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24 Novembre 2000

Budapest - Solidarietà con la comunità ebraica d'Ungheria

 
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La Comunità di Sant'Egidio in Ungheria ha redatto una lettera aperta al rabbino capo ed alla comunità ebraica del paese, per esprimere la propria solidarietà a seguito della profanazione di 60 tombe avvenuta tra il 2 e il 4 novembre. L'appello, pubblicato dal quotidiano Nepszabadsag in data 23 novembre, porta l'adesione anche di numersi ordini religiosi, diversi movimenti e associazioni.

LETTERA APERTA
AL RABBINO CAPO ED ALLA COMUNITA' EBRAICA DI UNGHERIA

   


Caro Capo Rabbino,

Deplorando ogni atto vandalico, vorremmo con queste parole esprimere particolarmente e in modo speciale a Lei ed a tutta la Comunità Ebraica Ungherese la nostra più sincera compassione per le barbare profanazioni avvenute recentemente nel Cimitero di Via Kozma.

Ci addolora che tutto ciò sia potuto accadere.

Ci addolora questo gesto di intolleranza, di violenza, di odio, che suscita sdegno negli uomini e nelle donne di fede.

Questo avvenimento invita la nostra Comunità di Sant'Egidio e quanti sottoscrivono questa lettera ad assicurare a Lei e, attraverso di Lei, a tutti gli ebrei ungheresi, la nostra solidarietà e vicinanza spirituale, soprattutto perché consapevoli della sofferenza incommensurabile che il secolo appena finito ha inflitto ai figli d'Israele.

Perché i credenti cristiani debbono alzare la voce quando vedono gli ebrei offesi, mentre ci sono tanti altri dolori e tante altre sofferenze che hanno segnato e segnano ancora il nostro mondo e i nostri tempi? Perché non basta condannare l'odio in modo più inclusivo, più generico?

Colui che cerca di evitare la presa di posizione dinanzi ad una sofferenza concreta - e la sofferenza è sempre qualcosa di concreto - rischia di diventare astratto. Chi afferma di poter comprendere tutte le sofferenze del mondo, rischia di non comprenderne alcuna. Chi invece capisce la solitudine di un anziano o di un malato, capirà quella di tutti gli anziani e di tutti i malati. Chi capisce le tribolazioni di un popolo, riuscirà ad aver compassione di tutti i popoli sfortunati.

La Shoah, con il suo carico incommensurabile di dolore, ci ricorda che ogni volta che il popolo ebraico è offeso, si compie un attentato alla dignità umana di tutti. Crediamo pertanto che quando brucia la sinagoga, brucia anche la chiesa, la moschea, la cultura e tanto altro.

Sentiamo anche come le radici spirituali del Primo Testamento e la storia spingano noi, cristiani, ad un debito di amore e di fraternità verso di voi, "fratelli maggiori", secondo le parole usate da Giovanni Paolo II durante la visita alla sinagoga di Roma nel 1986.

Le parole usate dal Papa durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa ci impegnano e ci incoraggiano. Nel suo saluto rivolto ai due Rabbini Capi di Israele, Meir Lau e Mordechai Bakshi-Doron, il 23 marzo a Gerusalemme, Giovanni Paolo II disse: "La Chiesa condanna totalmente l'antisemitismo e ogni forma di razzismo … perché in radicale contrasto con i principi del cristianesimo". E ancora, lo stesso giorno al memoriale di Yad Vashem: " La Chiesa … motivata dalla legge evangelica della verità e dell'amore e non da considerazioni politiche, è profondamente rattristata per l'odio, gli atti di persecuzione e le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli ebrei".

E' la stessa legge evangelica che ci invita non soltanto a non fare il male, ma a fare il bene.

Siamo convinti che occorrono gesti di pace e non di violenza, di amore e non di odio, di unità e non di divisione per costruire questa nostra società più umana, più civile, più giusta: è la sfida posta dalla nostra epoca a tutti i credenti, a tutti gli uomini.

Sentiteci vicini in questo momento di prova, certi di trovare in noi amici, fratelli, sorelle che credono che si puó vincere il male con il bene.

Budapest, 10 novembre 2000.


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