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1 Ottobre 2013 09:30 | Università Urbaniana - Auditorium Giovanni Paolo II

“Dio dalla nostra parte”. Il terrorismo e la violenza nel nome della religione - una prospettiva indiana



Sudheendra Kulkarni


Indu, presidente, Observer Research Foundation Mumbai, India

 Sono un assiduo utente di Twitter. Qualche settimana fa, ho twittato la seguente riflessione:

 
“Ho avvertito la Sua presenza nella Cappella Sistina, nella Moschea degli Omayyadi a Damasco, nel Tempio d'Oro di Amritsar, sulle vette innevate di Kedarnat – Egli è lo Stesso.”
 
Avrei benissimo potuto aggiungere altri luoghi sacri nel mondo dove ho avvertito la stessa esperienza edificante della natura sarva-vyaapi (onnipresente) di Dio: l'antico piccolo tempio del Signore Rama sulle rive del fiume Krishna nel mio villaggio nativo nello Stato Indiano del Karnatka; il piccolo Gurdwara  sito in una piccola stradina vicino a casa mia a Mumbai, dove ogni giorno viene dato da mangiare ai poveri (vivo in un quartiere popolato prevalentemente da persone che nel 1947, nel territorio che poi diventò il Pakistan, si trovarono ad essere straniere nella propria patria, e furono costrette ad emigrare sulla scia degli orribili massacri che seguirono la spartizione dell'India ex-britannica e che causarono più di un milione di morti – Indù, Sikh e Musulmani – nel nome della religione). 
Avrei anche potuto menzionare il Raj Ghat sulle rive del fiume Yamuna a Delhi, dove il Mahatma Gandhi, il più grande apostolo della pace e dell'armonia religiosa dei tempi moderni venne cremato, dopo essere rimasto vittima dei colpi di un fanatico indu (Gandhi adattò e rese popolare un inno che dice Ishwar Allah Tero Naam, Sabko Sanmati De Bhagwaan – Dio, Tu che sei lo stesso qualsiasi siano i Tuoi nomi, per la Tua benignità dona la saggezza a tutti), oppure le antiche e meravigliose chiese dalla cupola a cipolla colorata, sparse per le città della Russia, che ho visitato quando era ancora governata dal partito comunista, senza Dio; le centinaia di grotte buddiste nella Provincia del Luoyang in Cina, dove mi meravigliai nel vedere un alto diplomatico cinese, ovviamente membro del Partito Comunista, pregare con devozione. Sollecitato da una mia domanda, mi disse: “Il Buddhismo è parte inseparabile della Cina. Mia madre 90-enne ha creato un piccolo santuario all'interno della nostra casa a Shanghai”, e ancora la stessa Moschea degli Omayyadi, che fu costruita sulla Basilica di San Giovanni Battista, e dove è ancora preservato un piccolo santuario cristiano...
 
Si potrebbero aggiungere altri luoghi, ma non è necessario. Non avrebbe senso riaffermare la verità che Dio è Uno. Egli è dappertutto. Egli è lo stesso per tutte le comunità di fede nel mondo, ed è il protettore e mostra la sua misericordia verso ogni essere vivente su questo pianeta. Poiché ciò è così ovvio, perché alcune persone (non tutte) continuano a dividersi nel nome di Dio? In altre parole, perché essi sostengono “Dio è dalla nostra parte”, con ciò asserendo che Dio è di parte? E, peggio ancora, perché non raramente, e talvolta in modo orribile, essi spargono il sangue in difesa del “loro” Dio?
 
