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31 Agosto 2017

Nel 5° anniversario della morte del card. Martini ricordiamo il messaggio alla Preghiera per la Pace di Milano 93

 
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VII Meeting Internazionale Uomini e Religioni
Terra degli uomini,
invocazioni a Dio
Milano, 19-22 settembre 1993

Messaggio del Card. Martini

Il nostro pianeta è oggi segnato da profonde divisioni che non riguardano solo Est e Ovest, ma in maniera forse più traumatica e pericolosa nord e sud del mondo. Queste divisioni, che un tempo si collocavano più lontano, segnando la distanza tra noi e i paesi della fame, oggi ci stanno dentro: anche l'Europa sta diventando una realtà multirazziale e risorgono perciò vecchie resistenze, spinte razziste, diffidenze e pregiudizi. Le società fanno sempre più fatica a sillabare le ragioni del proprio stare insieme: lo leggiamo in maniera allarmante nei paesi dell'Europa postcomunista. Lo leggiamo a livello etnico e politico nelle regioni del centro e dell'est europeo; lo leggiamo, gravissimo, nella ex-Jugoslavia; lo leggiamo in tutti gli Stati della ex-Unione Sovietica; lo leggiamo anche nelle diverse minoranze etniche degli altri paesi (Romania, Ungheria, Ex-Cecoslovacchia). Ma se allunghiamo lo sguardo possiamo vedere contorni ancora più drammatici, perché largamente ignorati, nei difficili negoziati di pace e nelle guerre dimenticate dei paesi africani. Insomma, la fatica di stare insieme è cresciuta; mancando i collanti consueti delle contrapposizioni ideologiche, sono scoppiate tutte le individualità che non si erano mai rappacificate, che non avevano mai imparato a consentire su alcuni valori. In effetti, nel tempo in cui siamo entrati, non è solo la miseria ad armare le mani, ma stiamo scoprendo nuove e impreviste vie o tentazioni di militarizzazione delle coscienze, come i nazionalismi e i fondamentalismi. La presenza degli stranieri, molti dei quali in condizioni di minorità, anche se di rado irregolari, nella nostra Europa, non è in genere ben tollerata. Le reazioni che si sviluppano talora evidenziano delle componenti xenofobe di fronte alle quali non si può osservare come lo straniero immigrato è un autentico povero, oggi, nelle nostre società europee. Nelle parole e negli atteggiamenti della vita quotidiana si manifesta in modi diversi, ma sempre più di frequente, un istintivo sentimento di opposizione all'altro: è la via più semplice ed immediata per affermare la propria identità. Risorgenti forme di razzismo, con sfumature diverse, sembrano assumere in molti paesi i connotati di un fenomeno di massa: non è ideologia, ma costume quotidiano delle società senza più ideologie, alle prese con le proprie difficoltà interne e tentate dalla scorciatoia dei "capri espiatori". Con l'inaccoglienza allo straniero si piantano radici di divisione e di male nelle società del benessere, radici che trovano un terreno fertile in un senso diffuso di insicurezza e di insoddisfazione. Ci troviamo oggi di fronte ad una congiuntura sociale mai sperimentata nella storia. Siamo entrati in un nuovo periodo della vicenda umana sulla terra: vecchie strutture ideologiche e politiche sono cadute, si stanno cercando confusamente nuovi equilibri, si avverte la necessità di un nuovo ordinamento internazionale: la geografia del mondo sta cambiando. Se il muro che divideva l'Europa è stato abbattuto, si sente d'altro canto la spinta ad erigere tanti nuovi muri, talvolta più alti, in nome della difesa della propria sicurezza. Muri all'interno degli stati, muri tra nazione e nazione, un grande muro tra Nord e Sud del mondo. La tentazione del Nord è quella di ritirarsi, alzando una grande barriera che la protegga dall'insicurezza e dall'instabilità che viene dal Sud: è il grande muro che doveva proteggere l'antico impero romano dai barbari. L'attenuarsi della solidarietà, il crescente individualismo, la privatizzazione delle coscienze, le paure e le insicurezze che spingono l'individuo a ritirarsi nel privato, sono sintomi di un problema più generale: la rinuncia a pensare un comune destino universale nel segno della pace e della giustizia. Tuttavia l'attuale contingenza storica offre al Nord del mondo una straordinaria chance per rigenerarsi profondamente nel suo rapporto con il Sud, salvando al tempo stesso il meglio della tradizione storica e della civiltà di ogni popolo. Forse, per la prima volta in epoca moderna, c'è la possibilità di edificare una convivenza civile che non nasca sulla contrapposizione. E' la sfida a costruire una società senza nemici, senza avversari - e non per questo senza