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Celebrazione del 44° anniversario della Comunità


 
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Liturgia per la celebrazione del 44° anniversario della Comunità di Sant'Egidio

Genova, Basilica dell'Annunziata, 15 marzo 2012

Il card. Sepe pronuncia l'omelia nel corso della Celebrazione per il 44° anniversario della Comunità di Sant'Egidio a NapoliUn saluto cordiale e affettuoso agli amici della comunità di sant’Egidio. Sono lieto di essere qui con voi anche quest’anno in questo significativo anniversario che segna di anno in anno una strada, un cammino non soltanto che si allunga nel tempo, ma che si arricchisce nella fecondità. Permettete un saluto fraterno e affettuoso a sua eccellenza monsignor Zuppi, vescovo eletto per la diocesi di Roma, ausiliare della vostra comunità, che questa sera mi ha fatto la sorpresa della sua presenza e quindi prendo al volo l’occasione ben volentieri per rinnovare il mio augurio a lei, eccellenza, ricordando quello che già sicuramente il suo cuore di sacerdote conosce, ma che proverà di persona, e cioè che nessun pastorale è mai facile ed è mai leggero. Ma nello stesso tempo questa constatazione che diventerà esperienza quotidiana anche per lei, farà crescere in lei come in ogni vescovo la fiducia e l’abbandono in colui che è pastore dei pastori, cristo che è il pastore grande delle nostre anime. E ci accorgeremo che non possiamo essere assolutamente pastori, noi vescovi, se ogni giorno di più non diventiamo discepoli docili di Cristo. Solo allora possiamo guidare il popolo a noi affidato dalla divina provvidenza nel solco sicuro e luminoso della fede apostolica. E nello stesso tempo questo abbandono e questa fiducia nel pastore grande delle anime di cui noi siamo soltanto un piccolo seppure reale ed efficace segno, ci aiuterà e la aiuterà sicuramente a tenere la sua mano sempre più ferma nella mano di Cristo, ed allora il suo pastorale sarà sopportabile, sarà lieto e sarà soprattutto fecondo per il bene spirituale delle anime del popolo di Dio. Sono questi i sentimenti del cuore di confratello, il mio auspicio e la mia preghiera per lei.

Cari amici di sant’Egidio 44 anni dalla vostra nascita, un bel compleanno e 36, mi pare, a Genova, come vescovo di Genova spero che siano i primi 36 anni, poi come presidente della CEI altrettanto e ancora di più, non soltanto in Italia evidentemente, perché la vostra presenza che è conosciuta a tutta la diocesi e alle nostre comunità cristiane si inserisce in quel cammino, in quella presenza di carità e vicinanza che esprime e dà corpo, volto, parola della maternità della Chiesa nel mondo, della maternità e della prossimità della chiesa di Genova al suo popolo.

Giustamente è stato ricordato da Andrea Chiappori un raffronto nella povertà crescente, nelle esigenze crescenti anche nella nostra città. Ebbene voglio dare una cifra che ho anche ricordato nel Te Deum dello scorso anno a fine anno quando dicevo che dai centri di ascolto dei nostri vicariati abbiamo ricevuto questo dato: che tra il 2010 e il 2011 gli interventi si sono quadruplicati, passando da 6000 e qualcosa del 2010 in tutta la diocesi a più di 25000. Questo indice soltanto un indice di una realtà anch’essa ormai consolidata nella nostra diocesi che sono i centri di ascolto e che coprono, cercano di coprire i 27 vicariati della nostra diocesi, ma se a questi dati e alla nostra presenza si aggiunge tutto il resto, quindi la vostra realtà, la nostra azione e quella di tanti altri gruppi che si dedicano alla solidarietà evangelica, capiamo come il crescere del bisogno primario di tantissima gente anziani, o meno, famiglie o no, italiani, anche italiani ormai, e immigrati, è come una marea montante. Questo non ci deve assolutamente spaventare né scoraggiare, ma semmai, come dicevo in altre occasioni, ci deve far ringraziare il signore innanzitutto perché ci aiuta a sprigionare dai nostri cuori le energie migliori e nello stesso tempo ci deve stimolare a crescere ulteriormente in quella testimonianza, in quel servizio della carità che diventa sempre più urgente e richiesto, cercato, atteso, non di rado anche da chi non ha il coraggio di chiedere per pudore, per dignità, perché fino a ieri sopra la soglia della povertà e oggi sott’acqua. Ma spesso con molta dignità e molto pudore nel silenzio e nel nascondimento. Ed è per questo che la situazione come da molte parti della nostra diocesi ormai vedo, la nostra presenza di credenti, di cristiani, di uomini di buona volontà, deve farsi sempre più acuta, attenta, dallo sguardo attento, capace cioè di intuire il bisogno anche laddove non vi è richiesta. E questa è un affinamento della carità evangelica che ho l’impressione, grazie a Dio, si vada compiendo anche nella nostra diocesi.

