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11 Maggio 2017 | ROMA, ITALIA

''Uccidere anche un solo bambino è uccidere la società, il futuro, noi stessi!'' L'omelia del vescovo Paolo Lojudice

alla veglia a Santa Maria in Trastevere per le bambine rom uccise nell'incendio del camper in cui vivevano

 
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In questo brano si contrappone l’intransigenza dei 12 alla tenerezza e all’affabilità di Gesù.

 “…Il bambino nel vangelo e nel pensiero di Gesù è un modello, di vita, di accoglienza della fede, perchè comprende particolarmente il linguaggio della tenerezza e dell'amore, soprattutto quando è espresso attraverso un servizio premuroso, paziente e generoso, animato nei credenti dal desiderio di manifestare la stessa predilezione che Gesù nutriva per i piccoli. "Maxima debetur puero reverentia" (Giovenale, Satira xiv, v. 479):  già gli antichi riconoscevano l'importanza di rispettare il bambino, dono e bene prezioso per la società, al quale va riconosciuta quella dignità umana, che pienamente possiede già da quando, non ancora nato, si trova nel grembo materno. Ogni essere umano ha valore in se stesso, perché creato ad immagine di Dio, ai cui occhi è tanto più prezioso, quanto più appare debole allo sguardo dell'uomo.

"Lasciate che i bambini vengano a me…":  dice Gesù nel Vangelo (cfr. Mc, 10, 14), mostrandoci quale debba essere l'atteggiamento di rispetto e di accoglienza con cui accudire ogni fanciullo, specialmente quando è debole e in difficoltà, quando soffre ed è indifeso. Penso soprattutto ai piccoli orfani o abbandonati a causa della miseria e della disgregazione familiare; penso ai fanciulli vittime innocenti dell'Aids o della guerra e dei tanti conflitti armati in atto in diverse parti del mondo…(non esistono bombe intelligenti…: le bombe sono sempre follia. Ne tantomeno “bombe madri” come ci ha ricordat o recentemente papa Francesco citando questa in felicissima espressione recentemente usata); penso all'infanzia che muore a causa della miseria, della siccità e della fame. La Chiesa non dimentica questi suoi figli più piccoli e …… avverte con forza il dovere di invitare a prestare un'attenzione maggiore a questi nostri fratelli, perché grazie alla nostra corale solidarietà possano guardare alla vita con fiducia e speranza. ……”  (Benedetto XVI)

Quante  “stragi di innocenti”, quante lacrime di madri sono raccontate dalla Bibbia: quella voluta dal Faraone in Esodo,  quella riportata dal profeta  Geremia e poi citata nel Vangelo  dopo la nascita di Gesù,

 “…che fa riferimento a Rachele rivolgendosi agli Israeliti in esilio per consolarli, con parole piene di emozione e di poesia; cioè prende il pianto di Rachele ma dà speranza:

Così dice il Signore:
«Una voce si ode a Rama,
un lamento e un pianto amaro:
Rachele piange i suoi figli,
e non vuole essere consolata per i suoi figli,
perché non sono più» (Ger 31,15).

…Rachele non vuole essere consolata. Questo rifiuto esprime la profondità del suo dolore e l’amarezza del suo pianto. Davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore.

Ogni madre sa tutto questo; e sono tante, anche oggi, le madri che piangono, che non si rassegnano alla perdita di un figlio, inconsolabili davanti a una morte impossibile da accettare. Rachele racchiude in sé il dolore di tutte le madri del mondo, di ogni tempo, e le lacrime di ogni essere umano che piange perdite irreparabili.

Papa Francesco ci ricorda ancora che…

…Questo rifiuto di Rachele che non vuole essere consolata ci insegna anche quanta delicatezza ci viene chiesta davanti al dolore altrui. Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto. Solo così le nostre parole possono essere realmente capaci di dare un po’ di speranza. E se non posso dire parole così, con il pianto, con il dolore, meglio il silenzio; la carezza, il gesto e niente parole………”     (Papa Francesco)

6Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. 7Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo!

In questo passo Gesù esprime con una durezza unica le conseguenze di chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli. Una condanna che sembra essere senza appello, quasi “fuori luogo” per essere scritta nel Vangelo.