Sangue sparso nel nome della religione
Mentre ha luogo questo incontro internazionale per la pace qui a Roma, nelle settimane recenti vi sono stati orribili atti di violenza nel nome di Dio. A Baghdad più di 60 persone che al cimitero sciita stavano piangendo i loro morti sono state fatte saltare in aria  da attentatori suicidi. Essi sono stati gli ultimi del gran numero di persone – più di 1000 dall'agosto scorso - che sono morte a causa della violenza terrorista in Iraq. In Kenya più di 70 persone sono state uccise quando terroristi appartenenti ad Al-Shabab, una milizia che combatte per la creazione di uno stato islamista nella vicina Somalia, hanno attaccato un centro commerciale di Nairobi. Quando ancora era in corso la sparatoria tra gli attaccanti e le forze di sicurezza, è giunta la notizia da Peshawar nel Pakistan che attentatori suicidi hanno ucciso 80 cristiani in una chiesa storica della città. La notizia ha provocato uno sdegno tale che uno scrittore musulmano, che scriveva sulla pagina web Let us Build Pakistan – Costruiamo il Pakistan – ha tuonato: “Come osate brandire la carne umana con credenze demoniache e chiamarla religione?”
(http://lubpak.com/archives/284061). "O i terroristi saranno sconfitti o il Pakistan sarà perso per sempre”: questa l'opinione espressa in un editoriale del giornale “Dawn”, con base a Karachi e fondato da Mohammad Ali Jinnah, il fondatore del Pakistan. Si stima che nel Pakistan dal 2001 le azioni terroristiche abbiano causato quasi 40.000 vittime, la maggior parte delle quali musulmane.
 
Mi addolora dire che l'India – la terra che nella storia dell'uomo è stata più a lungo di qualunque la più multi-religiosa – sia anche testimone di una serie di crimini in nome della religione. Il mese scorso, più di 50 persone sono morte in scontri tra Indù e Musulmani in una città non distante da Delhi. Dal 1988 quasi 20.000 persone sono morte in attacchi terroristici, e circa 10.000 hanno perso la vita a causa della violenza settaria su larga scala, come il massacro di Delhi nel novembre del 1984, quando quasi 3.000 Sikh innocenti vennero uccisi in risposta all'assassinio dell'allora primo ministro dell'India, Indira Gandhi, per opera di due delle sue guardie del corpo Sikh; e gli scontri che infestarono il Gujarat all'inizio del 2002, quando varie centinaia di persone innocenti, in maggioranza musulmane, furono massacrate, per vendicare l'incendio doloso di un treno, in cui settanta devoti Indù erano stati uccisi.
Più recentemente, è scoppiata la violenza tra Buddisti e Musulmani nei paesi confinanti con l'India – il Myanmar e lo Sri Lanka.
 
Ancora una volta, sarebbe possibile aggiungere molti fatti e dati riguardanti le religioni e la violenza ispirata dalla religione in diverse parti del mondo contemporaneo. L'elenco diventerebbe immenso se vi si volessero includere anche informazioni riguardanti il medioevo e l'antichità. Ma non avrebbe senso ribadire la verità che in tutte le epoche della storia si sia abusato della religione per spargere sangue umano. Spesso, in tali fatti violenti, la religione rappresenta una copertura più che la causa. A conflitti politici, nazionali e razziali spesso è stato dato un colore religioso per adattarli meglio agli scopi delle parti coinvolte. Tuttavia, ciò che non è possibile negare, è che coloro che commettono tali violenze credono che “Dio è dalla nostra parte”, e mai dalla “parte dell’altro”. Essi credono - e con forza cercano di far credere ai loro seguaci e correligionari - che la loro religione (come essi la interpretano) è giusta, e la religione del loro “nemico” è sbagliata.
 