Ma nello stesso tempo, come dicevo pocanzi prima di entrare in chiesa, deve crescere, crescere, aumentare e crescere, espandersi la solidarietà di tanti e di tanti di più che possono dedicare tempo, intelligenza, cuore, risorse, quel poco che ognuno ha, ma messo insieme forma sempre molto, che la nostra Genova è in grado, è in grado secondo la tradizione più nobile e più bella della nostra città e della nostra diocesi, è in grado di esprimere. Deve allargarsi la presenza della carità nel nome di Cristo e nel nome dell’uomo. Tenendo presente, e so che questo, anche questo è un punto fermo della vostra formazione e della vostra azione, che se la gente, il mondo, gli uomini tutti hanno bisogno certo delle cose materiali, del pane, della casa, del lavoro, hanno altresì bisogno dello sguardo, dell’attenzione, della parola, del silenzio, della semplice vicinanza che coinvolge e ben lo sapete, coinvolge ancora di più del pane dato che è pur necessario, perché coinvolge più intimamente ciascuno di noi nella vita dell’altro. ma nello stesso tempo siete anche consapevoli che se il povero, l’uomo ha bisogno del pane, ha bisogno dell’attenzione dell’altro, di non sapersi condannato alla solitudine che è la malattia più mortale di tutte, altresì il bisogno del bisogno che è Cristo, che è il pane della vita, che è la vita eterna, che è l’apertura sul cielo, che è il senso del proprio andare a volte così appesantito fino qualche volta a sentirsi abbruttiti. La speranza, la speranza affidabile, non quella delle promesse umane, ma quella di Dio, solo Dio in Cristo si è fatto speranza affidabile. E allora dentro la vostra presenza, nelle diverse aree dove operate, dal carcere agli anziani, agli istituti alla gente per strada insieme a tanti altri amici che ho visto anche qui presenti, voi portate quello sguardo interiore, quegli occhi, quel sorriso, all’occorrenza quella parola che rivelano il volto del signore. Abbiate questo fuoco interiore, questo desiderio sempre crescente che tutti e ciascuno nella libertà personale possano incontrare attraverso di voi il volto di dio, il dio della vita, il nostro destino, la meta del nostro andare, il senso dei nostri dolori. E così la carità sarà a 360 gradi, sarà completa e noi sappiamo questo, ed è per questo che voi ogni giorno venite in questa splendida chiesa per la preghiera, come questa sera, come in altri momenti. È per questo motivo che tenete la chiesa aperta anche negli orari di mezzogiorno, del pranzo, del primo pomeriggio nel tentativo giusto, questo tentativo, bisogna sempre osare, mai scoraggiarsi, nel tentativo e nella speranza che la chiesa aperta possa essere un invito ad entrare e ad incontrare l’invisibile che qui è presente, trasuda da questi muri, ma soprattutto è presente nella divina eucarestia. Ecco i segni di questo vostro anelito, di questa vostra consapevolezza a cui voglio dare atto e incoraggiamento, perché tutti sappiamo che se non attingiamo continuamente la motivazione, la luce, la forza della nostra missione a colui che è il dono fatto carne, tutto quanto si esaurisce e non regge alla fatica del tempo, all’usura dei giorni, non regge, e la fedeltà diventa impossibile fuori dall’assoluta eterna fedeltà di Dio in Cristo. Ed è per questo che dobbiamo tornare costantemente alla sorgente della fedeltà, perché noi possiamo essere fedeli agli uomini, perché abbracciati e alimentati dalla fedeltà di Dio.

