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17 Marzo 2001

Roma - Omelia del card. Walter Kasper in Santa Maria in Trastevere

 
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S.Em. il card. Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani, ha visitato la Comunità di Sant'Egidio ed ha presieduto la liturgia nella basilica di Santa Maria in Trastevere.

Omelia pronunciata da S. Em. il card. Walter Kasper
Presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani
Roma - Basilica di Santa Maria in Trastevere

       

 

Esodo 3, 1-8a.13.15
Salmo 102
1Corinzi 10, 1-6.10-12
Luca 13, 1-9

 

Cari fratelli e sorelle!

Con la celebrazione della messa odierna entriamo già nella terza settimana di quaresima. Nei brani biblici tratti dalle Letture e dal Vangelo è sempre più percepibile un senso di urgenza, un appello che diventa ancora più pressante, più insistente, più toccante. Il Vangelo di oggi parla una lingua dura e chiara. Si richiama a due eventi che sconvolsero gli uomini di quel tempo: un massacro compiuto dalla soldatesca romana e voluto dal famigerato governatore Pilato, noto per la sua durezza e brutalità; e la catastrofe causata dal crollo di una torre, che rovinò seppellendo diciotto uomini sotto le sue macerie. Per due volte nel testo leggiamo: "se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo".

Lo stesso tono è presente anche nella seconda Lettura dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi. Qui Paolo fa riferimento agli Israeliti che morirono miseramente durante la traversata del deserto. E anche lui ripete due volte: "ora ciò avvenne come esempio per noi" e aggiunge: "Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere".

La conversione è urgente. La conversione è qui e oggi! Eppure, ci chiediamo: "conversione a cosa?". La risposta è data dalla prima Lettura, dal brano tratto dall'Antico Testamento. Si tratta di uno dei testi più importanti della Bibbia: la rivelazione di Dio a Mosè nel roveto ardente, dove Dio ingiunge a Mosè: "Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!".

Lo stesso Santo Padre, nel corso della sua visita al Monte Sinai all'inizio dello scorso anno, trovandosi di fronte a ciò che è rimasto del roveto ardente, si è tolto le scarpe come gli altri, in maniera del tutto naturale. Con tale gesto simbolico il Papa ha voluto sottolineare che esiste il Divino, che noi uomini non possiamo toccare e di fronte a cui dobbiamo piuttosto inchinarci con timore reverenziale.

La risposta alla nostra domanda è dunque: conversione al timore reverenziale, conversione all'adorazione, all'amore ardente che non deve cedere mai.

Di questa conversione abbiamo tutti estremamente bisogno. Difatti, spesso si ha l'impressione che per noi moderni non ci sia più niente di sacro, neppure i più alti valori, e che tutto possa venire trascinato nel fango. Di sacro per noi ci siamo soltanto noi stessi, i nostri vantaggi, i nostri interessi, il nostro tempo libero. Eppure, se non rimane più niente di sacro, inevitabilmente il mondo diventa irrispettoso, cinico, crudele, brutale. E se la santità di Dio non viene più riconosciuta, allora scompaiono anche la santità e la dignità dell'uomo.

"Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo". E, difatti, quante catastrofi ammonitrici conosciamo al giorno d'oggi, catastrofi provocate dall'uomo stesso, come quelle naturali!

Il. Cari fratelli e sorelle! Se ascoltiamo ed accogliamo l'appello alla conversione, allora non dobbiamo pensare soltanto agli altri o al mondo "malvagio". La conversione è un atto personale, che deve iniziare in ognuno di noi. A ognuno di noi si rivolge l'appello. Se io indico l'altro con un dito, le altre tre dita sono piegate indietro per indicare me stesso.

Non serve fare la predica per gli altri, o condannare lo spirito del tempo. Il nostro tempo, come ha sottolineato una volta Papa Paolo VI, non ha bisogno di maestri, ma di testimoni, di persone che non solo professano la verità a parole, ma la traducono nella pratica, persone che danno con il proprio agire il buon esempio, motivando, incoraggiando, stimolando gli altri.

Ci chiediamo anche: come vivere nell'esperienza quotidiana il nostro timore reverenziale verso Dio e verso il prossimo, verso la creazione divina? Cosa c'è di veramente sacro per noi?

Partendo da noi stessi, possiamo e dobbiamo poi mettere in discussione il mondo che ci circonda, il mondo di cui facciamo parte. La questione della sacralità della vita è riemersa con tutta la sua attualità negli ultimi mesi e nelle ultime settimane all'interno della discussione sui nuovi metodi e le nuove possibilità della biogenetica. I giornali quotidiani non fanno che parlarne. Naturalmente, toni puramente allarmistici e apocalittici sarebbero ingiustificati. Non si tratta di dipingere tutto a tinte fosche e condannare in blocco ciò che è nuovo. Ma è vero che ci troviamo in uno stato di massima allerta.

Quando la vita e l'essere umano non vengono più considerati come un dono, come qualcosa di sacro, quando si pensa di poter pianificare e forgiare la vita secondo le proprie convinzioni ed i propri desideri, quando non si rispetta più l'ordine della creazione voluto da Dio, allora si oltrepassano i limiti del sacro, che ci sono stati imposti. Tale arrogante convinzione della nostra onnipotenza ci induce ad essere violenti verso la vita, cinici, indifferenti, insensibili e perfino spietati nei confronti della sofferenza altrui. Questa mania di grandezza si diffonde, indurisce il nostro cuore, finisce con l'insidiarsi dentro ognuno di noi. E allora, prima o poi, la natura si vendica: "se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo".

III. Cari fratelli e sorelle! Alcuni si chiederanno: Convertirsi e iniziare daccapo, cosa significa? Ce la posso fare? Ce la possiamo fare? Non si tratta forse di un sogno certo bello, ideale, ma purtroppo del tutto utopico? Non è forse una mera illusione? Possiamo davvero cambiare noi stessi ed il mondo in cui ci troviamo? Anche quando crediamo di vivere in una situazione impossibile da modificare, in realtà possiamo sempre cambiare il nostro cuore. E anche se non fossimo in grado di farlo, non ci dobbiamo scordare che Dio è più grande e più potente. È Dio stesso che rinnova il nostro cuore.

Per questo, il Vangelo e le Letture della terza domenica di quaresima non si concludono con un appello all'eroismo sovrumano per condurre una vita di penitenza, ma terminano con un messaggio di grazia. Abbiamo ascoltato nel brano dell'Antico Testamento che Dio si rivela a Mosè come l' "Io sono", il Dio che è qui, che è presente, che è accanto a noi e con noi sul nostro cammino. Nella seconda lettura, Paolo ricorda che Dio, nella figura della nube, era con gli Israeliti durante l'attraversamento del Mar Rosso e del deserto; in questo, l'Apostolo vede una prefigurazione di Cristo stesso. Nella figura del Cristo, Dio è vicino a noi e con noi una volte per tutte, in modo definitivo e irreversibile. Nel Vangelo, infine, Gesù racconta la parabola del fico che non dà frutti: nonostante l'albero non abbia prodotto niente fino a quel momento e meriti di essere abbattuto, gli viene comunque accordato un periodo di tempo.

Dio è clemente e misericordioso. Non vuole la morte del peccatore, ma la sua vita. E a noi concede, proprio ora, in questo periodo di quaresima, un tempo di grazia, in cui, con il suo aiuto, possiamo portare i frutti del timore reverenziale, della preghiera e della carità. E come non ricordare allora le parole rivolte da San Francesco sul letto di morte ai suoi fratelli: "Fratelli, iniziamo infine!".

Amen.


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