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NOV
01
1 Novembre 2008

MEMORIA DI TUTTI I SANTI. Roma, Liturgia in S. Maria in Trastevere in ricordo di tutti coloro che sono morti a causa di gravi malattie

 
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Nel giorno della memoria di Tutti i Santi, la Comunità di Sant'Egidio  celebra il ricordo di tutti coloro che sono morti a causa di gravi malattie, a cui la Comunità è stata vicina in questi anni.
A Roma, la liturgia si svolge nella basilica di Santa Maria in Trastevere.
Nel corso della liturgia, ognuno viene ricordato per nome.
Liturgie e momenti di preghiera si sono tenuti anche in altre città.

Omelia pronunciata nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, Roma

Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
"Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

Matteo 5, 1-12

Il futuro ci spaventa! Conosciamo così poco della nostra vita ed il domani ci pone interrogativi troppo grandi, tanto che, come davanti un panorama enorme, ci vengono le vertigini. Si nasconde dentro di noi una sottile tristezza, un senso di inutilità, di essere oggetto di forze più grandi di noi che ci trascinano dove noi non vogliamo e non scegliamo. Sentiamo la nostra fragilità, il poco della nostra vita, quando in quello che è più nostro, il corpo, si rivela la presenza estranea della malattia, che lo stravolge, lo rovina, ce lo rende diverso. Il futuro ci spaventa! L’attuale crisi economica ne è un drammatico esempio. Quello che appariva sicuro si manifesta incredibilmente volubile, tanto che scompaiono ricchezze incalcolabili, impoverendo tutti, in particolare, come sempre, i più poveri, che ne pagano le conseguenze con la disoccupazione, la precarietà, la difficoltà ad arrivare alla fine del mese.

Ecco, la celebrazione di oggi ci aiuta a guardare il nostro futuro. Il cristiano è un uomo di speranza: non evita le difficoltà, le affronta con la forza dell’amore perché crede che queste non vincono. L’abside di questa casa è proprio la rivelazione del nostro futuro: ci aiuta a “vedere” cosa ci aspetta ed anche a saperlo riconoscere già presente nella nostra vita. Perché il nostro futuro non è un giorno talmente lontano che non lo aspettiamo più, ma una presenza che possiamo riconoscere nella nostra vita. E questa stessa santa Liturgia, epifania di amore intimo, personale, più forte della sofferenza, è un anticipo del nostro futuro. Siamo i santi, gli amati, non per i meriti ma solo per suo amore gratuito, benevolo. Siamo scelti da Lui. Siamo con i santi che vivono insieme con Lui nel cielo. Oggi è la festa nostra, di quest’amore che ci ha accompagnato e sostenuto, che ci prende con sé; è festa dei santi, dei nostri cari, amati pienamente dal Dio della terra e del cielo. 

Ricordiamo i nostri fratelli che sono morti. Pronunceremo i loro nomi, perché essi sono qui, nella comunione dei santi, legame di amore, non fisico eppure così profondo e vero, che ci unisce ed unisce cielo e terra. Il nome di Dio, nel quale abbiamo iniziato questa celebrazione, dona senso ed eternità ai nostri poveri nomi. Lui è il primo che ricordiamo e Lui ci permette di ricordarli tutti. Ascolteremo tanti nomi: gli anni passano e la lista di coloro che stanno “dall’altra parte” è sempre più lunga. E’ il libro della vita. Cercando di imitare il Signore non ne dimentichiamo nessuno, anche dopo tanto tempo. E’ la nostra litania dei santi: preghiamo per loro, perché così esprimiamo il nostro amore, che annulla tutte le distanze, anche quella più grande, quella tra il cielo e la terra; loro pregano insieme a noi e ci aiutano a pregare; ed anche loro intercedono presso il Padre per noi, per il mondo, per quanti hanno avuto cari.

Essi sono coloro che sono passati per la grande tribolazione. Sì, la malattia è stata una grande tribolazione, che li ha trasformati, confusi, umiliati, isolati, ma anche, inaspettatamente, ha valorizzato quello che avevano di più profondo e vero. La sofferenza rende trasparenti. Essi nella loro debolezza ci hanno trasmesso sentimenti di profondissima umanità, di amicizia, chiesta e data, di spiritualità; di gioia, quando tutto sembrava dolore; di amicizia quando l’isolamento era così forte e continuo; di vita quando ad uno sguardo superficiale sembrava non essercene più.

