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20 Novembre 2000

San Francisco - Prima Convention per una strategia comune contro la pena di morte

 
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Dal 16 al 19 novembre si è svolta a San Francisco la Convention "Un impegno per la coscienza: costruire una strategia comune per mettere fine alla pena di morte". Si è trattato della più larga conferenza mai convocata tra tutti i movimenti e le personalità più coinvolte nella campagna di abolizione della pena di morte, per realizzare un'azione comune. Ne è stata promotrice la Comunità di Sant'Egidio, rappresentata da Mario Marazziti, insieme a Death Penalty Focus, e ad altre importanti associazioni abolizioniste americane.

22/11/2000

SAN FRANCISCO - Animata assemblea dei gruppi abolizionisti, proposta una moratoria
«Processo» alla pena di morte: anche in America crescono i no.

 

San Francisco. Per la prima volta da tempo immemorabile, tutti i gruppi americani che si battono contro la pena di morte si sono radunati insieme. A San Francisco, California. I delegati non credevano ai loro occhi. Sono arrivati anche a piedi da San Diego. Con i camioncini dipinti con la bandiera americana e "No to death penalty" (No alla pena di morte) scritto dappertutto. In aereo, anche dal Canada e dalla Germania. In tutto, erano un migliaio, impegnati per quattro giorni, nel Centro congressi Cathedral Hill, con l'obiettivo di uscire da un isolamento che è insieme la forza e la debolezza del movimento americano.

E' la forza di gente che a tempo pieno gira l'America, come George White e Bill Pelke, che spiegano con forza commovente, come possono farlo solo i parenti delle vittime, che l'unica soluzione è "love and compassion". Ma è anche la debolezza di associazioni slegate dalle altre, impegnate in un singolo caso, oppure radicate solo nel proprio Stato, e che quindi a fatica hanno la percezione di quello che accade fuori.

A San Francisco le parole che si sono sentite più volte sono: «Evento storico», «straordinario», «svolta». L'entusiasmo è giustificato: è davvero una «prima volta». E lo si vede dai promotori: Death Penalty Focus, National Coalition for Abolition, American Friends Service Committee e la Comunità di Sant'Egidio. Da incontro panamericano si è trasformato in incontro internazionale, con gli echi della campagna promossa dalla Comunità, che dall'Europa è arrivata a coinvolgere 132 Paesi.

Si alternano i militanti più noti negli Usa di questa campagna per la vita e i diritti umani, da Vance Lindsay a Pat Clarke a sister Helen Prejean. A San Francisco si è percepito che la discussione sulla pena capitale in America è uscita dal monolitismo. La stessa campagna elettorale, con George Bush governatore-record con oltre 100 esecuzioni nel suo mandato, sul tema ha registrato toni meno accesi del solito. Tutti i candidati si sono espressi a favore della pena di morte, ma con una maggiore enfasi sulla certezza della colpevolezza. Solo cinque anni fa il sostegno indiscriminato alla pena capitale era dell'80 per cento, mentre adesso è sceso al 64-66 per cento. Se si tratta di una persona arrestata per la prima volta, si passa al 48, e sempre sotto la metà degli americani si arriva quando si parla di misure alternative, come la detenzione a vita. Se l'ergastolo è associato alla possibilità di lavorare, di produrre ricchezza utile a mantenere se stessi e a contribuire a programmi contro la povertà, si supera il 57 per cento di favorevoli alle misure alternative.

Il clima ha iniziato a cambiare quando il governatore Ryan ha dichiarato una moratoria in Illinois per l'inquietudine dell'enorme numero di detenuti, da anni nei bracci della morte, che sono stati rilasciati perché innocenti. Nell'ultimo anno sei Stati hanno avviato un riesame dei sistemi di pena e quattro discutono una moratoria simile a quella che viene da Chicago.

Il senatore Feingold ha proposto una moratoria a livello federale e proprio ieri la stessa richiesta, sotto forma di petizione, è venuta da un gruppo di personalità vicine al presidente Clinton. Intanto, all'unanimità i vescovi cattolici hanno approvato un documento contro la pena di morte e per una revisione dell'intero sistema giudiziario americano sotto il segno della riabilitazione.

Cresce l'imbarazzo, tra i sostenitori, per gli errori giudiziari, le discriminazioni sociali e razziali che si accompagnano a questa pratica disumanizzante. «È meglio essere colpevole e bianco che essere innocente e nero»; il ritornello non ha bisogno di spiegazioni, visto che su 10 giustiziati 9 sono neri o di minoranze etniche e uno è bianco. Otto americani su 10 pensano che un innocente è stato giustiziato negli ultimi cinque anni e molti sono infastiditi del fatto che il loro Paese è quello che ha giustiziato il maggior numero di minori.

Si potrebbe continuare. A portare dati e esperienze dagli altri paesi sono stati i partner italiani, e dirompente è stato l'impatto dell'annuncio che i due milioni e mezzo di firme della campagna per una moratoria universale raccolti dall'Appello promosso dalla Comunità di Sant'Egidio verranno consegnati a New York al segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan il prossimo 18 dicembre. La battaglia per la vita si fa internazionale e a tutto campo. Come al tempo della lotta per i diritti civili, come per la fine dell'apartheid. E centrali diventano, all'interno del movimento, i legami e il Sostegno che viene dall'Europa.

Per quello che riguarda gli Usa, acquistano un ruolo sempre più importante le testimonianze dei condannati a morte oggi liberi perché vittime di errori giudiziari. Altra svolta: la convergenza tra tutti i gruppi di ispirazione religiosa, soprattutto cristiani di varia denominazione: diventa più difficile chiamare in causa Dio e giustiziare. «Eppur si muove», viene da dire. Immobile, invece, dall'altro lato della Baia di San Francisco, sta il carcere della morte di San Quentin, con i suoi 560 condannati in attesa di esecuzione. Nel giro di qualche giorno anche quelli che stanno lì dentro sapranno della veglia-dimostrazione che tutti i partecipanti alla Convention «Committing to conscience» hanno portato per le vie di San Francisco fino a lì davanti. Presto sapranno anche che pure in California 3 persone su 4 si sono stancate degli errori giudiziari e sono favorevoli a una moratoria.

Mario Marazziti

 


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