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30 Settembre 2013 16:30 | Sala della Pace

Cristiani e musulmani in dialogo



Jan De Volder


Comunità di Sant’Egidio, Belgio

Eminenza, Eccellenze, signori e signore, cari amici

Benvenuti a Sant’Egidio, in questa casa della pace, in questa storica sala della pace, dove più di venti anni fa ebbero luogo i negoziati per la pace in Mozambico, conclusisi con successo il 4 ottobre 1992. Una vocazione alla pace alla quale questa casa, e in particolare questa sala, sono rimaste fedeli: all’inizio di questo mese proprio da qui è stato lanciato un appello per la pace nella Repubblica Centro-Africana, firmato da vari rappresentanti della società civile e del mondo politico di quel martoriato paese. E un augurio di pace sale anche oggi da questa sala, che vede riuniti esponenti di spicco del mondo cristiano e del mondo musulmano.
Il dialogo tra cristiani e musulmani è un ‘classico’ degli incontri nello Spirito di Assisi. Non potrebbe essere diversamente: ambedue le religioni, nelle loro diverse espressioni,  coinvolgono quasi due miliardi di fedeli, rappresentando più della metà della popolazione mondiale. Da quasi quattordici secoli le due religioni monoteiste, che hanno una vocazione universale, costituiscono gli uni per gli altri quell’ ’altro’, con cui confrontarsi, talvolta scontrarsi, sempre di più – speriamo – parlarsi e stimarsi. Certo, in questi millequattrocento anni musulmani e cristiani si sono spesso considerati nemici storici, la vittoria degli uni andava di pari passo con la sconfitta degli altri. Ci sono state guerre, massacri, vendette, conversioni forzate, colonizzazioni, il ricordo dei quali - non nascondiamocelo – non sempre facilita il dialogo. Eppure, sempre ci sono stati precursori che hanno voluto incontrare l’altro, che hanno preferito l’incontro, il dialogo, la cortesia, la conoscenza vicendevole, addirittura la stima e l’amore. Come non ricordare - in questi incontri nello Spirito di Assisi - San Francesco, in questi tempi in cui, per la prima volta nella storia della Chiesa, un Papa ha voluto scegliere proprio quel nome che  è un programma come pochi altri nomi: Francesco. E il nostro pensiero va al Santo Padre, che appunto tra qualche giorno, venerdi 4 ottobre, si recherà come pellegrino nella città di San Francesco.
Lo ‘Spirito di Assisi’, nato dallo storico incontro del 27 ottobre 1986, voluto con intuito profetico dal beato papa Giovanni Paolo II, ha dato un formidabile impulso al dialogo tra musulmani e cristiani. In questi 27 anni si sono moltiplicati i luoghi dell’incontro, i momenti di dialogo, le occasioni di contatto reciproco. Non soltanto a livello di vertice: la globalizzazione, con la crescente possibilità di comunicazione e con i flussi migratori, ha fatto sì che tanti semplici fedeli, cristiani e musulmani, si trovino a contatto quotidiano gli uni con gli altri, come mai prima nella storia.  Le città europee ad esempio, e anche questa città di Roma, capitale del cattolicesimo, sono diventate nel giro di una generazione  delle città in cui si realizza un convivere quotidiano. E’ questa la realtà di un numero sempre maggiore di città del pianeta, in un momento in cui più della metà della popolazione mondiale abita proprio nelle città. Sono questi i segni dei nostri tempi, che vanno colti, che vanno capiti, che vanno sviluppati. E’ questo appunto l’intento dei nostri incontri di Preghiera per la Pace.
Certo, costruire la civiltà del convivere non è una cosa da poco. E’ una grande sfida per l’umanità del 21mo secolo. Percio non è nella nostra intenzione né drammatizzare, né idealizzare il convivere: conosciamo le reazioni di rifiuto dell’altro, di rifiuto della cultura del vivere insieme, che si esprime oggi nel fanatismo religioso, negli estremismi violenti, negli atteggiamenti caratterizzati dal disprezzo  per l’altro, da un odio sordo che puo diventare assassino in qualsiasi momento. In questi giorni come non pensare a quel dramma della settimana scorsa a Nairobi, dove un gruppo di terroristi venuti dalla Somalia ha massacrato più di cento ostaggi in un centro commerciale; come non pensare all’attacco a una chiesa anglicana a Peshawar in Pakistan; come non pensare agli episodi di violenza in Nigeria – e abbiamo qui un rilevante esponente religioso di quel gigante africano, il cardinale John Onaiyekan - , come non pensare ancora alle vicende in Egitto, dove il futuro è incerto, all’Iraq che non trova pace,  e soprattutto alla terribile e atroce guerra in Siria, dove un tessuto plurisecolare di convivenza tra diversi, tra cristiani e musulmani, tra ortodossi e cattolici, tra sunniti, sciiti e alawiti, viene ogni giorno gravemente ferito e lacerato?
Eppure, sappiamo, crediamo e speriamo che queste violenze non siano l’ultima parola nell’itinerario delle due religioni, l’islam e il cristianesimo, che ambedue si vogliono religioni della pace. Sappiamo che milioni di musulmani e cristiani nel mondo continuano anche oggi a parlarsi, a incontrarsi, a stimarsi e, sì, ad amarsi. Crediamo che questo sia il futuro delle nostre religioni: abituarsi a convivere nella pace, imparare a riconciliarsi, a superare una storia di violenza per sviluppare una cultura del vivere insieme. E’ un processo lungo, talvolta doloroso, che attraversa inevitabilmente episodi drammatici in cui sembra vincere la disperazione, ma alla fine è l’unica via per salvarsi insieme in questo mondo globalizzato. E’ la nostra speranza che anche l’incontro di questo pomeriggio possa contribuire a tale alta meta, ambiziosa certo, ma non impossibile, “perché niente è impossibile a chi crede”.
 

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