“Nelle tue mani rimetto il mio spirito”, ha gridato Gesù morendo sulla croce. Tende le mani a qualcuno. Nella bellissima immagine della Dormizione di Maria, - che ci verrà donata alla fine per portarci un pezzo di questa casa anche negli occhi oltre che nel cuore - è Gesù che prende con le sue mani Maria per condurla in cielo e per circondarla del suo abbraccio. Per i cristiani la morte è un sonno; siamo e saremo richiamati alla vita, svegliati per aprire di nuovo i nostri occhi nel pienezza della luce. Vedete, tutti i discepoli sono intorno a Maria: la prima dei credenti, la comunità dei fratelli, non è lasciata sola. Anche noi non siamo lasciati soli e non vogliamo che nessuno lo sia, specialmente nella debolezza e nella sofferenza. Se nel mondo il dolore divide, separa, rivela la solitudine, per i discepoli del Signore unisce anche da lontano. Questa liturgia ce lo testimonia.

E’ una tradizione ormai, bella, che illumina con la sua luce e scalda con il suo calore tutti i giorni dell’anno. E so quanto tutti noi la aspettiamo e la desideriamo. Ritroviamo qui pieno l’amore che non ci ha fatto scappare dalla sofferenza, anche se forse qualche volta la paura e la disperazione ci avrebbe spinto lontano. Ritroviamo l’amore che ci ha aiutato a restare, che ha suggerito parole ed azioni che non avremmo mai pensato possibile; che ci ha dato la forza per essere fedeli fino alla fine, anche quando sembrava inutile. Gesù rimane vicino. Siamo diventati esperti di umanità, anche di cure, di modi concreti per alleviare le sofferenze; siamo diventati pazienti, sensibili. Spesso tanta gente nasconde il dolore, ne ha paura, quasi vergogna. Noi l’abbiamo vinta, spesso dolorosamente, perché si muore sempre un po’ con chi ci lascia, ma anche sperimentando come l’amore è più forte del male e della morte. Siamo stati vicini nel loro passaggio. Il nostro mondo nasconde la morte, illudendosi che così ne sia meno condizionato o perché non sa come affrontarla. Anche noi ne avevamo paura. Eppure siamo rimasti anche quando sembrava inutile, quando non sapevamo se capisse la nostra presenza. E quanto il Signore chi ha aiutato attraverso la Comunità. Lo abbiamo fatto per non lasciare nella solitudine e perché siamo certi che anche se non capisce c’è sempre una comunicazione profonda, fatta di tatto, di sguardo, di mani strette, comunicazione eloquenti ed intime. Sant’Agostino dice: “Non so come accada che quando un membro soffre il suo dolore divenga più leggero se altre membra soffrono con lui. E il dolore non si allevia per una distribuzione comune dei mali, ma dalla consolazione che si trova nella carità degli altri”. Quanto è vero! E quanto vogliamo che sia così per tutti. L’amore solleva dalla tristezza e dalla sofferenza. Anche per questo come in passato ci ricorderemo concretamente dei tanti che non hanno risposte a della cattiveria e dell’ingiustizia di un mondo che condanna a morte milioni di malati di AIDS in Africa perché non garantisce loro la terapia. Portiamo questa consolazione ovunque, soprattutto dove altro vivono la stessa difficoltà. Ecco, il nostro amore, la compagnia, l’aiuto materiale, può sollevare tanti e rendere concreta la speranza più forte del male. 

Ecco, ora il futuro ci fa meno paura. Ce lo spiegano i nostri cari. Accenderemo le candele. Sarà come vedere la luce di ogni nostro fratello, luce che riflette quella del cielo, come l’oro del mosaico, luce incorruttibile e piena. E’ nell’oscurità più grande della notte che risaltano le stelle. E sono lì, perché quando sembra impossibile capire e vedere la loro luce rallegra, conforta, aiuta a guardare in alto. Tra queste stelle ce n’è una che vogliamo ricordare con particolare affetto. Marilena. E’ questa la prima celebrazione senza di lei, festa di amore che lei ha curato con la sensibilità e la profondità con la quale tutti noi la conosciamo. Adesso è una stella, accolta con sorpresa e tenerezza da quei suoi tanti amici che ha amato, che hanno goduto della sua amicizia e che le hanno insegnato a non avere paura della fine. Quando si pronunciavano i nomi e si accendevano le candele vedevo sempre i suoi occhi, chiari e miti, davvero specchio dell’anima, pieni di commozione. Oggi lo sono i nostri nel ricordarla ma le lacrime sono come quelle delle donne al sepolcro che diventano di gioia per il Signore della vita che ha sconfitto anche la sua morte e di gratitudine per il suo amore che ancora tanto ci aiuta. La bontà anticipa il futuro ed è quello che resta di noi. 

Maria è presa da Gesù. E’ piccola, bambina: nasce alla vita del cielo. Così i nostri cari sono nati, santi, cioè amati per sempre. Signore Gesù, ti ringraziamo perché adesso nel buio del dolore possiamo vedere la luce del tuo amore e tendere le nostre mani perché siano strette dalle tue. Ricordati di noi e di tutti nel tuo Regno. Amen

Mons. Matteo Maria Zuppi


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