identità -, una società in cui le diversità si riconcilino e si integrino. Sempre più forte appare la connessione tra il problema della pace e la questione dello sviluppo: può non essere utopico, ma realistico e perciò lungimirante ripensare l'economia aprendola all'universo dei valori e delle culture, al rapporto con la dignità della persona, della libertà e della speranza. Occorre rilanciare nuove e grandi strategie di sviluppo, operare perché la comunità internazionale possa rivedere le regole economiche e politiche di un : l'economia deve diventare scienza e una pratica quotidiana capaci di trascendere in nome dell'etica i propri limiti, e di ampliare così il suo orizzonte conoscitivo ed operativo. Tutto questo non è solo questione di buon cuore, è anche l'atteggiamento più intelligente per affrontare le grandi sfide che abbiamo davanti. C'è bisogno di ritrovare il gusto e la volontà di camminare insieme in modo solidale: è questo il segno e la garanzia di ogni società adulta. C'è bisogno di ritornare a "pensare in grande", superando la diffusa tentazione di accontentarsi di soluzioni provvisorie e di piccolo cabotaggio, in grado solo di compensare i diversi interessi in gioco, ma incapaci di interrogarsi e convergere su una visione di più ampio respiro. C'è bisogno di riaffermare un senso comune dell'umanità: uscire dalla gabbia del particolarismo e riprendere a parlare della Terra degli Uomini. Nei processi di pacificazione, spesso contraddittori, attualmente in atto in varie parti del mondo, le grandi religioni possono e debbono oggi svolgere un grande e insostituibile ruolo. Le religioni sono in grado di gettare ponti e di costruire legami tra i singoli e i popoli: hanno l'energia e la capacità di superare i confini circoscritti di una terra e di una cultura. La loro forza è debole, non comparabile con la potenza delle armi, delle leggi, dei sistemi economici. Si tratta di una forza spirituale, che trasforma l'uomo dal di dentro e lo rende giusto e misericordioso. C'è bisogno oggi di questa forza: ne hanno bisogno i singoli come anche le nazioni, se vogliono riacquistare il senso del passato, il valore del presente, la speranza per il futuro. Le religioni, nella loro povertà, hanno la ricchezza di un'aspirazione universale: tutte ricordano che c'è un destino comune dell'uomo, davanti agli altri uomini e di fronte a Dio. Nella loro debolezza esse hanno però energie sufficienti per parlare a tutti gli uomini ed indicare loro un cammino, senza temere la storia; possono farlo perché libere dai grandi interessi politici, strategici, economici che dominano ogni società. In questa libertà sta la loro forza. Il credente, infatti, per infondere forza non è necessario sia forte, per dare speranza non è necessario si senta sicuro di sé, per infondere letizia non è richiesto che si chiami fuori da ogni prova. Giovanni XXIII, con il cuore aperto e saggio dell'uomo di fede, così insegnava ai cristiani ed a tutti gli uomini di buona volontà: "Ogni credente, in questo nostro mondo, deve essere una scintilla di luce, un centro di amore, un fermento vivificatore nella massa: e tanto più lo sarà, quanto più nella intimità di se stesso vive in comunione con Dio." La memoria del trentesimo anniversario della Pacem in terris - l'enciclica che costituì come il testamento di un papa lungimirante, che come un padre saggio e previdente si rivolgeva all'intera famiglia umana, divisa allora come oggi da contrapposizioni e da interessi contrastanti - ci spinge come cristiani a superare le divisioni del mondo e ad assumerci con rinnovata responsabilità il compito di costruire la pace, assieme ai credenti delle altre religioni e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Bisogna rilevare che in questi anni, attraverso esperienze diverse, è cresciuta e si è diffusa la coscienza comune della pace come dono, come bene trascendente, che non è riconducibile alla mera sommatoria degli sforzi umani, e che perciò va ricercata in quella "Realtà che è al di là di tutti noi". Questa consapevolezza assegna un ruolo fondamentale agli uomini di religione i quali, pur nella povertà dei loro mezzi, sono chiamati ad alzare la propria voce, per svegliare le coscienze e trasformare il cuore degli uomini: "La pace - disse Giovanni Paolo II in occasione della Giornata di Assisi - ha bisogno dei suoi profeti". Non c'è dubbio che proprio ai nostri giorni, in modi vecchi eppure nuovi, la guerra abbia trovato e trovi se non i suoi profeti, almeno i suoi fedeli. E non si può ignorare il tentativo che da più parti viene fatto di legittimare le scelte della guerra come via estrema ma