Perché – e come – si abusa della religione per commettere atti di violenza
Un esame obiettivo del perché la religione può essere usata in modo improprio rivelerebbe che, per molte persone nel mondo, l'identità religiosa è la più forte tra le molteplici identità che ognuno di noi ha. La cittadinanza, l'appartenenza politica, lo status economico, ecc... possono cambiare, ma raramente cambiano le proprie credenze religiose. Le credenze religiose sono radicate e, a differenza di altre opinioni ed idee, vengono passate di generazione in generazione. Ciò che conferisce loro forza e longevità non comuni è il fatto che tali credenze riguardano questioni comuni a tutti gli esseri umani, quali: “Chi sono io?”, “Qual è lo scopo della mia esistenza?”, “Qual è il mio posto in questo grande mondo ed in questo universo?” “Cosa o chi è Dio?”. La ragione non fornisce tutte le risposte a queste domande, ma spiegazioni basate sulla fede offrono risposte di cui c'è molto bisogno: significati, consolazione e sicurezze, che sostengono l'esistenza umana.
Tuttavia, l'identità religiosa non è una questione puramente personale. Vincoli di solidarietà uniscono la persona ad altri con la stessa identità. La solidarietà comunitaria ha molti aspetti positivi. Essa offre un sostegno sociale che va oltre la propria famiglia più stretta. Diventa un veicolo per la trasmissione di molte tradizioni vitali, nonché di sistemi di valori, sia all'interno della propria generazione che tra generazioni.
Tuttavia, la solidarietà comunitaria su base religiosa ha anche due risvolti negativi. Innanzitutto, crea una certa mentalità di gruppo che fa nascere un senso del “noi” e del “loro”. Coloro che non professano e non praticano la nostra religione, che non condividono la nostra identità, sono da noi giudicati con un metro diverso. E se non siamo abbastanza illuminati da sapere che le differenze non devono essere causa di discordia, e che la diversità di identità religiose è una caratteristica naturale – anzi desiderata da Dio – delle società umane, allora saremo portati a sviluppare pregiudizi e ad essere mal disposti verso gli altri, che non fanno parte della nostra comunità. Questi pregiudizi e risentimenti si formano per la nostra ignoranza delle credenze e tradizioni delle altre comunità. Dopo tutto, più sappiamo riguardo all'”altro” e con più sicurezza giungeremo alla conclusione che le differenze sono di natura esteriore e che, nell'intimo, vi è un legame umano condiviso da tutti, e quindi la nostra identità  fondamentale è quella di appartenere tutti alla stessa comunità universale. I veggenti dell'India antica proclamarono questa verità in una massima vedica, Vasudhaiva Kutumbakam, che significa “Tutto il mondo è un'unica famiglia”.
 
In assenza di questa comprensione, la nostra ignoranza, i pregiudizi e i rancori diventano le munizioni per il conflitto e la violenza. Non pensiamo che solo quelli che hanno nelle mani spade, pistole e bombe, o coloro che effettivamente escogitano il piano per uccidere, siano colpevoli di atti di violenza religiosa. Reati di questo genere sono prima commessi nel pensare comune, il che significa che anche coloro che di fatto non partecipano alla violenza di ispirazione religiosa contribuiscono alla sua perpetrazione con i loro sentimenti e pensieri intolleranti che diffondono nella mentalità collettiva. Questi sentimenti e pensieri intolleranti sono manipolati e alimentati dalle forze del male che tramano ed eseguono crimini violenti in nome della religione. 
 
Il secondo modo in cui la mentalità collettiva rischia di divenire causa e contesto di conflitto comune è che essa funziona da archivio in cui si accumulano memoria di eventi della storia reali, immaginari, selezionati e distorti. Questo spiega perché persone diverse hanno idee diverse circa l'ingiustizia che "la nostra comunità" ha sofferto in passato per mano dell'"altra" comunità. Se tale memoria collettiva dei torti reali o immaginari subiti in passato non è riconciliata per consentire un futuro migliore sia per "noi" che per  "loro", la catena di ritorsioni non potrà mai finire, e sarà anche facilmente manipolata dai i mercanti di morte mascherati da guardiani delle religioni. Essi propongono ideologie estremiste che interpretano grossolanamente i canoni scritturali per ampliare e approfondire il divario tra "noi" e "loro", cercando così giustificazione e sostegno dalla propria comunità per gli atti di terrorismo e violenza nei confronti di altre comunità.
 
