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24 Marzo 2001

Memoria di mons. Romero

 
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Come ogni anno, il 24 marzo, la Comunità di Sant'Egidio ricorda mons. Romero, l'arcivescovo di San Salvador ucciso mentre celebrava la liturgia, nel 21° anniversario della morte. Ne ha fatto memoria nella liturgia in Santa Maria in Trastevere mons. Vincenzo Paglia, postulatore della causa di beatificazione del vescovo salvadoregno. A Firenze, mons. Romero è stato ricordato in una preghiera che si è tenuta presso la chiesa di San Tommaso.

Memoria di Mons. Romero, Arcivescovo di San Salvador
Omelia pronunciata da S. E. Mons. Vincenzo Paglia
Roma - Basilica di Santa Maria in Trastevere

       

  

Giosuè 5,9a.10-12
2Corinzi 5,17-21
Luca 15,1-3.11-32

Care sorelle e cari fratelli,

la liturgia di questa domenica si apre con un invito alla gioia, e per questo è chiamata domenica “Laetare”. Anche il colore viola, segno dell’austerità di questo tempo, si attutisce perché possiamo gustare le parole del profeta Isaia che aprono questa liturgia: “Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione”. La Quaresima, infatti, non è un tempo di conferma della tristezza; al contrario, la Quaresima è una scuola di gioia attraverso la riscoperta della grandezza e dell’ampiezza dell’amore di Dio per il mondo. Al centro della liturgia sta, infatti, una casa, quella di un Padre misericordioso che la apre ad una grande festa. L’intero brano evangelico che abbiamo ascoltato è come proteso verso questa festa: una festa di perdono, di misericordia, di rinascita. E’ la festa che il Padre sogna per il figlio, e con lui per tutta la casa. Si potrebbe dire che da sempre nella Scrittura è presente questo grande sogno di Dio sugli uomini, su tutti i popoli. E' la visione di Isaia: “Il Signore preparerà per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti” (25,26). E’ il sogno di una casa grande e universale; il sogno a cui tutti siamo chiamati a partecipare e che ogni discepolo deve fare suo. 

Questo sogno purtroppo non fu accolto dal figlio più giovane quando, attratto dall’orgoglio di avere tutto per sé e di gestirsi la vita per proprio conto, finì per diventare guardiano di porci. E il sogno del Padre non fu accolto neppure dal figlio maggiore che si indispettì della festa preparata, preferendo la grettezza del piccolo gruppetto degli amici di sempre. Ma quando il figlio minore rientrò in se stesso e tornando a casa si lasciò abbracciare dal padre, allora egli poté gustare assieme a tutti la grande festa. La storia di ognuno di noi, care sorelle e cari fratelli, è tante volte anche la storia dell’orgoglio di cuori ricchi: la storia di volere per sé la propria vita, di voler consumare le proprie cose, appunto come quel figlio minore; oppure è la storia di voler pensare al proprio piccolo orizzonte con testardaggine, come il figlio maggiore, senza prendere parte al grande sogno del Padre. 

Oggi, facciamo memoria di Mons. Romero, un discepolo, un vescovo, che si è lasciato invece coinvolgere dal grande sogno di Dio. Il 24 marzo di ventuno anni fa, mentre egli celebrava la liturgia eucaristica nella cappella dell’ospedaletto, fu ucciso con un colpo che gli lacerò il cuore. Si realizzavano così le parole del Vangelo: “Non c’è amore più grande di colui che da la vita per i propri amici”. E Romero la offrì definitivamente proprio mentre iniziava l’offertorio. Narra una suora presente alla celebrazione che Romero fu raggiunto dalla pallottola micidiale mentre stava preparando le ostie sul corporale. Istintivamente egli si aggrappò all’altare rovesciando verso di sé le ostie e con loro cadde a terra. Il buon pastore offriva la vita per le pecore, come il suo Signore. Era giunta per Romero l’ora di conformarsi pienamente a Gesù. Romero non era un eroe, anzi aveva paura di morire e lo manifestò più volte. Negli ultimi tempi si svegliava di soprassalto di notte quando qualche frutto cadeva dagli alberi sul tetto della casa: aveva paura che fossero bombe contro di lui. Un mese prima di morire disse: “Ho paura per la violenza verso la mia persona... temo per la debolezza della mia carne, ma chiedo al Signore che mi dia serenità e perseveranza... Il padre spirituale mi ha dato coraggio dicendomi che la mia disposizione deve essere dare la vita per Dio, qualunque sia lo scopo della mia vita... Ma più prezioso che il momento di morire è affidargli tutta la vita, vivere per lui”. Romero - è questo il senso della sua testimonianza – non prese dal padre le sue sostanze, cercò invece di affidare la sua vita nelle mani del Padre. E in questa fiducia, di giorno in giorno, cresceva nell’amore del Signore e nella difesa appassionata dei deboli e dei poveri. Romero non si fermò ai suoi piccoli orizzonti, e neppure accettò una vita rassegnata al prevalere del male e dell’ingiustizia. Alla scuola del Vangelo e del magistero, egli lo ripete spesso, abbracciò sempre più la missione stessa di Gesù. La Chiesa, amava ripetere Romero, deve continuare sulla terra l’opera stessa di Gesù. E per questo egli si impegnò a conformare la sua vita a quella del maestro, allontanando la tentazione di rinchiudersi nelle sue paure. Egli ricordava le parole del Vangelo: “Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). 

Si è parlato più volte della conversione di Romero, legandola ad un momento particolare della sua vita. Romero stesso ha sempre rifiutato questa interpretazione, per affermare che nella sua vita egli ha cercato di crescere nell’amore del Signore e nel servizio al suo popolo. In effetti, si è trattato per lui di un progresso spirituale che procedeva man mano egli si lasciava coinvolgere dal grande sogno del Signore. Romero, particolarmente quando fu nominato arcivescovo di San Salvador, la capitale del paese, sentiva con sempre maggiore vivezza il bisogno di costruire una Chiesa dai confini larghi, larghi sino a comprendere tutti, anche oltre il suo Paese. Voleva che la Chiesa fosse una casa di misericordia e di pace per tutti e particolarmente per i più poveri. In tal senso non era l’eroe che qualche volta si vuole descrivere, era un discepolo del Vangelo che si è lasciato travolgere dall’amore del Signore. Un discepolo che ha appreso dal Padre della parabola a non restare chiuso nel suo piccolo orizzonte. Romero ha appreso dal Padre a guardare lontano verso l’orizzonte e a correre per andare incontro ai piccoli bisognosi di tutto. Ed è uscito anche verso i più grandi, perché intenerissero il loro cuore e si avvicinassero a coloro che erano sfruttati e violentati dal male. Non fu facile per lui. Era difficile mantenere l’equilibrio in una situazione drammaticamente polarizzata. Ma Romero, spinto dall'amore del Signore, non si fermò ai propri piccoli sogni né si arroccò sulla vita tranquilla di sempre. Egli aveva imparato da Gesù e dal Vangelo a sognare una casa grande, senza confini, ove tutti, a partire dai piccoli e dai deboli, potessero gioire e fare festa. E’ anche la festa che facciamo in questa santa liturgia assieme a tutti i testimoni, a tutti i martiri del Novecento e di ogni secolo, che hanno amato il Signore più della loro stessa vita.


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