sempre più ordinaria per l'affermazione dei propri diritti, attraverso le religioni. E' un tentativo che ha sempre attraversato la storia, ma che oggi è possibile svuotare dall'interno di ogni tradizione religiosa. La pace, quella autentica, che nasce non dalla precaria fine della guerra e da quella vittoria che significa sempre sconfitta per gli altri, è, come ha incessantemente ricordato Giovanni Paolo II un bene indivisibile. Di fronte alle sofferenze e alle guerre, alle ingiustizie, alle sopraffazioni, alle domande e alle attese di tanti popoli della terra, gli uomini di religione hanno iniziato ad essere solidali nella ricerca e nella costruzione di una via di pace. Questa pace, che è scritta nel cuore di ogni religione, non è solo la fine della guerra, ma è una realtà positiva più larga e profonda, il fine vero dell'umanità. Nel messaggio del Papa Paolo VI del 1 gennaio 1970, per la Celebrazione della Giornata Mondiale della Pace, leggiamo: "Quando parliamo di Pace, non vi proponiamo, o amici, un immobilismo mortificante ed egoista. La Pace non si gode; si crea. La Pace non è un livello ormai raggiunto, è un livello superiore, a cui sempre tutti e ciascuno dobbiamo aspirare. Non è una ideologia soporifera; è una concezione deontologica, che ci rende tutti responsabili del bene comune, e che ci obbliga ad offrire ogni nostro sforzo per la sua causa, la causa vera dell'umanità. Noi siamo coscienti dell'appartenenza paradossale di questo programma; esso pare affermarsi fuori della realtà; fuori d'ogni realtà istintiva, filosofica, sociale, storica (...) La lotta è la legge. La lotta è la forza del successo. Ed anche: la lotta è la giustizia. (..) Che la lotta possa conseguire successi, nessuno può contestare. Ma Noi diciamo ch'essa non può costituire l'idea-luce, di cui l'umanità ha bisogno. Diciamo che è tempo per la civiltà di ispirarsi ad una concezione differente da quella lotta, della violenza, della guerra, della sopraffazione per far camminare il mondo verso una giustizia vera e comune". Le risorse di cui dispongono i credenti traggono tutte la loro forza ed origine dalla preghiera. Essa illumina la vita di ogni uomo di fede, orienta la sua presenza nel mondo, dà energia al suo impegno di costruttore di pace. La preghiera, infatti, mentre apre all'incontro con Dio, dispone il cuore di ognuno all'incontro con l'altro, aiutando a stabilire con tutti, senza alcuna discriminazione, rapporti di rispetto, di comprensione, di amore e di cooperazione. La preghiera è l'arma pacifica dell'uomo religioso. E' quanto riaffermava Giovanni Paolo II ad Assisi, nell'incontro con i rappresentanti religiosi, il 9 gennaio scorso: "Ciascuno di noi sa che la propria concezione religiosa è per il rispetto di ogni essere umano in tutti i suoi diritti e non per l'oppressione dell'uomo sull'uomo; è per la convivenza pacifica di etnie, popoli e religioni, non per la contrapposizione violenta né per la guerra. Di fronte a questa comune convinzione, che per le religioni qui presenti deriva da un preciso senso della dignità della persona umana, lo spettacolo degli orrori delle guerre in atto nel Continente, specialmente nei Balcani, non può non muoverci a far ricorso al mezzo che è proprio di chi crede; tale mezzo è la preghiera." Gli uomini di religione hanno un compito molto diverso da quello dei politici. Questi discutono della pace e della guerra, e spesso non si trovano d'accordo: le opinioni, le strategie, gli interessi sono di natura molto diversa. Spesso si vorrebbe la pace, ma non si è disposti a sostenere i costi che la pace richiede. I credenti non possono certo sostituirsi ai politici nelle loro precipue responsabilità; eppure hanno un proprio semplice, eppure alto compito: ad essi è richiesto di essere vigilanti, nell'ascolto delle attese e delle speranze degli uomini, nel dialogo sincero con tutti, nella preghiera e nella ricerca costante della pace. Così continuava il papa Paolo VI nel messaggio già citato - e potrebbe ben esprimere il compito attuale degli uomini di religione - : "Non è Nostro ufficio giudicare le vertenze tuttora in atto fra le Nazioni, le razze, le tribù, le classi sociali. Ma è Nostra missione lanciare la parola in mezzo agli uomini in lotta fra loro. E' Nostra missione ricordare agli uomini che sono fratelli. E' Nostra missione insegnare agli uomini ad amarsi, a riconciliarsi, a educarsi alla Pace". Come cristiani non possiamo fare a meno di avvertire una speciale chiamata a rendere una concorde testimonianza al "Vangelo della pace". La pace vera, dono prezioso del Signore risorto, non è un bene esclusivo per i suoi, ma al contrario