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10 Settembre 2012

Immigrazione: Come passare dall’emergenza all’integrazione

 
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Le differenti realtà dell’immigrazione sono state al centro di un panel affollato al XXVI Incontro di dialogo interreligioso promosso a Sarajevo dalla Comunità di Sant’Egidio: i relatori si sono confrontati con la sfida di passare finalmente, su questi temi, da un clima emergenziale a una politica di integrazione. Della percezione dell’immigrazione in Europa e negli Stati Uniti hanno parlato Edgar Busuttil, gesuita, direttore del Centro Fede e Giustizia di Malta, e Guzman Carriquiry, laico, Segretario della Commissione Pontificia per l’America Latina. Si sono descritti mondi in cui, “parallelamente a una diffusa indifferenza e ignoranza dell’Africa, del Medio Oriente, e dell’America Latina, si diffondono leyendas negras (leggende nere), che identificano il Sud del Mondo con il disordine, il sottosviluppo e la violenza”. L’estrema irrazionalità di tale approccio contrasta tanto con la crescita culturale, economica e qualitativa, oltre che quantitativa, della presenza ispanica in America del Nord, quanto col diffuso bisogno di immigrati che sperimenta oggi l’Europa. “Piuttosto che essere prigionieri di paure paralizzanti e distruttive, dovremmo guardare ai cambiamenti in atto come a un’opportunità preziosa”.

Ieri, alla cerimonia di apertura il fondatore di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, ora Ministro della Cooperazione Internazionale e dell’Integrazione, aveva detto: “L’emigrazione manifesta un movimento di avvicinamento, che ha creato in Europa (ma non solo) inedite convivenze”. La convivenza tra gli uomini e tra i popoli non può che essere una questione centrale in questo incontro il cui titolo è “Vivere insieme è il futuro”.

Immigrazione: Come passare dall’emergenza all’integrazione

Al panel su “Immigrazione: dall’emergenza all’integrazione”, svoltosi oggi nell’ambito del XXVI Incontro di dialogo interreligioso promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, ci si è confrontati con il fenomeno migratorio, e con la necessità di passare da atteggiamenti di corto respiro a politiche di prospettiva, capaci di misurarsi con la realtà e col futuro. Per leggere il futuro – può sembrare un paradosso - sono stati utili due brani antichi presi dalla Genesi: l’accoglienza degli angeli da parte di Abramo, e la promozione “sul campo” dello schiavo straniero Giuseppe, capace di interpretare i sogni del faraone, metafora dell’immigrazione come chance, piuttosto che come pericolo. A citarli rispettivamente  Miguel Humberto Diaz, Ambasciatore USA presso la Santa Sede, e da Daniela Pompei, responsabile per Sant’Egidio dei servizi per gli immigrati. Pompei ha sottolineato come l’immigrazione sia sempre più una risorsa. In paesi europei in regresso demografico, che rischiano di perdere l’occasione di crescita garantita dalla presenza straniera, “c’è un’idea che non corrisponde alla realtà. In alcuni paesi europei siamo non alla seconda, ma alla terza generazione – ha affermato - mentre a livello di opinione pubblica e di governi si resta ancora legati alle politiche di contenimento. Ma il problema è, piuttosto, come incentivare e trattenere i cittadini stranieri e gli stessi giovani europei perché non se ne vadano altrove”. Diaz, che ha ricordato il “Dream Act” di Obama, è partito dalla sua personale esperienza: arrivato negli Stati Uniti all’età di tre anni, con dei genitori cubani, il suo profilo e la sua carriera testimoniano le possibilità che gli USA offrono agli immigrati, ma anche le potenzialità insiste in una gestione “aperta” dell’immigrazione per lo stesso paese ospite, ha invitato a liberarsi dalla “paura di ogni alterità”, e ha concluso coi bei versi della Lazarus, incisi sul marmo della statua della Libertà: “A me date / le masse antiche, e povere, e assetate / di libertà […]! A loro / la luce accendo sulla porta d’oro”.


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