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30 Settembre 2013 16:30 | A.B.I. Palazzo Altieri Sala della Clemenza

Immigrazione: dall’accoglienza all’integrazione



Antonio Maria Vegliò


Cradinale, Presidente del Pontificio Consiglio Pastorale per i Migranti, Santa Sede
Signore e signori! Cari amici!
Nel diciottesimo capitolo del Libro della Genesi, leggiamo dell’incontro tra il Patriarca Abramo e i tre stranieri che giungono alla sua tenda presso le querce di Mamre. Nel resoconto biblico, Abramo, nostro Padre nella fede, manifesta il gran dono dell’ospitalità che Dio gli ha concesso. È vero che l’ospitalità non era esperienza esclusiva di Abramo: aprire il proprio cuore e la propria casa a uno straniero era pratica comune, a quel tempo, presso i popoli del vicino Oriente. Eppure, Abramo adempie quella pratica in modo mirabile: tutto quello che aveva la sua famiglia lo mette a disposizione dei tre visitatori, e allo stesso tempo insiste garbatamente perché i tre vengano avanti e si fermino presso di lui, nella sua casa. A essere straordinaria, fondamentalmente, è la completa disponibilità che Abramo pone in quel suo sacrificarsi così di buon grado. È una disposizione, questa, che si fondava sulla sua fede e sul riconoscimento del Signore come visitatore inatteso, come sorpresa che rompe la monotonia del quotidiano. Nei tre stranieri, Abramo si apre al Signore che entra negli eventi della storia umana, e rende possibile quello che sta per diventare un punto di svolta nella vita di Abramo e della sua casa.
Non è per caso che ho voluto cominciare questo breve discorso proprio dal resoconto biblico che ci regala il Libro della Genesi. Esso mi sembra importante, particolarmente per la riflessione sulla migrazione nell’ottica del tema dell’Incontro Internazionale per la Pace che ci ha riuniti qui: cioè, il coraggio della speranza. 
 
Immigrazione: dall’accoglienza all’integrazione
Noi viviamo, in questo momento, in un periodo in cui la migrazione e la globalizzazione hanno raggiunto dimensione senza precedenti – e questo fenomeno è un “segno dei tempi”. Un gran numero di persone, con il proprio bagaglio culturale e sociale, speranze e timori, intraprende il viaggio della migrazione in cerca di qualcosa di più. “Fede e speranza”, come scriveva il Papa Emerito Benedetto XVI nel suo ultimo messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, “formano un binomio inscindibile nel cuore di tantissimi migranti, dal momento che in essi vi è il desiderio di una vita migliore, unito molte volte alla ricerca di lasciarsi alle spalle la «disperazione» di un futuro impossibile da costruire” . Nella loro ricerca di un futuro migliore, molti di quei migranti trovano il sostegno di cui hanno bisogno proprio nella ferma convinzione che Dio non li abbandonerà, nonostante siano stranieri, forestieri in una terra lontana; che Egli sta al loro fianco per sostenerli ovunque si trovino; che Egli non negherà loro la forza necessaria per superare i numerosi ostacoli e per sopportare le numerose difficoltà che attraverseranno nel cammino della loro ricerca.
Tuttavia, in questa nostra era di grandi movimenti migratori, scopriamo che gli stranieri in mezzo a noi sono spesso occasione di sospetto e di timore. Il comandamento biblico di accogliere lo straniero, di aprirgli le porte come se stessimo accogliendo Dio, è in conflitto con molti dei sentimenti che ci dominano oggi. Numerosi dibattiti su se e come affrontare il fenomeno della migrazione si stanno accendendo non solo nelle stanze del potere, ma anche nelle comunità civili e nelle sale parrocchiali. Lo spirito umano, generoso un tempo, è stato zittito da nuovi richiami all’isolamento e alla restrizione.
In un clima così preoccupante, come risponde la Chiesa? In che modo un Cristiano è chiamato a rispondere a questa situazione?
Nella sua lettera enciclica, Lumen Fidei, Papa Francesco scrive: “La fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza” . La fede deve trovare una chiara espressione nell’azione; perché serve da fondamento su cui costruire una società veramente umana – quella costruita, allo stesso tempo, sulla scambievole solidarietà. Infatti, la chiamata e il comando di Cristo non cambiano: siamo tenuti ad accogliere lo straniero, sapendo che – secondo quanto ci rivela proprio Cristo del Giudizio Universale, nel Vangelo di Matteo - “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt 25, 40). Una tale disposizione di apertura e accoglienza verso lo straniero è come la disposizione di apertura e accoglienza di Cristo, proprio Lui. Nella sua storica visita all’isola di Lampedusa, il Santo Padre Francesco ha ricordato al mondo proprio questo, quando, nell’omelia, ripetutamente domandava: “Dov’è tuo fratello?” .
 
