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1 Ottobre 2000

Roma - Sofia Kostis

 
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Domenica 1 ottobre mattina, nella casa alloggio di Magna Grecia a Roma, è morta Sofia Kostis, addormentandosi serenemente, circondata dai suoi amici più cari. Sofia aveva quasi 95 anni. Greca, era arrivata a Roma durante la guerra del Libano, insieme ad un gruppo di anziani dello Chouf ed era stata accolta dalla Comunità. Da dodici anni viveva nella casa alloggio di Magna Grecia.

Sofia Kostis

 

Sofia Kostis era venuta a Roma nel maggio del 1984, durante la guerra civile in Libano, assieme ad un gruppo di anziani libanesi che la Comunità si offrì di ospitare, in seguito alle sue relazioni di amicizia con la Chiesa greco-melkita e in particolare con il suo Patriarca Maximos V Hakim.

Tutti avevano perso la casa e provenivano dalla zona dello Chouf che in quei mesi era stata particolarmente interessata dai bombardamenti.

La Comunità seguiva ormai da tempo l'evolversi della situazione dei gruppi di cristiani che erano rimasti isolati sulle montagne libanesi a causa del conflitto e aveva anche intrapreso alcune iniziative di dialogo per rompere l'assedio di quelle popolazioni da parte dei drusi. Qualche tempo prima, durante un incontro con Walid Jumblatt, leader dei drusi libanesi, la Comunità si era adoperata per la cessazione dell'assedio e la liberazione di quei villaggi cristiani assediati.

Nel gennaio del 1984 arrivò un primo gruppo di 19 anziani, accompagnati da due suore: se ne aggiunsero altri nei mesi successivi fino ad arrivare a 30 e furono ospitati in una casa in Via della Cisterna a Trastevere.
Erano melchiti e maroniti di diverse estrazioni sociali. All'arrivo a Roma avevano ancora nelle orecchie il rumore sordo delle bombe e nel cuore il dolore per i familiari perduti nei combattimenti.

La Comunità li ospitò finché il conflitto non ebbe fine: gran parte di loro entro un anno poté tornare in Libano, come Emile, professore di liceo e la moglie Emilie o Georges e Hanna pastori dello Chouf. Altri rimasero più a lungo, come Karim e Afife. Edouard, barbiere di Suk el Garb, e Philip dopo una lunga malattia sono morti a Roma con la nostalgia del loro paese che non avrebbero più visto. Qualcuno ora vive negli Stati Uniti o in Canada come Amira e Linda dove hanno raggiunto i figli, emigrati dopo la guerra.

Sofia era l'ultima del gruppo, rimasta a Roma perché non aveva più nessuno. Infatti anche Sofia, come gli altri, aveva perduto tutto durante i bombardamenti. Dopo che il figlio, giovane combattente, era stato ucciso in uno scontro a fuoco davanti alla porta di casa, era rimasta completamente sola.

La storia di Sofia è intrecciata alla storia di quella parte del Mediterraneo che nel Novecento ha attraversato tanti periodi di crisi ed è stata contrassegnata dalla sofferenza dell'esilio, dalla guerra, dalla rottura della coabitazione tra genti diverse.

Sofia aveva vissuto la sua infanzia tra la Grecia, dove era nata nel 1905, e Istanbul, seguendo le vicende della comunità greca in Turchia. Orfana di entrambi i genitori, viveva con la nonna e fin da piccola aveva imparato il turco, l'armeno, il francese: le lingue che si parlavano ad Istanbul.

Ma dopo la prima guerra mondiale iniziò il rimpatrio forzato dei greci e di quel periodo Sofia ricordava l'orrore della persecuzione turca, gli incendi delle case, la fuga e infine l'esilio.

Al ritorno in Grecia ebbe la possibilità di andare a studiare in Francia, dove rimase fino ai 18 anni. A vent'anni andò sposa ad un ingegnere libanese e si trasferì a Beirouth. L'impatto con questo nuovo mondo non fu per lei facile: pur parlando correntemente l'arabo non si sentì mai a casa sua. L'ambiente libanese, più tradizionale di quello in cui aveva vissuto fino ad allora, le imponeva limitazioni e consuetudini a cui non era abituata. Nonostante questo, furono forse quelli i suoi anni più felici. I frequenti spostamenti del marito la portarono in altri paesi del mondo arabo, ma anche di nuovo in Europa e negli Stati Uniti. Raccontava di una vita di benessere, dei viaggi, della sua passione per il ballo e la moda.

Ma le guerre non cessarono di segnare la sua vita: dapprima la seconda guerra mondiale, durante la quale restò vedova e perse i fratelli nella Grecia occupata dai tedeschi, più tardi la guerra arabo-israeliana.
L'ultima, la guerra in Libano negli anni Ottanta, l'aveva particolarmente segnata perché le aveva portato via tutto: la casa, tutti i suoi averi e infine il figlio, l'ultimo familiare che le era rimasto.

Gli ultimi sedici anni della sua vita a Roma con la Comunità sono stati per lei l'approdo che aveva sempre cercato e la stabilità di una nuova famiglia, della quale aveva imparato perfettamente la lingua, anche quella del cuore.

Nei dodici anni di convivenza nella casa alloggio di Via Magna Grecia ha trovato la risposta al suo bisogno di aiuto, di compagnia e di amicizia, che tante volte le era mancato ma anche al desiderio di serenità e di pace che ha attraversato tutta la sua vita.

 


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