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10 Novembre 2000

Roma - La visita del patriarca supremo degli armeni, Karekin II, alla Comunità di Sant'Egidio

 
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La basilica di Santa Maria in Trastevere ha accolto, venerdì 10 novembre, un eccezionale momento di incontro e di preghiera con il patriarca catholicos di tutti gli armeni, Karekin II, e numerosi vescovi, accompagnati dal card. E.I. Cassidy, da mons. Kasper e dal Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani.
E' stata una visita nel segno della lunga amicizia che lega la Comunità di Sant'Egidio alla Chiesa armena, come è stato ricordato nel saluto del prof. Andrea Riccardi e nelle parole del patriarca, che ha voluto comunicare alla Comunità il sogno di accogliere l'anno prossimo, in occasione dei 1700 anni dal battesimo del popolo armeno, una "riunione di famiglia" di tutti i cristiani.

11/11/2000

L'INVITO - Il Patriarca nell'incontro con la Comunità di Sant'Egidio
«Nel 2001 i cristiani insieme nella nostra terra di martiri»

 

 

Roma. «Che il millennio della divisione lasci il posto al millennio della convergenza». Sotto ai mosaici della basilica di Santa Maria in Trastevere, a Roma, gremita anche nelle cappelle laterali, le parole del catholicos Karekin II - per la prima volta a Roma, accompagnato qui dal cardinale Cassidy e da monsignor Kasper - avevano la forza di una storia di amicizia che si arricchisce di una pagina importante. È la storia di amicizia che lega già dagli anni del comunismo e della sofferenza del terremoto la Comunità di sant'Egidio e la Chiesa armena. Solidarietà e vicinanza in tempi di isolamento, cresciuta nelle visite del predecessore Karekin I, in viaggi, preghiera, aiuto reciproco. Ha radice qui la scelta del catholicos di partecipare alla preghiera serale della comunità, dove ieri sera è risuonato il canto del Padre nostro in armeno, assieme alla preghiera dei dodici apostoli.

Tra i presenti c'era chi aveva partecipato lo scorso anno all'incontro ecumenico nel duomo di Genova, quando il canto armeno e la meditazione del patriarca Mesrob Mutafyan avevano animato l'invocazione alla pace dei cristiani di ogni denominazione lì radunati nello «spirito di Assisi». Altri ricordavano i tre alberi di olivo piantati, nel giardino del Patriarcato armeno a Gerusalemme, dal cardinale Etchegaray e dal patriarca Torkom assieme ai rappresentanti della altre Chiese cristiane e delle religioni abramitiche: un segno, un sogno che ancora impegna a cercare le vie della coabitazione.

Da dove nasce questo affetto profondo tra questi «amici dei poveri» radicati nella Chiesa di Roma e questa antica chiesa cristiana, fondata dagli apostoli Taddeo e Bartolomeo? Andrea Riccardi ha indicato nell'amore della Bibbia l'origine della forza della Chiesa armena, che esce non solo da un difficile Novecento, da una lunga storia di prove, come le invasioni persiane che ne impedirono la partecipazione al Concilio di Calcedonia: «È la forza della preghiera che si fa liturgia; è la forza di un popolo credente che ha accolto la parola di Dio nelle sue viscere e ne ha fatto la propria anima, un dono per tutti i cristiani».

Il patriarca ha ripercorso l'amicizia sincera del suo predecessore con la Comunità e con tutta la Chiesa di Roma, come mostra la storica dichiarazione congiunta firmata nel dicembre 1996 da Giovanni Paolo II e Karekin I. E proprio l'«incarnazione», centro del Giubileo, ha poi proposto come chiave di lettura dell'impegno di amore per gli ultimi e per la pace della Comunità e come programma di tutti i cristiani nel secolo che si apre: «Quando parliamo di dignità umana - ha detto -, di priorità del diritto sulla forza, di preziosa innocenza dei bambini, di cura dei poveri e di chi è ai margini - in mezzo a migliaia di altre cose - noi parliamo il linguaggio di Gesù Cristo». Nelle parole del patriarca anche l'eco della gioia per il dono della reliquia di San Gregorio l'Illuminatore. «La caduta delle barriere all'interno della Chiesa non avverrà in una notte - ha commentato -. Ma può avvenire, deve avvenire, se rimaniamo fedeli all'unità spirituale che già condividiamo sotto la guida divina del cristo».

Alle soglie dei 1700 anni dalla fondazione della prima Chiesa armena come Chiesa nazionale, a Santa Maria in Trastevere Karekin II lanciato un auspicio che ha il sapore di un invito: «Che meraviglioso anniversario sarebbe se la piccola terra armena potesse essere il luogo di una "riunione di famiglia" della Chiesa cristiana, dove tutti i membri sparsi - da oriente e occidente, dal nord e dal sud - potessero incontrarsi insieme per dare il segno e fissare il tono di una nuova e gloriosa epoca». Difficile non cogliere nelle parole dell'«altro oriente» - come amava chiamare la Chiesa armena il patriarca Atenagoras - una consonanza con il desiderio di unità di Giovanni Paolo II e il cammino di questo anno giubilare.

Mario Marazziti

 


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