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17 Ottobre 2012 | ROMA, ITALIA

VENTI ANNI DI PACE IN MOZAMBICO

Un convegno per ricordare i venti anni di pace in Mozambico al Ministero degli Affari Esteri Italiano

L'intervento di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant'Egidio

 
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"Promoting Peace and security in Africa. Lessons learned from Mozambique": è il titolo del convegno in corso oggi alla Farnesina, per ricordare i venti anni di pace in Mozambico.

Il convegno si è aperto con i discorsi dei ministri degli Esteri mozambicano, Oldemiro Baloi, e italiano, Giulio Terzi, e del presidente della Comunità di Sant'Egidio, Marco Impagliazzo, che riportiamo integralmente. 

Nel corso della giornata prenderanno la parola, tra gli altri, i principali attori di quel processo di pace che si svolse tra le mura del convento di Sant'Egidio: Mons. Matteo Zuppi, oggi vescovo ausiliare di Roma; Mario Raffaelli, allora rappresentante del governo italiano; Raoul Domingos, capo della delegazione della RENAMO durante le trattative. Un contributo significativo verrà offerto anche da Roberto Morozzo della Rocca, storico, che sul processo di pace in Mozambico ha scritto due importanti volumi: Dalla guerra alla pace: storia di una mediazione insolita (1994,San Paolo ed).; e Mozambico: una pace per l'Africa (2002, Leonardo Intl).

Intervento del Prof. Marco Impagliazzo

Ringrazio il Ministro Giulio Terzi e lo IAI per questa significativa iniziativa di memoria del ventesimo anniversario della firma degli Accordi di Pace per il Mozambico. Si tratta di una buona notizia per il Mozambico, per l’Africa e anche per l’Italia. Un caso piuttosto insolito di mediazione diplomatica, in una guerra civile terribilmente sanguinosa e disumana, con un esito positivo e che finisce per essere un successo di lunga durata. L’allora segretario generale dell’ONU, Boutro-Boutros Ghali lo definì il successo di una “formula italiana” per “una miscela, unica nel suo genere, di attività pacificatrice governativa e non”. E’ una definizione interessante che ben racchiude la particolarità di una mediazione portata avanti per 27 mesi tra le mura di un antico monastero di Trastevere, sede della Comunità di Sant’Egidio, da quattro mediatori ufficiali, rappresentanti la Chiesa mozambicana, la Comunità di sant’Egidio, un deputato per il governo italiano: mons. Jaime Goncalves, Andrea Riccardi, Matteo Zuppi e Mario Raffaelli. E’ una rara miscela di cooperazione tra uno Stato, l’Italia, che aveva un grande prestigio in Mozambico, e attori non governativi.

Le trattative hanno costituito una vicenda atipica per la diplomazia internazionale, in primo luogo per l’originalità del gruppo di mediatori. Una sinergia di forze diverse che poteva apparire una debolezza, si è poi mostrata una forza. I mediatori di Sant’Egidio hanno creato l’atmosfera per i colloqui e hanno fatto un paziente lavoro di spola tra le due delegazioni. Il governo italiano ha fornito un sostegno tecnico-diplomatico, con Mario Raffaelli in testa, ma supportato dall’ambasciatore italiano a Maputo, Manfredo Incisa di Camerana e da personale diplomatico del Ministero degli Esteri, segnatamente i consiglieri Maurizio Melani e Enrico Guicciardi, con la Direzione degli Affari politici della Farnesina. Verso la fine dei negoziati, quando la situazione lo permetteva, furono coinvolti altri attori affinché interagissero in modo costruttivo: gli Usa, la Francia, il Portogallo, il Regno Unito, l’ONU.

Il felice esito della vicenda delle trattative di Roma ci consegna un messaggio semplice e profondo allo stesso tempo: la pace è possibile.  Infatti molte guerre sono state spiegate come prodotti ineluttabili di fatti oggettivi, indipendenti dalla volontà dei popoli. E’ la guerra delle identità, delle etnie, del cacao, del petrolio, dei diamanti, del coltan… In altre parole: se si verificano alcune condizioni, certamente vi sarà una guerra. Così la guerra e il disprezzo si fanno cultura e deformano l’anima di popoli interi.