Dalla prima assistenza all’accoglienza, verso l’integrazione
L’Istruzione sulla Pastorale per i Migranti Erga migrantes caritas Christi distingue tre concetti: assistenza in senso lato, accoglienza nel senso pieno del termine e integrazione . 
La prima delle tre è della massima importanza come risposta alle emergenze che si presentano con la migrazione, anche se non si limita a quei casi. Al loro arrivo, i migranti si imbattono in molte barriere alla loro piena partecipazione sociale, economica e politica nella società ospitante, alcune delle quali richiedono immediata assistenza all’arrivo. Quell’assistenza, tuttavia, in altre parole la “prima accoglienza”, non esaurisce l’intero orizzonte dell’obbligo che ci vincola ad accogliere lo straniero. Come nota l’Istruzione del Pontificio Consiglio, “è importante che le comunità non ritengano esaurito il loro dovere verso i migranti compiendo semplicemente gesti di aiuto fraterno o anche sostenendo leggi settoriali che promuovano un loro dignitoso inserimento nella società, che rispetti l'identità legittima dello straniero” .
Il documento segnala chele comunità cristiane non possono accontentarsi di risolvere i problemi immediati. Questo è necessario, ma è solo l’inizio. Il “passo successivo” è l’ospitalità e l’accoglienza. Da una parte, l’ospitalità vive del “dare”. Dall’altra, comunque, non si deve privarla del “ricevere”. Il cristianesimo, per sua natura, tende a costruire comunione e unità, il che implica anche scambio reciproco. Infatti, dall’assistenza offerta in situazioni d’emergenza, l’Istruzione Erga migrantes caritas Christi richiama l’attenzione sul bisogno di una cultura dell’accoglienza in grado di accettare i valori umani degli immigrati al di là e al di sopra di qualsiasi difficoltà che possa essere causata dalla convivenza con chi è differente o possiede un diverso retroterra . Vi è qui un delicato equilibrio: quanto meglio il cristiano adempie l’obbligo dell’accoglienza, tanto meglio è in grado di stimolare la società odierna a un avvicinamento più umano allo straniero fra noi. Ciò vale per tutti gli stranieri: uomini e donne, cristiani o meno, credenti e non credenti. In fondo alla prospettiva cristiana sulla migrazione, vediamo intrecciarsi l’accoglienza dell’altro e l’accoglienza di Dio: accogliere lo straniero è accogliere Dio in persona, presente com’è nel migrante. Così accadde ad Abramo, nell’incontro che ci ha introdotti nella riflessione. Abramo mise tutto ciò che aveva a disposizione dei tre visitatori: credeva profondamente, sapeva che, in quel modo, stava accogliendo il Signore, presente in modo misterioso negli stranieri.
 
Il “passo” finale nella migrazione: l’integrazione
Nel novembre 2004, l’Unione Europea ha pubblicato un documento intitolato Principi Fondamentali Comuni per la Politica di Integrazione degli Immigrati nell'Unione Europea. In questo documento, si definisce l’integrazione come “un processo dinamico, a lungo termine, continuo e bilaterale di adeguamento reciproco, non un evento statico” che “richiede la partecipazione non solo degli immigrati e dei loro discendenti, ma di ciascun residente” . L’integrazione è un processo attraverso il quale i migranti nuovi venuti e le comunità locali si adattano reciprocamente (a livello sia individuale sia sociale). In effetti, l’integrazione è il culmine delle interazioni quotidiane tra gli stranieri e le loro comunità ospitanti. Possiamo raccogliere un po’ queste interazioni attorno a cinque diverse dimensioni della vita quotidiana: competenza linguistica, realizzazione socioeconomica, cittadinanza e partecipazione politica, luogo di residenza e vita sociale . L’integrazione non è un processo facile e lineare. Anzi, per natura, comporta spesso scomode impegnative fasi di raccordo tra i migranti, i loro discendenti e la società ospite in cui si stabiliscono. Si tratta di un processo che può facilmente richiedere lo sforzo di più generazioni. 
La Chiesa dunque è chiamata a essere avvocato e difensore dei diritti delle persone a spostarsi e, quando mosse da povertà, insicurezza e persecuzione, a lasciare le loro case in cerca di un luogo sicuro dove vivere con dignità. Essa ha anche la responsabilità di assicurare che la pubblica opinione sia informata adeguatamente sulle cause della migrazione e sui fattori che costringono le persone a lasciare le loro terre di origine. Attraverso l’integrazione, la migrazione dovrebbe essere vista come un mezzo di arricchimento per il patrimonio culturale di una nazione. I migranti, in effetti, non sono solamente dei lavoratori, ma membri della società. Questo impone che si adottino giuste e adeguate normative, affinché i migranti siano tutelati nella loro dignità umana e non cadano vittime dello sfruttamento e del traffico di esseri umani. Questo è lo spirito delle parole del Santo Padre, pronunciate alla comunità di Varginha durante il viaggio in Brasile: “Nessuno può rimanere insensibile alle disuguaglianze che ancora ci sono nel mondo! Ognuno, secondo le proprie possibilità e responsabilità, sappia offrire il suo contributo per mettere fine a tante ingiustizie sociali. Non è, non è la cultura dell’egoismo, dell’individualismo, che spesso regola la nostra società, quella che costruisce e porta ad un mondo più abitabile; non è questa, ma la cultura della solidarietà; la cultura della solidarietà è vedere nell’altro non un concorrente o un numero, ma un fratello” .
Vorrei concludere richiamando alla mente ancora una volta il resoconto biblico dei tre viandanti accolti dal patriarca Abramo. Con l’apparizione di Mamre, la promessa di Dio ad Abramo riceve una collocazione storica. Dio ricompensa Abramo e alimenta la sua speranza. L’ospitalità e l’accoglienza di Abramo portano con sé le buone notizie della nascita di suo figlio. Sarebbe stato, alla fine, il compimento delle benedizioni per tutti i suoi discendenti per sempre.
Possano le nostre riflessioni, e soprattutto le nostre preghiere per i migranti, portare con sé frutto abbondante e benedizioni non solo per tutti quelli che vengono in aiuto alle persone “in cammino”, ma anche a tutti quelli che, per qualsiasi ragione, si trovano lontano da casa. 
Grazie per la vostra attenzione.
 

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