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20 Giugno 2015

COMUNICATO STAMPA

Nella Giornata Mondiale del Rifugiato non dimentichiamo le guerre all'origine degli arrivi sulle nostre coste

Convegno su Seyfo, la strage dimenticata di siriaci, caldei e assiri di un secolo fa. Arrestare gli attuali conflitti che stanno replicando ai giorni nostri gli stessi orrori. La responsabilità della comunità internazionale. Sant’Egidio lancia 5 proposte per i profughi

 
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Nella Giornata mondiale del rifugiato si è svolto a Roma un convegno per ricordare "Seyfo", in siriaco "spada", (VAI ALLA NEWS) con la partecipazione dei massimi esperti di quei massacri dei cristiani di cento anni fa, insieme al Patriarca della Chiesa Siro ortodossa Ignatius Aphrem II, che venerdì ha incontrato Papa Francesco.

Negli interventi di storici e religiosi è risuonata anche l'eco di ciò che sta avvenendo ai nostri giorni  in Siria e Iraq, nelle stesse zone dove cent'anni fa non furono massacrati solo gli armeni ma anche i cristiani delle altre confessioni.

Ricordare per non ripetere ma anche per chiedere alla comunità internazionale di percorrere ogni strada per fermare i conflitti in corso: è possibile farlo o almeno imporre una tregua umanitaria in alcune zone, a partire da Aleppo, in Siria, che anche in questi giorni ha subito pesanti bombardamenti con nuove vittime fra i civili, cristiani e musulmani. E’ irresponsabile non fare nulla attendendo gli eventi.

Per i rifugiati - "ostaggi in patria, orfani nella diaspora ", come si è detto nel corso del convegno - occorre oggi una nuova cultura dell'accoglienza in Europa e nuove misure, che salvino vite umane e facilitino l'integrazione. Al tempo stesso è necessario intervenire per prevenire le cause dell'abbandono forzato per le guerre o la fame, senza dimenticare il preoccupante fenomeno degli sfollati ambientali.

 Cinque proposte per i profughi

Si sono registrati oltre 25mila morti nei “viaggi della speranza” verso l’Europa dal 1990 ad oggi: sono dati impressionanti.

La cosiddetta "emergenza immigrati" è una percezione falsa della realtà, ha sottolineato nei giorni scorsi il presidente di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo. Anche se si è parlato molto in questi giorni dei migranti (meglio sarebbe dire profughi) alla frontiera di Ventimiglia o alle stazioni di Roma e Milano, si tratta in realtà di numeri contenuti, non così difficili da gestire.

Peraltro, anche i dati più recenti mostrano che non c'è un'emergenza immigrazione: nel 2013 i 28 Paesi dell’Unione Europea hanno registrato, rispetto ai due anni precedenti (2011-2012), una diminuzione di 300 mila domande di ingresso per motivi di lavoro e un contemporaneo aumento di circa 300 mila domande di asilo. Il saldo è quindi pari.

Sant’Egidio è in prima linea nell’accoglienza e negli aiuti di prima necessità a coloro che sbarcano sulle nostre coste e in questi giorni ha visto aumentare sensibilmente anche la solidarietà degli italiani nei confronti. Ma occorrono alcuni interventi importanti.

Le proposte della Comunità di Sant'Egidio per i profughi in 5 punti

Sponsorship da parte di associazioni, Chiese, privati per richiedenti asilo: si chiama direttamente dal Paese di provenienza (si può cominciare con Siria e Iraq, attraversate dalla guerra) evitando i rischiosissimi viaggi della speranza. Lo sponsorshipgarantirebbe accoglienza e assistenza per il rifugiato

Humanitarian desk: accoglienza da parte di alcuni Paesi europei (o da parte dell’Unione) dei richiedenti asilo già arrivati in alcuni Paesi, come Marocco o Libano. Si tratta di persone che sono già uscite dal loro Stato, hanno già fatto una parte del viaggio, ma eviterebbero comunque l’ultimo tragitto, quello in mare.

Modificare gli accordi di Dublino allargando le maglie che obbligano a chiedere asilo solo ai Paesi di arrivo. Occorre ricordare che molti casi potrebbero essere risolti con i ricongiungimenti familiari.

Visti per motivi umanitari per chi non è ancora entrato in Europa: è previsto dall’articolo 25 del regolamento europeo. Ogni Paese può concederli autonomamente.

Permessi per motivi umanitari per coloro che sono già in Italia. E’ una decisione che può prendere il presidente del Consiglio con un decreto. Dà la possibilità di lavorare. E’ successo già per alcune nazionalità, come per esempio gli albanesi che oggi sono largamente integrati in Italia (ma anche per ex jugoslavi, tunisini ecc.)

 


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