La violenza intrareligiosa: spartirsi il “nostro“ Dio
L’interpretazione o il deliberato fraintendimento della propria religione per adattarla ai propri fini e quindi per giustificare il ricorso alla violenza in nome di Dio, che è “dalla nostra parte” – diventa una necessità anche quando, e specialmente quando, l’“altro” si trova all’interno della propria ampia congregazione religiosa o teologica.
In quale altro modo si può spiegare la tensione, l’ostilità e la violenza che a volte rovinano i rapporti tra ebrei, cristiani, musulmani, i quali sono tutti considerati “Gente del Libro” o gente appartenente a una comune tradizione abramitica?
Ancora, in quale altro modo si può spiegare la violenza settaria in diversi paesi musulmani? Il conflitto Sunniti-Sciiti è antico quasi come lo stesso Islam. In Pakistan l’ascesa delle ideologie estremiste islamiche, che sono supportate e persino esportate da alcune organizzazioni al di fuori del territorio, ha preso di mira sistematicamente i santuari sufi. Le moschee e le istituzioni religiose della comunità Ahmadiyya, che sono considerate eretiche e non musulmane, hanno subìto in modo particolare la violenza del fanatismo islamico.
I Bahá'í sono perseguitati in tutti i paesi islamici. Benché gli stessi fedeli Bahá'í si considerino una fede indipendente, molti capi musulmani li vedono come un’apostasia dell’Islam. Essi hanno subìto persecuzioni molto dure in Iran, anch’esso un paese che, molti secoli fa, ha espulso una fede che era nata nel suo stesso suolo: i zoroastriani, perché i capi della nuova fede, l’Islam, la consideravano idolatra. I fedeli del zoroastrismo, che emigrarono in India per cercare protezione, sono oggi la minoranza religiosa più piccola del mondo.
All’interno dell’induismo l’uso improprio della religione per praticare l’esclusione sociale e la discriminazione, a volte con risultati violenti, deriva da pregiudizi radicati nel sistema della casta. L’atroce osservanza dell’”intoccabilità” da parte delle cosiddette classi superiori rispetto ad alcune classi “inferiori” non è quasi più rispettata in India. Nonostante questo i concetti di superiorità e inferiorità di casta non sono scomparsi, e questo perché la gente che appartiene alle cosiddette caste superiori è condizionata a credere che le disuguaglianze sociali siano volute da Dio.
Così vediamo che in tutte le forme di conflitto intra-religioso si prova a creare un “altro” all’interno della comunità del “noi”. La mentalità collettiva viene ulteriormente frammentata e, per facilitare questo, il “nostro Dio” è suddiviso in maniera tale da poter rivendicare che il vero Dio – qualsiasi cosa questo significhi! – è dalla “nostra” parte.
 
