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30 Settembre 2013 16:30 | Basilica di San Bartolomeo all'Isola

L’America Latina di Papa Francesco



Valentina Alazraki


Giornalista vaticanista, Messico
Il Papa Francesco ha confessato in uno dei suoi molteplici interventi a braccio, che il suo sogno, da giovane, era fare il missionario. Dopo l’operazione al polmone, gli fecero capire che forse sarebbe stato imprudente.
 
Credo che oggi il Papa, che i cardinali sono andati a cercare alla fine del mondo, stia finalmente realizzando il suo sogno.
Cinquecento anni fa i missionari europei partirono per il nuovo mondo per portare fin laggiù il messaggio del Vangelo.
500 anni dopo un uomo di quel continente è stato eletto Papa e da circa 6 mesi e mezzo sta cercando di evangelizzarci.
L’elezione del primo Papa latinoamericano nella storia era nell’aria.
Dopo la traumatica uscita di scena di Benedetto XVI, nelle congregazioni generali in preparazione del Conclave, quest’ipotesi ha preso piede fra un gruppo numeroso di cardinali, uniti da una certezza: era arrivato il momento di andare oltre i confini europei.
Dopo lo scandalo del Vatileaks, in molti prelati c’era anche la convinzione che bisognasse dare un segnale forte: il Papa non poteva essere italiano.
Con l’elezione del cardinale Jorge María Bergoglio, i cardinali hanno innanzitutto riconosciuto un dato geopolitico indiscusso: l’America Latina è ormai la prima regione cattolica del mondo, dato che il 42% dei fedeli cattolici di tutto il mondo vive in questo continente. Se aggiungiamo i più di 
50 milioni di “hispanos” che vivono negli Stati Uniti, si arriva al 50%. Ma hanno premiato soprattutto la sua spiritualità, il suo essere pastore e il suo progetto di una Chiesa che non fosse più autoreferenziale, ma bensì proiettata verso l’esterno, e in maniera particolare verso le periferie esistenziali, non solo quelle materiali ma anche quelle spirituali.
 
 Dall’America Latina, è così approdato nel vecchio continente stanco e distaccato, dove il divario tra fede, dottrina e vita privata dei cosiddetti credenti si è fatto ogni giorno più grande, un pastore latinoamericano figlio- nipote però di emigranti italiani, quindi un ponte ideale tra i due mondi.
 
E’ giunto qui con un’esperienza  da prete “callejero”, di strada, da pastore con l’odore delle pecore che per lui è l’odore indispensabile di ogni buon pastore, la cui altra qualità è quella di lasciare le 99 pecore per andare in cerca di quella che si è perduta. Papa Francesco parla a tutti, a quelli che credono e a quelli che non credono, a quelli che vivono con gioia e coerenza la loro fede e a quelli che hanno sbagliato e vivono nel peccato.
Non ci sono dubbi che Francesco si muova guidato innanzitutto dalla sua vocazione missionaria.
Le messe a Santa Marta, le sue omelie, il suo prendere il telefono per rispondere personalmente a persone che gli hanno scritto, il suo interloquire con la gente che ha davanti per accorciare le distanze, il suo dialogar con uomini che si riconoscono atei, sono il frutto della sua  testimonianza personale del messaggio evangelico.
Figlio di una chiesa latinoamericana più fresca, più giovane, forse anche più audace rispetto a quella europea, mette il Vangelo al primo posto, prima ancora della dottrina.
Credo questo sia il senso di molte sue frasi durante l’intervista a padre  Antonio Spadaro per la rivista Civiltà Cattolica e tutte le altre pubblicazioni della Compagnia di Gesù.
 
In Papa Francesco non credo ci sia la volontà di modificare la dottrina ma quella di  farla procedere da un’apertura dei cuori, dall’accoglienza, dalla misericordia, la parola che più ha pronunciato in questi mesi insieme  alla parola gioia che dovrebbe accompagnare sempre, secondo lui, l’annuncio del Vangelo.
Papa Francesco ha scelto questo nome perché sogna una Chiesa che torni alle origini, che si spogli di tutto il superfluo, che diventi più essenziale.
  
