miei avversari - dice sorridendo - c'è chi mi chiama "crislamico". Come uomo di Stato e come credente sono convinto del ruolo che, alla soglia del terzo millennio, le fedi hanno per la riconciliazione tra i popoli. Sto incoraggiando incontri tra cristiani e musulmani, come avvenuto nelle Molucche dove ci sono state celebrazioni comuni per le festività, cristiane e islamiche. Mi sento ispirato da chi persegue il dialogo interreligioso, come la Comunità di S.Egidio, anche a costo di personale sacrificio e senza tornaconto personale. Coraggio? Hemingway diceva che "il coraggio è solo la Grazia sotto pressione". Sono abituato ad avere chi mi manifesta contro, purché lo faccia in modo civile.

E il generale Wiranto? La Commissione d'inchiesta da lei incaricata lo ha indicato, con altri generali, come moralmente responsabile dei crimini commessi dalle milizie filoindonesiane a Timor Est dopo il referendum per l'indipendenza del 30 agosto. Darà le dimissioni da ministro per la Sicurezza?

Spero che si dimetta prima che io torni nel mio Paese. Ma se al mio arrivo non si sarà ancora ritirato, attueremo ciò che abbiamo già deciso nel governo. Chi è perseguito dalla Corte o è sotto procedimento, deve essere inattivo e rimpiazzato. Se poi sarà riconosciuto colpevole, ciò che sarà deciso dal giudice, noi lo attueremo.

Quali risultati spera di ottenere dalla sua visita in Italia?

L'Italia è una grande fonte di ispirazione per l'Indonesia. Marchi italiani quali Fiat, Lambretta, Vespa, Ducati sono sinonimo di beni durevoli, di prodotti di qualità. Noi amiamo l'Italia e speriamo che questi rapporti possano portare al nostro Paese contenuti di alta tecnologia come valore aggiunto, perché possiamo imparare molte cose da voi. Certo l'Indonesia ha bisogno di un aiuto internazionale.

Dopo gli accertamenti della Commissione d'inchiesta indonesiana, è cambiato il suo approccio con l'Australia?

Come ho già detto al ministro degli Esteri australiano, dobbiamo lasciarci alle spalle il passato e guardare al futuro. Non ha senso fissarsi su ciò che hanno fatto gli australiani e gli indonesiani. Toccherà agli storici e al loro lavoro di ricerca. Più tardi, non adesso.

 

Luca Liverani

 

 

7 febbraio 2000

Wahid: «Siamo pronti a perdonare Suharto»
Il nuovo presidente indonesiano: «Lotta ai corrotti, ma l’ex dittatore resta un simbolo istituzionale»

 

ROMA — Conflitti etnici e religiosi, spinte separatiste, voragine del debito estero, milioni di disoccupati, irrequietudine delle forze armate: il quadro dell'Indonesia è cupo come le nuvole che anneriscono il cielo nella stagione delle piogge. La transizione alla democrazia, dopo la dittatura di Suharto, ha portato l'arcipelago (duecento milioni di abitanti, quarto Paese al mondo) sull'orlo della disgregazione. Ma l'uomo che lo guida appare sereno e fiducioso.

Abdurrahman Wahid, 60 anni, primo presidente eletto democraticamente, sembra incarnare tradizione ed esotismo del Paese. Malandato in salute, quasi cieco, accompagnato nel viaggio in Asia ed Europa dalla moglie, costretta sulla sedia rotelle da un incidente, e dalla figlia, Wahid è il prevalere della ragione sulla forza e sull'handicap: è un messaggio umano, di tolleranza e saggezza, che oltrepassa i confini della politica.

Quando si parla di Indonesia, molti osservatori usano il concetto di «balcanizzazione». C'è questo rischio? Come mantenere l'«unità nella diversità», caratteristica che accompagna la storia del suo Paese?

«Molte notizie vengono esagerate. L'Indonesia è uno spazio come la distanza fra Londra e Ankara. Ciò che accade in mezzo non coinvolge tutto il Paese. I conflitti locali sono anche la conseguenza del passato, ma le cose stanno cambiando. Il mio breakfast è diventato luogo d'incontro con leader locali. Le province sanno che la loro voce è ascoltata al più alto livello e che non sono necessarie armi e violenza per i propri diritti. In passato, tutto il potere era nelle mani del governo centrale. Ora stiamo applicando le leggi sulle autonomie. Un primo passo è la riforma fiscale, per rovesciare la percentuale di tasse versate al governo centrale: non più il 75 per cento, ma il 25 per cento».

Lei parla di codardi che tramano, di persone coinvolte nei disordini. A chi allude?

«Ci sono politici, generali, personalità che urlano dietro le spalle e quando mi incontrano si dichiarano leali. Ma conosco i miei generali. So che sono leali verso il governo. Anche il generale Wiranto (l'attuale superministro per la sicurezza che ha rifiutato le dimissioni richieste dallo stesso Wahid, ndr) lo è. Sono da giorni fuori dal mio Paese: non è successo nulla. Ho chiesto a Wiranto di dimettersi in seguito all’inchiesta su Timor Est, ma questo non significa che non sia leale».

Lei è anche il leader spirituale dei musulmani, la comunità più numerosa in Indonesia. Si sono avvertite spinte radicali che hanno accentuato il conflitto con le altre religioni.

«I radicali esistono, non soltanto in Indonesia. Ma in molte situazioni si avverte un miglioramento dei rapporti. Dobbiamo fare i conti con autorità locali che in qualche caso hanno ambizioni personali e fomentano la tensione. Nelle Molucche abbiamo preso contromisure. Ho dato ordine di perquisire le case e sequestrare tutte le armi. Ad Ambon ho fatto sostituire il comandante militare».

La sua presidenza è nata all'insegna dei diritti umani e della lotta alla corruzione. Ma questo si scontra con i vecchi privilegi e minaccia la riconciliazione del Paese. L'attendono scelte difficili. Processerete la famiglia Suharto?

«Occorre distinguere fra responsabilità civili e simboli istituzionali. Credo che l'ex presidente e l'ex vice presidente, sottoposti a giudizio, dovrebbero essere perdonati. Quanto alla corruzione, siamo impegnati in un'opera di pulizia, attraverso leggi e confische. Di questo dovranno rispondere tutti. E' nostro dovere combattere i monopoli e non tollereremo più situazioni di questo tipo».

L'Indonesia ha bisogno del ritorno dei capitali e di investimenti internazionali. Ma la comunità finanziaria chiede garanzie di stabilità e buon governo. Crede che bastino i buoni propositi?

«Libero mercato, competizione globale e rapporti internazionali sono la direzione dell'economia indonesiana. Credo che la comunità internazionale abbia compreso i nostri sforzi. Aggiungo che chi aspetta troppe garanzie rischia di arrivare in ritardo».

Qual è il significato dell'imminente impegno diretto della Comunità di S. Egidio in Indonesia?

«E' un contributo al dialogo interreligioso. Ci aspettiamo molto dalla lunga esperienza della Comunità in questo campo».

La tragedia di Timor Est ha offuscato l'immagine dell'Indonesia. Fonti indipendenti sostengono che il numero delle vittime sia largamente inferiore alle stime. Si parla di meno di 200 morti. Qual è il suo giudizio?

«Aspettiamo i risultati ufficiali delle inchieste. Mi preparo ad incontrare Gusmao (il leader degli indipendentisti, ndr) per l'inaugurazione dell'ufficio di rappresentanza dell'Indonesia a Timor Est. E' un incontro importante».

 

Massimo Nava

 

 


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