La storia del Mozambico non corrisponde a questi cliché. Ventidue anni fa quel paese era una somma di città collegate tra di loro soltanto per via aerea. Bastava allontanarsi qualche chilometro dalla capitale, dalle sue vie semideserte e dai suoi mercati vuoti, e le strade potevano trasformarsi in una pericolosa trappola, dove i minibus carichi di passeggeri erano fermati e dati alle fiamme con tutto il loro contenuto umano in pochi minuti. Nelle campagne i contadini senza più speranza di coltivare vestivano di sacco, si cibavano di radici, e si erano “abituati” a dormire sugli alberi o in altri nascondigli, per non essere uccisi nel sonno. Milioni di mozambicani soffrivano la fame, erano sfollati nelle capitali provinciali o nei centri di media grandezza, si rifugiavano nei paesi confinanti. Più di 200.000 bambini rimasero orfani o abbandonati. La mortalità infantile raggiunse percentuali tra le più alte al mondo. Il Mozambico, già povero, guadagnò il primato di “paese più povero del mondo”.

Il rapporto di Sant’Egidio con il Mozambico si innesta in un rapporto che il Paese africano aveva con l’Italia e che risale ai primi anni Settanta, alimentato da una lunga storia di cooperazione. Nel 1984, a seguito di una gravissima siccità, promuovemmo il Comitato Amici del Mozambico: gli aerei di aiuti erano l’occasione per un dialogo con il governo. Con i dirigenti della Frelimo nacque subito un rapporto personale, schietto e senza pregiudizi.

Le due navi della solidarietà (1986 e 1988), che catalizzarono tante energie di quella “cooperazione globale” – direi popolare fatta di missionari, ong, imprese etc. ci permisero di approfondire il rapporto con il paese. Ma senza la pace, era impossibile pensare ad un vero proprio sviluppo. Capimmo allora che bisognava affrontare il problema della guerra. La guerra si riproduceva ormai da sé. Con il tempo si erano recisi i fili che legavano i cosiddetti burattinai (la Rhodesia prima e poi il Sudafrica) al cosiddetto burattino (la Renamo). Occorreva agire su quegli elementi interni che avevano determinato e alimentato la guerra, che era divenuta ormai un fatto endemico, un conflitto con dinamiche proprie.

Maturò in noi la coscienza che il dialogo fosse una strada obbligata. I primi contatti segreti risalgono al 1987. Era necessario trovare le persone giuste e voglio ringraziare Mons. Matteo Zuppi per tutti gli sforzi fatti in quella direzione alla ricerca di interlocutori.

L’aspettativa per il dialogo cresceva. Rivolgendosi al Congresso della Frelimo del 1989 a Maputo, Andrea Riccardi parlò della “pace che il popolo vuole come il pane” e fu sommerso dagli applausi dei delegati delle provincie, stremati dal conflitto. Parlare di pace, in tempi in cui ci si limitava alla possibilità di “concedere l’amnistia ai banditi”, era un fatto nuovo.

Nel dicembre 1989 un giovane mozambicano della Comunità di Sant’Egidio, Laurindo Magalhães Bonde, cadde vittima di una imboscata a 80 chilometri da Maputo, perdendo la vita. A Sant’Egidio ci si domandò “se avessimo fatto davvero tutto il possibile per la pace”. La sua morte motivò ancora di più la Comunità nella ricerca della pace.

Nel febbraio 1990, su invito di Sant’Egidio, Afonso Dhlakama, leader della guerriglia, effettuò la sua prima visita in Italia, contrassegnata dalla segretezza più assoluta. Fu un passo in avanti nella creazione della fiducia. Nella primavera nel 1990 si verificò la convergenza su Sant’Egidio, quasi in contemporanea, di due richieste per organizzare e ospitare le trattative tra la Renamo e il Governo: quella del Governo mozambicano e quella della Renamo, nella persona di Raul Domingos che saluto. Mentre altre strade erano fallite (Nairobi, il Malawi), i tempi erano ormai maturi per avviare i negoziati di pace a Roma.

Il metodo che ha guidato il delicatissimo processo di pace mozambicano fin dal primo incontro a Sant’Egidio realizzatosi l’8 giugno 1990 è quello antico di un diplomatico della Chiesa, Angelo Giuseppe Roncalli, divenuto papa con il nome di Giovanni XXIII, che diceva: “bisogna cercare quello che unisce e mettere da parte quello che divide”. Fu il metodo che permise di tenere fuori dalla sala delle trattative la ricostruzione dei torti subiti e di un passato impossibile da ricomporre. Bisognava guardare con coraggio al futuro e cercare quello che univa: l’essere figli e fratelli della stessa famiglia, il popolo mozambicano.