Credo sia  in atto una rivoluzione ma si tratta di  una rivoluzione dei toni e della forma.  È la rivoluzione della tenerezza.
 
La rivoluzione è nei gesti, nell’atteggiamento dei pastori. In effetti, dice continuamente a sacerdoti, vescovi e cardinali, che devono preoccuparsi di curare chi è ferito, chi è in difficoltà e non di fare consulti sulla malattia.
 
L’immagine di Chiesa come ospedale da campo dopo una battaglia è sicuramente una delle più belle immagini che ci ha dato Papa Francesco in questi mesi e credo che più di ogni altra possa riassumere la sua concezione di Chiesa. In quest’ospedale da campo, bisogna curare le ferite e riscaldare i cuori.
Nel suo linguaggio così vicino ai fedeli, il Papa ricorre spesso all’immagine della Chiesa come una mamma che non chiude mai le porte, che accompagna i suoi figli nella notte, nel buio dell’anima, sempre pronta a capirli e a difenderli.
Nel suo stile comunicativo, abbondano le metafore, i ricordi personali, le battute piene di umorismo. Ma il Papa comunica anche con i gesti. Basta osservarlo quando fa un interminabile giro della piazza in occasione dell’udienza generale del mercoledì: durante quasi un’ora si dà alla gente, scende e sale dalla macchina, abbraccia bambini, scambia lo zucchetto, prende il mate che gli porgono e lo beve, fa il segno di vittoria, riceve magliette di squadre di calcio, sembra un tutt’uno con la folla di fedeli che stanno arrivando dal mondo intero.
 
Papa Francesco ci trasmette anche normalità.
Ha deciso infatti che deve vivere  il più normalmente possibile anche se  è Papa, quindi  se a Buenos Aires viveva in un piccolo appartamento e non nella sede dell’arcivescovado , qui vive a Santa Marta.
Ha spiegato che lo fa perché non può vivere solo e non perché il Palazzo Apostolico sia particolarmente lussuoso, ma ci ha anche detto a noi giornalisti, tornando dal Brasile, che in qualche modo in un mondo colpito della crisi economica, anche lui deve adeguarsi e dare l’esempio.
 
Se a Buenos Aires girava a piedi o con i mezzi pubblici, qui ha rinunciato alla macchina del Papa e preferisce un’utilitaria con scorta ridotta.
 
In Brasile, in occasione del suo viaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù non ha voluto il Papamobile.
L’abbiamo visto salire e scendere dall’aereo con la sua cartella nera. E’ normale, ci ha detto, la portavo prima, la porto anche adesso.
Papa Francesco continua a indossare i suoi pantaloni neri sotto la veste bianca e ai piedi continua ad avere le sue vecchie, ma comode scarpe ortopediche.
 
Tutti questi particolari fanno parte di un suo stile, uno stile nuovo soprattutto nel modo di comunicare con i fedeli e ancor di più con quelli che non lo sono, e sono frutto del suo temperamento personale e della sua strategia missionaria.
Tornando al tema di questa conferenza, l’America Latina di Papa Francesco vorrei riflettere su un punto.
All’inizio del suo pontificato gli analisti si sono fatti una domanda: Papa Francesco sarà per l’America Latina quello che Giovanni Paolo II è stato per l’Europa della guerra fredda? 
Credo sia prematuro dare una risposta, però vorrei condividere con voi alcuni aspetti che mi hanno colpito, per ciò che riguarda il suo sentirsi latinoamericano.
Per varie settimane, dopo la sua elezione, il Papa ha parlato solo in italiano. Persino nelle udienze generali o negli Angelus, occasioni nelle quali i suoi predecessori salutavano in diverse lingue, il Papa non parlava nella sua lingua. Avendo deciso che non si sentiva completamente a suo agio nelle altre lingue, non voleva “privilegiare” lo spagnolo perché lui si sente molto di più il vescovo di Roma che non il Papa latinoamericano. 
Un altro elemento che riflette la sua volontà di non essere catalogato come Papa argentino o latinoamericano, è il suo programma di viaggi internazionali. 
Dovuto, in parte, alle elezioni politiche che si terranno nel suo paese il 27 ottobre, Papa Francesco ha deciso che non andrà in Argentina, per lo meno quest’anno.
 