è fonte di grave responsabilità verso gli uomini e le donne di ogni lingua, cultura, tradizione, "fino agli estremi confini della terra". Come cristiani dobbiamo rispondere alle grandi sfide del mondo contemporaneo aprendoci alla solidarietà con gli altri credenti, per intraprendere la grande opera della costruzione della pace che il mondo attende, ma che al tempo stesso non sa darsi. Conclude il messaggio del 1 gennaio 1970: "Predicare il Vangelo del perdono sembra assurdo alla politica umana, perché nell'economia naturale la giustizia spesso non lo consente. (..) La Pace che conclude un conflitto è di solito un'imposizione, una sopraffazione, un giogo. (..) Manca a questa Pace, troppo spesso finta e instabile, la completa soluzione del conflitto, cioè il perdono, il sacrificio del vincitore a quei vantaggi raggiunti, che umiliano e rendono il vinto inesorabilmente infelice; e manca al vinto la forza d'animo della riconciliazione. Pace senza clemenza, come può dirsi tale? Pace satura di spirito di vendetta, come può essere vera? Da una parte e dall'altra occorre l'appello a quella superiore giustizia, ch'è il perdono, il quale cancella le insolubili questioni di prestigio, e rende ancora possibile l'amicizia. Lezione difficile; ma non è forse magnifica? non è forse di attualità? non è forse cristiana?" Con le armi deboli della preghiera e della ricerca comune, solidali con le sofferenze degli uomini e delle donne di ogni paese, gli uomini di religione vogliono continuare a camminare come pellegrini in questo mondo, rinnovando l'impegno di costruttori di pace ed elevando al cielo, nelle lingue e nelle tradizioni diverse, le loro invocazioni a Dio. E' con gioia, fiducia e speranza che sono lieto di annunciare il prossimo Incontro Internazionale di Uomini e Religioni, dal titolo "Terra degli uomini, invocazioni a Dio", con sede a Milano dal 19 al 22 settembre 1993. E' un'altra, non secondaria, tappa di quel pellegrinaggio che il Papa stesso, Giovanni Paolo II, ha inaugurato ad Assisi nel 1986, convocando i rappresentanti delle Chiese cristiane e delle grandi religioni mondiali per essere insieme e pregare per la pace. Questo cammino, da allora promosso e sostenuto dalla Comunità di S.Egidio - che ha voluto raccogliere l'invito stesso del Papa, come è espresso nel messaggio conclusivo di quella storica giornata - ha attraversato in questi anni diverse città europee: Roma, Varsavia, Bari, Malta, Bruxelles. Oltre trecento rappresentanti religiosi si sono dati appuntamento quest'anno a Milano nei giorni di settembre, per interrogarsi e approfondire la propria ricerca, per rinnovare il loro comune impegno di fronte al mondo e, soprattutto, per invocare la pace da Colui che solo può donarla agli uomini. Di fronte a questo avvenimento la nostra Chiesa locale, partecipe della comunione cattolica e, all'interno di essa, portatrice in occidente di una propria tradizione - di cui è prezioso segno il rito liturgico che porta il nome di Ambrogio - sente viva la gioia di accogliere i pellegrini di pace, mentre ritrova nella propria identità di Chiesa latina aperta verso l'oriente i motivi di un fattivo e corale servizio alla comunione. Rivolgiamo allora a tutti i partecipanti il nostro "Benvenuti a Milano!", mentre auspichiamo che questo nuovo incontro possa rafforzare e far crescere quello spirito di solidarietà e di collaborazione tra i credenti, così prezioso e insostituibile per il nostro tempo. Vorrei ricordare le parole che Mons. Pietro Rossano - un grande uomo del dialogo, scomparso due anni or sono, che fin dall'inizio ha desiderato e lavorato per questi incontri - rivolgeva ai rappresentanti religiosi durante l'Incontro Internazionale di Varsavia nel 1989: "Un segno, vogliamo essere, della necessità di un orizzonte di trascendenza per l'uomo nelle società attuali (...). Siamo consapevoli che la religione in se stessa è una forza debole. E'aliena dalle armi, dal denaro, dal potere politico. Ma possiede la forza dello spirito che può renderla forte, invincibile e finalmente vittoriosa. Riteniamo di poter affermare che la santità salverà il mondo". Augurando un fruttuoso lavoro alla Comunità di S.Egidio, ai responsabili della diocesi, a quanti da tempo si impegnano per la preparazione dell'iniziativa, auspico la collaborazione generosa di tutti i credenti e gli uomini di buona volontà alla piena riuscita dell'incontro di settembre. Possa Milano proporsi quest'anno e in avvenire come segno di solidarietà, di coabitazione e di pace per tutti i popoli!

Carlo Maria Card. Martini, Arcivescovo di Milano

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