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3 Ottobre 2014 | LAMPEDUSA, ITALIA

A Lampedusa, la preghiera per non morire di speranza. Mai più

L'omelia del cardinale Vegliò in ricordo delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013 in cui persero la vita 366 persone. IL VIDEO

 
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S.E. Antonio Maria Card. Vegliò
Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti
Lampedusa, 3 ottobre 2014


 Cari fratelli e sorelle, 

“Beato è l’uomo che ha fame e sete della giustizia,
 perché nel regno che viene questi sarà saziato.
 Beato chi accoglie il povero: vivrà nella casa del Padre.
 Beato chi è uomo di pace: sarà detto figlio di Dio.”

Fratelli e sorelle, stasera, desideriamo pregare insieme e ricordare per nome le vittime del naufragio di un anno fa, sulle coste di Lampedusa. Non possiamo dimenticare quanto è accaduto. Era il 3 ottobre, verso le 4.00 del mattino, un barcone con a bordo prevalentemente donne e bambini eritrei, insieme ad alcuni etiopi, prende fuoco e con sé anche la vita di 366 innocenti. Siamo tutti rimasti scossi dalle immagini e il mondo intero è testimone di quanto è accaduto.
 
Desidero ringraziare la Comunità di Sant’Egidio, la Caritas Italiana, la Fondazione Migrantes, le ACLI, il Centro Astalli, il Jesuit Refugee Service (JRS), la Federazione Chiese Evangeliche Italiane, la Comunità Giovanni XXIII, l’Arcidiocesi di Agrigento, ed altre associazioni, per avere colto l’appello di Papa Francesco, durante la sua visita a Lampedusa l’8 luglio del 2013, a fermarci davanti al dramma di tante donne, bambini e uomini che fuggono dalla guerra; e per questa veglia di preghiera, per fare memoria di questo naufragio che, un anno fa, ha drammaticamente segnato la storia della migrazione contemporanea. Vogliamo per questo ricordare e pregare insieme per ridare dignità alle persone che hanno perso la vita in fondo al mare.
 
Preghiamo anche per i parenti delle vittime (alcuni di essi sono presenti) e per le persone di buona volontà che hanno teso la mano ai superstiti e hanno sentito nel cuore la paura, la sofferenza, la stanchezza e la speranza grande che questi fratelli e sorelle profughi portano con sé. “La fede - dice il Santo Padre – si esprime nella cultura della solidarietà, dell’inclusione” con una santità umile a cui tutti i cristiani sono chiamati a vivere. Al momento del naufragio, i pescatori che si trovavano sulla costa sono stati i primi a prestare soccorso con le loro mani, tentando di salvare molte vite. Su quest’isola, bellissima, vive una mobilitazione davvero generosa dei cuori degli abitanti di Lampedusa, una dedicazione infaticabile dei parrocchiani, che toccano con mano il volto della sofferenza umana e si adoperano per soccorrere e ridare dignità a fratelli e sorelle che fuggono da violenze, guerre, persecuzioni.
 
Dal giorno in cui hanno lasciato il loro Paese all’arrivo sulle nostre coste, molte di queste persone hanno vissuto privazioni e sofferenze estreme.I migranti e i rifugiati – ricorda il Santo Padre – non sono pedine sullo scacchiere dell’umanità. Si tratta di bambini, donne e uomini che abbandonano e sono costretti ad abbandonare le loro case. Il riconoscimento del loro bisogno di protezione, salvare vite umane, salvaguardare la dignità umana e lo sviluppo di risposte politiche sono collegati con i valori morali delle nostre società e la nostra visione cristiana. La Chiesa, da sempre, accompagna l’umanità e condivide le sue sorti. “Sono Pastore – dice il Santo Padre - di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti. Perciò esorto i Paesi ad una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali. Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo!“ (E.G. n. 210).
 
Non possiamo allora permettere che altre persone in cerca di salvezza perdano la vita nel nostro Mare Mediterraneo, nonostante gli sforzi dell’operazione Mare Nostrum, con l’impiego della Marina Militare italiana per le operazioni di salvataggio. “I morti in mare – afferma il Santo Padre - sono una spina nel cuore che reca sofferenza”. Non possiamo comportarci come Caino, non possiamo lasciare prevalere l’indifferenza e il silenzio davanti a tante vite umane spezzate. Le vere emergenze sono il superamento di pregiudizi, la responsabilità condivisa di tutti i Paesi europei nella difesa dei diritti umani fondamentali delle persone e per questo è importante l’attuazione di politiche migratorie volte a creare alternative alle carrette del mare, gestite da organizzazioni criminali che speculano sulla disperazione delle persone. L’accoglienza può diventare un programma politico di sviluppo capace di assicurare la dignità, la protezione, quindi l’accoglienza adeguata dei richiedenti asilo e delle persone bisognose di protezione internazionale. L’organizzazione programmatica dell’accoglienza da parte di tutti i Paesi europei significa prendere atto della realtà migratoria forzata affinché nessun Paese di prima accoglienza sia lasciato solo.
 
A me che importa?” dice Caino “sono forse custode del mio fratello?” 
Fratelli e sorelle, ognuno di noi è chiamato ad essere una corrente d’amore. Benedetto colui che dà il suo amore ai suoi fratelli nel bisogno, perché l’amore che abbiamo verso l’altro è verso Dio! Ogni persona, proprio perché creata a Sua immagine e somiglianza, senza distinzioni, è rivestita della stessa dignità di persona. Siamo tutti parte di un’unica famiglia umana e “noi, come Chiesa, ricordiamo che curando le ferite dei rifugiati, degli sfollati e delle vittime dei traffici mettiamo in pratica il comandamento della carità che Gesù ci ha lasciato, quando si è identificato con lo straniero, con chi soffre, con tutte le vittime innocenti di violenza e sfruttamento”. 
Non abbiamo quindi paura di tendere le mani verso l’altro, di essere come tessere nel grande mosaico che Dio va creando nella storia, ognuno con la propria missione ma tutti insieme per imparare a custodirci gli uni gli altri.
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