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15 Marzo 2001

Budapest - La Comunità di Sant'Egidio di Ungheria in difesa della vita degli anziani

 
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Negli ultimi giorni di febbraio una giovane infermiera all'ospedale Nyírõ Gyula di Budapest ha rivelato di aver ucciso più di venti anziani malati, per mezzo di iniezioni letali. Affermava di aver agito per "compassione" verso le loro sofferenze. In seguito c'è stata non poca confusione. L'infermiera è stata arrestata ma le autorità non considerano la sua colpevolezza ancora come provata; è spuntata persino l'ipotesi che si fosse "autoaccusata" per mitomania. Anche per affrontare l'atteggiamento ambiguo dell'opinione pubblica con una voce chiara, la Comunità di Budapest ha scritto quest'articolo per esprimere il suo sdegno e la sua preoccupazione dinanzi al disprezzo sempre più diffuso per la vita dei deboli e degli indifesi. 
L'articolo è stato inviato ai giornali più importanti e pubblicato, in forma leggermente ridotta, da Népszabadság - il
quotidiano più letto del paese -, il 12 marzo.

       

 

 

Una risposta alla sofferenza
 

In questi giorni si è parlato molto dell’infermiera dell’Ospedale Nyíro Gyula, chiamata “Angelo Nero” dalla stampa, la quale ha spento la vita di anziani malati. Vogliamo esprimere con queste righe tutto il nostro sdegno ed orrore , che è tanto più grave proprio perché si è abbattuto su delle vite inermi. Un omicidio non è meno doloroso se finisce una vita debole piuttosto che una vita giovane nel pieno degli anni e delle forze.

La vita è sacra anche quando è solo un debole ed impercettibile respiro. Il diritto alla vita è un fondamento civile, etico e religioso formatosi e sedimentatosi nel tempo in Europa. Tutto ciò va difeso con chiarezza e con forza , proprio ora che una certa tendenza di pensiero sembra rimetterlo in discussione. La vita è intangibile, intoccabile, sempre.

Ma alla condanna ferma ed irremovibile per l’orrore suscitato da questo episodio doloroso occorre legare una più ampia riflessione. L’infermiera avrebbe motivato i suoi atti con la “compassione” verso questi anziani malati. Questo è uno stravolgimento assurdo del significato della compassione tanto più inquietante in quanto prodotto di una mentalità sempre più diffusa nella società attuale. Questa mentalità desidera e venera come valori assoluti la gioventù e la salute, la forza e il successo, il benessere e l’efficienza, la produttività e, sopra ogni altra cosa, il consumo. Solo queste cose, si crede, sono capaci di dare felicità all’uomo, e di rendere la vita degna di essere vissuta. Se la vita di qualcuno non corrisponde a questi canoni di valori, ciò dà fastidio. La sofferenza e la debolezza sono condizioni da cui fuggire. Ci mettono di fronte alla realtà della fragilità della vita, di tutte le vite ed anche, dunque, della nostra. La vita degli anziani, innanzitutto se debole e malata, può sembrare ingombrante ed inutile. Infatti, secondo questa mentalità, è utile solo chi produce. Ma la vita non è solo attività, guadagno, lavoro; e non vale di meno, se non ci sono queste condizioni. La vita di ogni anziano, di ogni debole, di ogni uomo in qualunque condizione estrema si trovi, è preziosa, intoccabile, insopprimibile. La vita ha sempre un grandissimo valore. La sua difesa, anche nelle condizioni più estreme è garanzia per tutti. Quando si insinua il pensiero che è meno grave uccidere un anziano, dichiarandolo senza speranza, si minaccia tutta la società, tutte le categorie più deboli ed alla fine anche noi stessi, che certo di questa debolezza, in quanto esseri umani, siamo fatti.

Certo nessuno desidera la sofferenza, ma eliminarla per mezzo della morte ci appare una risposta orribile. La sofferenza e la debolezza interrogano. Il dolore si può lenire, ridurre? Noi crediamo di sì. Con la Comunità di Sant’Egidio da anni andiamo a visitare gli anziani in due grandi istituti di Budapest. Abbiamo incontrato tanti non autosufficienti, completamente dipendenti dagli altri, senza alcuna prospettiva di miglioramento secondo i parametri clinici, confusi, sofferenti. Spesso questi anziani si sentono inutili, un peso per gli altri . Ma dietro questo senso di inutilità e di peso, che in alcuni anziani arriva fino ad invocare la morte, c’è soprattutto un’invocazione di affetto, di amore, di compagnia. E la solitudine e la rassegnazione nei loro confronti sono una sofferenza in più, forse la più grande. E’ proprio su questo che tutti e sempre possiamo intervenire.

Con la Comunità di Sant’Egidio possiamo testimoniare che l’amicizia in queste condizioni non solo è possibile, ma è vita. Dà speranza, aiuta a vivere e allunga la vita. Tanti anziani negli istituti muoiono presto non sempre e non solo per la malattia, ma per la solitudine, per l’abbandono, quando a nessuno interessa la loro vita.

Dunque, che compassione è spegnere la vita di alcuni anziani, come è stato fatto? La compassione, che è amore non può condurre alla morte. La vita tanto più è sofferente e debole, tanto più va circondata con affetto ed amata, non abbandonata alla solitudine o persino stroncata.

Come cristiani crediamo che nella vita di ogni uomo e di ogni donna c’è un mistero, che, come tale, non sempre possiamo comprendere. Quella certa mentalità non riesce a vedere al di là delle apparenze e rimane così estranea al mistero della vita. Ma sotto la cortina della sofferenza, della confusione, della debolezza c’è sempre una dignità e una personalità integra: è la dignità di un corpo, di un’anima, di un cuore, di sentimenti, di desideri, che forse non riescono ad esprimersi, ma non per questo non esistono. Siamo noi, forse, che non li sappiamo comprendere. E quest’incomprensione è una nostra mancanza.

Non abbiamo il diritto di togliere la vita, ma abbiamo il potere di restituirla, di allungarla e di renderla più umana. Nel Vangelo ascoltiamo un altra compassione, quella vera, quella del buon samaritano. Vedendo per la strada un uomo mezzomorto ne ha compassione; se ne prende cura e lo affida ad un albergatore fino al suo ritorno. Come lui tanti uomini e donne nelle nostre società sono come mezzimorti. La domanda è quella di non lo abbandonarli alla morte con la propria indifferenza, ma di curarli, amarli e tornare da loro. Questa è la vera compassione, che non toglie, anzi restituisce la vita.


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