Per ciò che riguarda i molteplici inviti ricevuti dai paesi latinoamericani, ha già fatto sapere agli organizzatori dei viaggi papali che non intende fare più di un viaggio all’anno in America Latina, proprio per non essere additato come il Papa di un solo continente. In aereo tornando dal Brasile ci ha detto in effetti che nel 2014 non tornerà in America Latina perché deve andare in Asia. Bisognerà quindi aspettare fino al 2015.
 
Vedo qui due differenze con Giovanni Paolo II: sebbene fosse  il Papa di tutti e i suoi 104 viaggi internazionali lo dimostrano, il Papa venuto dall’est non ha avuto complessi nel presentarsi come un Papa polacco. Inoltre, soprattutto nei primi dieci anni di pontificato, fino alla caduta del muro di Berlino, la sua grande battaglia, la sua missione profetica è stata  quella di fare respirare l’Europa con i suoi due polmoni, l’Occidente e l’Oriente, perché l’Europa doveva essere una sola unita, sulla base delle sue comuni radici cristiane.
È forse presto per dirlo, ma non avverto in Papa Francesco una missione “latinoamericana”, in senso stretto.
Vorrei anche aggiungere che fino ad oggi mi sembra che Papa Francesco abbia spiazzato e continui a spiazzare i media di tutto il mondo perché sfugge alla vecchia contrapposizione tra conservatori e progressisti. Con lui non sono possibili  letture preconcette, perché  i suoi gesti imprevedibili, i suoi continui  appelli alla misericordia, all' umiltà, alla povertà, modificano  ogni giorno la Chiesa e il suo rapporto con la società. 
Nell’intervista a Civiltà Cattolica il Papa ha detto che non è mai stato di destra. A chi vorrebbe descriverlo come un Papa di sinistra, chiarisce che non si può servire Dio e il denaro allo stesso tempo, ma che questo non è comunismo bensì vangelo puro. 
Uno dei temi più ricorrenti nelle sue omelie pubbliche o private è quello della povertà e la sua visione e sensibilità verso questo tema sta colpendo molti cuori. Il Papa è diventato un simbolo di una vita più austera e forte della sua coerenza, che altro non è che una coerenza evangelica, chiede agli uomini della sua chiesa di lasciare ogni ostentazione.”Non si incontra Gesù viaggiando in prima classe”, ha detto qualche giorno fa in una delle sue omelie a Santa Marta.
Il tema della povertà potrebbe però indurre a mal interpretare la posizione di Papa Francesco per ciò che concerne la Dottrina Sociale della Chiesa. Non penso che ci sia nessuna diversità rispetto ai suoi predecessori in quanto all’esigenza che la Chiesa promuova la giustizia sociale con l’arma del Vangelo e non del “capitale” di Marx.
 
Come cardinale ebbe a dire che i problemi enormi e le sfide della realtà latinoamericana non si possono affrontare né risolvere con vecchie attitudini ideologiche tanto anacronistiche quanto dannose. Ma chiarì che la strada non passava neanche attraverso l’ultraliberalismo individualista e l’edonismo consumista.
C’è già chi parla di una rivalutazione della teologia della liberazione, di cui sarebbe prova il suo incontro con il teologo della liberazione Gustavo Gutiérrez . Sarei prudente su questo punto e mi rimetterei a quello che Papa Francesco ha detto ai vescovi latinoamericani durante il suo viaggio in Brasile quando ha criticato il riduzionismo socializzante, cioè l’ideologizzazione del messaggio evangelico.
Vorrei concludere dicendo che siamo appena all’inizio del nostro viaggio alla scoperta del primo Papa latinoamericano della storia  e che questo viaggio ci riserverà sicuramente molte sorprese.
 
 

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