Oggi, nel nostro occidente, nella nostra Italia, nella nostra grande e splendida città di Roma un bambino non può vivere in mezzo alla strada, non può essere rosicchiato dai topi mentre dorme in una baracca, non può essere arso vivo per nessun motivo al mondo… Uccidere anche un solo bambino è uccidere la società, il futuro, NOI STESSI.

In questo momento tutti pensiamo alle responsabilità di questa tristissima vicenda e ovviamente a quella di chi ha commesso il fatto: non ci si può credere…chiunque sia …non può essere: non si può arrivare a tanto… Chi non lo pensa, in questo momento?

Sarebbe facile scaricarci le coscienze pensando al colpevole, ad “un” colpevole…: ma il colpevole è uno solo? Ne siamo convinti?  E le nostre responsabilità dove sono? Quali sono? Sia

-quella della società civile, dell’amministrazione pubblica che non ha vigilato a sufficienza …  sia

-quella della comunità cristiana troppo presa da altri problemi…troppo discriminante…

Ho condiviso tante volte quello che diceva il parroco di un grande quartiere periferico:

“Nelle nostre zone ad alto rischio, e lo diciamo ad alta voce, ci sono persone meravigliose, rese ancora più eccezionali perché ogni giorno-dico ogni giorno- debbono fare i conti con una realtà ostile che mette a dura prova la propria fede e le loro convinzioni. Non so se ci si rende conto di che significhi avere sotto casa gli spacciatori da mattina a sera e anche la notte, e non poter parlare; o di chi, volendo rimanere caparbiamente onesto, deve rifiutare continuamente offerte di un certo tipo di lavoro, pur essendo disoccupato... Da parroco, non posso non notare che chi ha alle spalle una famiglia solida, ha certamente più possibilità di farcela; gli altri no, non ce la faranno, e noi che li abbiamo battezzati, che li amiamo, noi che abbiamo accolto le loro prime confidenze, noi che nei campi estivi siamo stati testimoni della loro voglia di lottare, di non arrendersi, noi dobbiamo vederli perdersi, spacciare, morire. Si, morire... Tanti, tanti. Che desolazione, che senso di fallimento ti prende ogni volta che accade, che forza ci vuole per resistere a quella vocina che ti ricorda che non ne vale la pena, che è meglio mollare… 

Nel nome delle tante famiglie che popolano i nostri quartieri, quartieri veri, vivi, ma terribilmente difficili da viverci, aiutiamo queste giovani vite che rendono giovani anche noi. 0gnuno si prenda le proprie responsabilità, senza volerci stiracchiare di qua o di là. Cominciamo a chiamare le cose col loro nome, ad avere il coraggio della verità.” ….

Ben vengano i centri diurni, le scuole della pace, i doposcuola parrocchiali…ben vengano i bravi insegnanti delle elementari e delle medie che vivono la loro professione come una vera missione e offrono anche ai bambini rom una attenzione che non è solo di circostanza ma è profonda, significativa e, a volte, salvifica.

I campi sono dei “non luoghi” , come lo sono gli agglomerati popolari dove si accorpano miserie su miserie…e miserie accumulate non possono generare che malessere, violenza, tragedie… 

Le accuse postume, le lacrime di coccodrillo non servono in questo momento: avremmo potuto…avremmo dovuto…No. L’unica cosa che serve è unire le nostre forze, quelle sane, quelle solide presenti nelle nostre comunità…

Basta con i conflitti ideologici, pregiudiziali nella società e anche nella chiesa: mettiamoci in gioco perché nessun bambino soffra, subisca violenza o addirittura muoia di morte violenta, in una maniera così atroce e così devastante, come è accaduto l’altra notte a  Francesca, Angelica ed Elisabeth…

Non dovremmo uscire da questa chiesa senza un impegno chiaro e preciso con la nostra coscienza e tra noi che lavoreremo insieme perché i piccoli non soffrano più.

Dobbiamo pregare e agire tutti insieme perché nessun bambino, in nessuna parte del mondo sia più CROCIFISSO… Troppi bambini crocifissi! Se vedessimo un bambino in croce saremmo sdegnati! E perché:  non sono in croce tutti questi? Quelli sotto le bombe, soggetti a violenze di ogni genere, rapiti, defraudati della loro infanzia, morti nel Mediterraneo, lasciati in un sacchetto della spazzatura appena nati……… 

Dio abbia pietà di noi.


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