Tutto questo non vuol dire che siano stati negoziati freddi. Un testimone del processo negoziale come Cameron Hume, a quel tempo diplomatico degli USA nell’Ambasciata presso la Santa Sede, scrisse:

"per quanto condotte non da diplomatici professionisti, le trattative di pace per il Mozambico hanno prodotto strumenti tecnici raffinati, che hanno unito competenze specifiche, psicologia, cultura storica e giuridica, flessibilità e cultura politica, non comuni. Paradossalmente, proprio la caratteristica iniziale di outsider, di effettivi mediatori super partes ma seriamente dediti alla causa della pace senza possibili tornaconti politici o economici, o di prestigio internazionale, ha costituito un punto di forza dell'intera vicenda. Il clima stesso della Comunità di S.Egidio - non solo un ex monastero adatto ad incontri importanti e riservati, ma un intero gruppo di persone costantemente tese a trasformare ogni contatto umano nella possibilità di smussare attriti e differenze - ha avuto un ruolo non indifferente, soprattutto nei molti periodi di stanchezza e di crisi del dialogo."

Molti ci hanno chiesto perché i mozambicani hanno scelto Sant’Egidio. La risposta è, se volete, semplice: perché si fidavano. Non bisogna dimenticare che il negoziato era partito da zero - nel senso che si trattava del primo incontro fisico tra le due delegazioni e dopo 16 anni di conflitto. La diffidenza e i dubbi erano profondissimi da una parte e dall’altra. Sant’Egidio ha conquistato la loro fiducia con un lavoro paziente di ascolto e di dialogo. Con il tempo - ce ne è voluto molto – i mozambicani hanno capito che ci si poteva fidare di persone che non avevano altro interesse se non la pace.

Il 4 ottobre 1992 era una domenica mattina. I discorsi, pronunciarti in questa sala, furono ascoltati in diretta radiofonica in tutto il Mozambico. Era come se il paese tutto si fosse collegato con Roma. Dhlakama, dopo aver chiamato il suo antagonista “mio caro e stimato fratello”, ricordò le tante vittime del fratricida conflitto, auspicando che il sangue non fosse stato versato invano, e servisse da monito per un’autentica riconciliazione. Ordinò poi in diretta ai suoi uomini di deporre le armi. Chissano, da parte sua, volle sottolineare come la firma della pace fosse “una vittoria di tutto il popolo mozambicano”, dove non ci fosse spazio “per vinti né vincitori”, finendo per proclamare la pace come “irreversibile”.

Anche noi ci chiedevamo se la pace sarebbe stata davvero irreversibile. Ebbene, l’accordo di pace del Mozambico è stato firmato ed è stato rispettato. Sì, la pace ha tenuto, malgrado il preoccupante ritardo nell’arrivo delle truppe ONU. La pace ha tenuto perché apparteneva ai mozambicani, che hanno avuto la grandezza e la saggezza di saper voltare pagina. La pace ha tenuto anche perché era stata accompagnata da un processo di maturazione politica. E’ un esempio felice di come sia sempre possibile operare il passaggio dalla lotta armata, vista come il solo modo di sostenere le proprie posizioni, ad altri modi per fare questo: in particolare il dialogo e anche lo scontro politico che rende feconda la democrazia e garantisce la pluralità. In una battuta: da nemici a avversari politici.

Oggi il Mozambico è molto, molto cambiato. Difficile immaginare di essere in un paese dove si è consumata una guerra fratricida che ha prodotto più di un milione di morti. I turisti sono ovunque, così come gli uomini d’affari. Nelle città che crescono a un ritmo frenetico, tra il frastuono di traffico e musica, le icone della globalizzazione ci svelano un mondo dinamico e in continua trasformazione. Si scoprono grandi giacimenti minerari, come quelli di gas e carbone. A Maputo giungono giovani portoghesi colpiti dalla crisi, alla ricerca di opportunità di impiego. La storia si capovolge. Certo, i problemi non sono finiti. C’è miseria e c’è violenza nelle città. C’è la sfida della lotta all’AIDS, per cui Sant’Egidio è fortemente impegnata con il programma Dream. Ma la pace di Roma ha trasformato il volto di questo appassionante e struggente paese dell’Africa Australe.

E’ una storia resa possibile anche per l’esistenza di forze di pace nutrite dalla fede nell’impossibile, in quello che non si vedeva, che non si osava neppure sperare. Dobbiamo allora trarne una lezione: è sempre possibile fare la pace, trovare una strada che passi attraverso le persone - anche le più indurite – provare a guarire con pazienza la patologia della memoria, i rancori, le ideologie, il disprezzo. E’ necessario con pazienza trovare le vie per realizzarla, ricostruendo le fratture, creando un’intelaiatura di garanzie per il futuro, dando sbocco alla volontà di pace di popoli “ostaggio” della guerra.

Da questa perla, talvolta dimenticata, della sua storia, l’Italia riscopre una vocazione, quella di un Paese non percepito come invasivo o indifferente, ma che può fare la differenza coniugando la tradizione democratica europea con le sue eccellenze di pace e di dialogo, in cui possiamo, dobbiamo credere di più, per fare la nostra parte per un mondo migliore.



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