Cari amici, continuiamo a camminare uniti. Il brano evangelico che abbiamo ascoltato ci dice molte cose, come sempre la parola di dio. Ne sottolineo due. Quando non siamo fedeli a Dio, quando ci stacchiamo da lui inseguendo altre vie, il maligno qui dice il Vangelo, immediatamente diventiamo muti anche se siamo dei parolai, perché per comunicare non basta parlare, lo sappiamo, bisogna avere qualcosa di importante, di bello, di vero da dire, altrimenti possiamo far risuonare le menzogne, lo spirito della menzogna, il diavolo. Ma il parlare di menzogne non è comunicare, è come essere muti. Solamente l’incontro con cristo ci libera dalla menzogna, ci restituisce la verità e quindi ci restituisce la parola, quella vera, non quella che risuona come un cembalo, ma che non entra nel cuore, che non lo pacifica, anche se impegnativa e grave. E poi il brano evangelico ascoltato ci ha invitato, guardando e pensando al regno, all’unità, una unità che nasce dalla comunione dei cuori, degli intenti, ma tutto questo non è sufficiente, perché ancora troppo sul versante umano e quindi insufficiente, fragile. Nasce l’unità e la comunione dei cuori nascono ancora una volta dall’incontro con l’amore di cristo. E allora in vangelo ci invita a coltivare l’unità e la comunione dei cuori, la comunione della fede che diventa incontro con gli altri nella sopportazione vicendevole, nel perdono reciproco, nella fiducia gli uni verso gli altri per ricominciare dopo avere sbagliato, nel ricomporre ciò che nella vita di tutti a volte si scompone, ci invita a non dividerci. Anche qui torniamo allo spirito del male che è menzogna e quindi divisione. E l’uomo nella menzogna e nella divisione resta solo, solo con se stesso, murato dentro al proprio io, forse illuso di essere libero e invece prigioniero. E allora questo invito alla comunione che è sempre qualcosa da riprendere in mano, da ricostruire, soprattutto da chiedere a lui, all’altare, è una comunione che vi invito sempre più a coltivare, a purificare, a far crescere nell’ambito della vostra esperienza e della vostra realtà ecclesiale, e naturalmente all’interno della chiesa. In tutte le sue espressioni ecclesiali che si radunano, che si portano a sintesi e a efficacia attorno a Pietro e ai vescovi tutti. Come è bella la comunione e come è profezia la comunione in un mondo che sembra sempre più dividersi nonostante i tentativi di unità, ma sempre unità precaria, perché non basata sulla verità, ma sulle convenienze a volte sulle bugie. Ebbene, in un mondo di questo tipo che sembra viaggiare in questa direzione di fragilità interna c’è bisogno della testimonianza, della profezia e della comunione creduta, conquistata, purificata ogni giorno, invocata in ginocchio. Grande profezia! La chiesa nella sua coralità, nella sua compagnia variegata e anche questa sera rappresentata con tanta fraternità si presenta al mondo come profezia di unità e di comunione. Sì, gli uomini al di là di ogni fede e di ogni posizione restano contagiati quando toccano che è possibile vivere insieme non solamente accanto, ma sulla stessa strada in comunione. Sia questo non soltanto un augurio che ci scambiamo in questo anniversario, ma sia l’oggetto della nostra preghiera.


Angelo Bagnasco
Arcivescovo di Genova

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