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24 Luglio 2002

Machava (Mozambico) - La speranza rinasce con la terapia antiretrovirale

 
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La chiamano tutti, familiarmente, "la casetta". Ma è un centro specializzato per la terapia con i farmaci antiretrovirali, realizzato e gestito dalla Comunità, che rappresenta la speranza per centinaia di malati di AIDS.

Oltre cento pazienti in cura, e la prospettiva di prendere in carico, molto presto, altri malati di Aids: si intensifica l`attivita`nel centro per l`assistenza domiciliare di Machava, a Matola (Mozambico), la popolosa città di casette in pietra e capanne di "canisso", alle porte di Maputo. 

Per arrivare a Machava, ogni mattina partiamo dal centro di Maputo, ci spingiamo lungo la strada che porta fuori dalla città, una lunga lingua d`asfalto che corre parallela a un canale che funge da discarica a cielo aperto, e da dove si intravedono le povere case dei sobborghi della capitale, un agglomerato di baracche e capanne che arriva fino a Matola. 


La nostra "casetta", come chiamiamo la costruzione a un piano che abbiamo completamente ristrutturato, sta diventando un punto di riferimento per tante persone sieropositive e malate, che non sanno a chi rivolgersi in un Paese in cui, nonostante l`infezione da Hiv abbia oramai contagiato oltre il 13 per cento della popolazione, l’introduzione della terapia è appena cominciata. 

Nonostante il suo nome familiare, la "casetta" è un centro altamente specializzato di prevenzione e cura dell`AIDS secondo protocolli innovativi.

Non solo perché è uno dei pochissimi luoghi – forse l’unico - in Mozambico e in Africa dove si somministra la terapia antiretrovirale gratuitamente. Ma anche perché, nata per coordinare l’assistenza domiciliare, è diventata il centro di una serie di attività che costituiscono nel loro insieme il nostro programma di lotta all’AIDS.

Visite a casa ai pazienti per verificare l`andamento della terapia, sostegno alimentare per sollecitare una adeguata risposta della cura, day hospital con analisi effettuate nel nostro laboratorio di biologia molecolare di Maputo e tanta amicizia: e un po` tutto questo il nostro servizio del centro di Machava, che ha preso in carico anche alcuni reclusi nel carcere di massima sicurezza (cadeia), che sorge quasi di fronte alla nostra "casetta". E non dimentichiamo i nostri ammalati ricoverati negli ospedali di Maputo, ai quali non facciamo mancare sostegno, medicine, visite giornaliere e affetto! 


Da quando, tre mesi fa, abbiamo cominciato la terapia antiretrovirale, abbiamo constatato che, superati i primi trenta giorni di cura, i pazienti iniziano a stare meglio, a riprendere forze, a vivere.

In queste ultime settimane il numero delle persone che accettano di fare il test per l`HIV è in aumento: essere positivi non è più una condanna senza appello, ora che esiste una concreta prospettiva di potersi curare. Anzi, ora la gente ci viene a cercare, molte persone vengono spontaneamente per chiedere aiuto.

Martedì scorso ha bussato alla porta del centro una donna stremata, quasi in fin di vita, che si è trascinata per alcuni chilometri per percorrere a piedi, da casa, il tragitto della salvezza e arrivare fino alla nostra "casetta". 

Adelina ha solo 34 anni: le abbiamo prestato i primi soccorsi e poi l’abbiamo ricoverata all`ospedale centrale di Maputo. Il giorno dopo, quando siamo andati a trovarla in ospedale, era sorpresa e grata. Lo è stata ancora di più quando le abbiamo assicurato che sarà inserita nel protocollo di cura. 

Una nuova speranza sta nascendo nelle case di Machava, Infulene, Matola, e in quelle della periferia di Maputo, enormi agglomerati di baracche in pietra e di capanne di "canisso" sparse in un dedalo di sentieri sterrati, senza indirizzo, che la recente alluvione ha stravolto, trasformandoli in profondi crateri. 

Dal centro di Machava, ogni giorno, partono i nostri "fuoristrada" che si inoltrano in questo labirinto alla ricerca delle abitazioni dei pazienti. Anche la visita a casa di Onoria è diventata una consuetudine. A questa giovane donna di Infulene, il cui bel sorriso era come spento per la malattia, andiamo a fare tutti i giorni la medicazione: l`allettamento forzato le aveva provocato piaghe da decubito, ma adesso le ferite si stanno chiudendo. Onoria ha ricominciato a camminare, anche grazie alla fisioterapia che le pratichiamo alla "casetta". Quel bel sorriso è ritornato sul suo volto, e ha conquistato tutti.

Stefano Capparucci


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