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16 Agosto 2004

Réportage: in Albania con gli amici della Comunità di Sant'Egidio che ci raccontano l'estate di solidarietà

 
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Dai primi giorni di luglio, in tutta l'Albania, settimane di amicizia e intenso lavoro si sono susseguite nel Paese da nord a sud, coinvolgendo migliaia di persone: Scuole della Pace, ambulatori, vacanze con i malati dell'ospedale psichiatrico. 
Per animare queste attività, sono arrivati in tanti, giovani e meno giovani, della Comunità di Sant'Egidio. Hanno raggiunto la periferia delle città e villaggi i cui nomi non sono noti ai più e vi hanno trascorso settimane ricche di calore e di amicizia. 
Abbiamo raccolto i racconti di alcuni di questi amici e, con loro, ci affacciamo anche noi sull'estate di solidarietà in Albania.

 

Le Scuole della Pace

Walter: Era il primo anno che andavamo a Kenet, un quartiere di baracche alla periferia di Durazzo. Al nostro arrivo non conoscevamo molti bambini, ma appena abbiamo iniziato le attività, sono arrivati in tanti. La prima mattina erano circa 100, il pomeriggio oltre 200. Alcuni, in particolare i più grandi, non sono mai andati a scuola e non sanno ancora né leggere né scrivere. Tra loro non posso dimenticare Elton, di 8 anni, che ha perso alcune dita di una mano per una mina antiuomo nella regione di El Basan. La sua gioia è per me un invito e un impegno a tornare.

Francesco: Anche a Pogradec abbiamo fatto la Scuola della Pace per la prima volta. E' una cittadina di 11.000 abitanti, nel sud dell'Albania, sulle rive del lago di Ohrid. Pogradec, l'anno scorso, ha aderito alla manifestazione internazionale "Città per la Vita" e per questo ci hanno invitato a fare educazione alla Pace, nella scuola "Essat Minarolli".

Alessandro: Abbiamo svolto un programma di educazione alla pace basato sull'apprendimento del linguaggio, delle regole dell'amicizia e della comprensione di alcuni gravi problemi che vivono i bambini in molti paesi poveri dell'Africa.

Francesca: Invece a Scutari la Scuola della Pace estiva ormai è una tradizione. Ed è commovente vedere come i bambini, nonostante siano veramente poveri, si sentano coinvolti nel sogno di aiutare gli altri. Nessuno è così povero da non poter aiutare un altro: ce lo hanno mostrato con il loro impegno. Nei giorni della Scuola della Pace hanno costruito pupazzi di cartapesta e li hanno venduti per raccogliere fondi per il programma di lotta all'AIDS in Africa.

Filippo: A Laknas, nella periferia nord di Tirana, la Scuola della pace è stata ospitata nella scuola statale. I banchi e le sedie dell'edificio sono stati donati nel 2002 dalla Comunità di Sant'Egidio, con il contributo del governo giapponese. Durante i giorni passati insieme alla Scuola della pace i bambini hanno riflettuto sui problemi del mondo, sulla fame, la guerra, il lavoro minorile, il diritto allo studio, la povertà, realizzando una grande installazione - l'Albero della pace - che hanno donato alla scuola.

Anna: A Tirana, nelle baracche costruite lungo gli argini del fiume, nel quartiere di Selite, vivono molte famiglie rom, in condizioni di grande povertà. La maggior parte dei bambini non è scolarizzata. Inoltre, per portare a compimento la sistemazione dell'argine del fiume, nell'ambito del grande progetto di riqualificazione della città, sono state abbattute le baracche dove vivevano alcune di queste famiglie: adesso sono in tanti ad essere senza una casa. Una donna rom, Silvie, ha fondato un'associazione per l'aiuto ai bambini rom della città. Si chiama "Zemra e Nënës" (cuore di mamma). Nella sua casa ha realizzato una piccola scuola dove due maestre fanno, gratuitamente, lezione a circa 60 bambini e adolescenti; al termine della lezione ad ognuno viene offerto il pranzo. Per molti di loro, è l'unico pasto della giornata.
Da gennaio, aiutiamo l'associazione comprando il pane ed altri alimenti per il pranzo dei bambini. In queste settimane di Scuola della Pace, abbiamo portato una ulteriore integrazione alimentare e stoviglie nuove.

Simone: Un censimento effettuato dalla Comunità ha rivelato che tanti bambini non sono mai stati registrati all'anagrafe, per i motivi più diversi. Quindi ufficialmente "non esistono". Abbiamo avviato le pratiche per la registrazione di diciotto di loro: e' il primo passo per iscriverli a scuola.

Anna: Anche a Lezha molti dei bambini della Scuole della Pace erano rom. E' importante farli stare insieme agli altri, abbattere il muro di diffidenza che li divide. Giocando e lavorando insieme nascono tante amicizie.
Con i più grandi abbiamo parlato della condizione dei bambini nel mondo: della schiavitù, dei bambini soldato. Hanno scritto una lettera ai giornali , un appello: "Vi preghiamo perché questi bambini possano vivere la loro fanciullezza allo stesso modo in cui vivono i loro amici in tutto il mondo."

Francesca: Siamo tornati anche nel villaggio di Samrish (Dajc), dove in tanti ci conoscono e ci aspettano. Ad agosto il villaggio si riempie di giovani immigrati che tornano per le vacanze dall'Italia, dove lavorano in fabbrica. Così sentendo cantare in italiano ci si affaccia a scuola, ci si ferma, qualcuno si offre per tradurre… alla festa finale eravamo in tanti a darci appuntamento per la prossima estate.

 

L'ambulatorio di Fisioterapia

Luigia: Anche quest'anno abbiamo visitato i bambini seguiti dal nostro ambulatorio di fisioterapia di Lezha. Sono 30 bambini, con cui tutto l'anno lavora il personale albanese che noi abbiamo formato.
È stato bello rivedere i nostri bambini, di cui alcuni molto migliorati: Daniel, in cura da due anni per una grave forma di poliomielite, ha cominciato a camminare. Che gioia vederlo venirci incontro, tutto fiero!

Maria: Anche Romina, che abbiamo conosciuto dalla nascita, aveva molti problemi. Ma oggi, a 6 anni, cammina da sola e si fa capire benissimo.

Francesca: Uno dei risultati più importanti è che l'ambulatorio è diventato un punto di riferimento in Albania. Mi ha colpito conoscere un bambino di 5 anni, assai grave. I genitori vengono da lontano. Li hanno indirizzati a noi i medici dell'ospedale di Tirana. È stato molto importante parlare con i genitori e aiutarli a comunicare con lui. Tutta la famiglia in questi giorni ha ritrovato il sorriso!

 

L'Amicizia con i malati psichici

Walter F. Parlare della nostra amicizia con i malati dell’ospedale psichiatrico significa addentrarsi nel descrivere una comunicazione fatta di sguardi, gesti, segnali di amicizia. La nostra presenza infatti è segnata da tante piccole attenzioni: le medicazioni, un aiuto nell’igiene personale, cantare insieme. Uscire per la città.
Per un mese, abbiamo cercato di fare ogni giorno una visita, una passeggiata, di creare le occasioni per comunicare. E piano piano silenzi antichi si sciolgono, D. chiede una canzone, G. ti tiene a lungo la mano, lui che non voleva essere avvicinato da nessuno. Sia noi che loro, infatti, stiamo diventando specialisti di comunicazione non verbale, con gli occhi, con il sorriso, cercando di trasmettere la speranza di una vita ritrovata per ognuno di loro.


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