Perché gli operatori di pace dovrebbero usare la convinzione che “Dio è dalla nostra parte” nella loro missione, e in che modo possono farlo
Ma è possibile strappare l’argomento “Dio dalla nostra parte” dalle mani dei terroristi e di altri assassini nel nome della religione e far sì che gli operatori di pace lo usino per la loro nobile missione? Sicuramente sì, anzi deve essere possibile. Poiché non esiste un principio più grande e più vero di quello che “Dio è dalla nostra parte” per aiutarci a promuovere l’amore universale e costruire un mondo non violento.
Questa affermazione ha origine da quella fede custodita in profondità da tutti i veri operatori di pace nel mondo – e qui mi rifaccio a quanto ho menzionato all’inizio di questa relazione – che Dio sia lo stesso ovunque e che sia lo stesso per tutti gli esseri umani e tutte le altre creature. Dio è il creatore, Colui che sostiene e governa l’intero universo e quanto esso contiene. E poiché ogni cosa e tutti gli esseri umani e le comunità sono la sua creazione, come può Dio persino tollerare qualsiasi azione da parte di alcuni che usano il suo nome per giustificare l’uccisione di altra gente?
E’ necessario sottolineare che non esiste religione che non affermi che Dio è il creatore del mondo, del vasto universo di cui essa è una parte, e anche della realtà invisibile e sconosciuta al di là dell’universo noto e immaginato. Questa è la vera base e il principio fondamentale di tutte le religioni. Di conseguenza ogni atto teso a creare inimicizia tra gli esseri umani e a commettere atti di violenza a causa di questa inimicizia è un crimine agli occhi di Dio e una violazione del principio fondamentale di ogni religione nel mondo.
Il significato di questa verità religiosa chiara e semplice è proprio questo: Dio è dalla parte degli operatori di pace, Egli non è, e non potrà mai essere, dalla parte dei terroristi e di altri esecutori di violenza. Questa verità è così evidente e semplice che il doverla ribadire sembra non essere affatto necessario. E tuttavia nel mondo segnato dalla violenza in cui viviamo, è fondamentale dire e ridire questa verità e, soprattutto, agire in base ad essa. La nostra fede deve essere orientata verso l’azione. 
Come possiamo noi, operatori di pace, usare la verità che “Dio è dalla nostra parte” per sconfiggere coloro che la stanno usando in modo sbagliato?
Uno dei più grandi indiani dei tempi moderni a proclamare questa verità al mondo è stato Swami Vivekananda, un giovane monaco induista che ha pronunciato le seguenti parole ispiratrici alla sessione di inaugurazione del primo Parlamento assoluto delle Religioni Mondiali a Chicago, l’11 settembre  1893. 
“Settarismo, bigottismo e il suo discendente orribile, il fanatismo, da tempo hanno oppresso questa bellissima terra. Hanno riempito la terra di violenza, l’hanno bagnata più volte con sangue umano, hanno distrutto civiltà e portato alla disperazione intere nazioni. Se non fosse stato per queste creazioni demoniache, la società umana sarebbe molto più avanzata di quanto non sia ora. Ma il loro tempo è venuto, e auspico vivamente che la campana suonata questa mattina in apertura della nostra conferenza sia la campana a morte del fanatismo, di tutte le persecuzioni perpetrate con la spada o con la penna, e di tutti i sentimenti non caritatevoli tra persone che dirigono il loro cammino verso la stessa meta.
 
Negli annali della storia umana il discorso di Swami Vivekananda dell’11 settembre costituisce uno degli appelli più chiari e profetici per il rifiuto di quell’ideologia estremista che ha ispirato il barbaro attacco terrorista dell’11 settembre 2001. Egli ha ulteriormente ribadito questo messaggio nel suo intervento il giorno della conclusione (27 settembre) del Parlamento delle Religioni Mondiali.  
 
“Se il Parlamento delle religioni ha fatto capire qualcosa al mondo, è proprio questo: esso ha provato a tutti che la santità, la purezza, la carità non sono proprietà esclusiva di nessuna chiesa particolare e che ogni dottrina ha partorito le anime più nobili, più alte. Se qualcuno, pur posto di fronte a questa evidenza, si illude di assicurarsi la supremazia della sola sua religione sulle rovine delle altre, lo compatisco dal profondo del cuore e lo avverto che, a dispetto della sua resistenza, ben presto si vedrà scritto sullo stendardo di tutte le fedi religiose : " Aiuto e non Lotta ", " Assimilazione e non Distruzione", " Armonia e Pace e non Discordia ".
 
Il discorso di Swami Vivekananda è una delle descrizioni più belle della saggezza di pensiero e preghiera contenute nel Rig Veda: “Lasciate che pensieri nobili vengano a noi da tutte le parti.”
 
Coincidenza vuole che l’anno 2013 sia il 150 anniversario dalla nascita di Swami Vivekananda, di cui il noto poeta indiano  Rabindranath Tagore ha detto: “Se vuoi capire l’India, studia Vivekananda.” La comunità mondiale impegnata nel dialogo interreligioso troverà in lui un maestro, la cui filosofia può guidare il nostro mondo pieno di scontri sul sentiero verso una nuova epoca di risoluzione di conflitti e creazione di concordia.
Un terreno importante per la risoluzione dei conflitti e la creazione della pace nel mondo di oggi è il dialogo sincero e costruttivo sia all’interno della comunità musulmana che tra le comunità di fede musulmana e non. Qui non possiamo ignorare alcuni dei fattori nella politica globale di oggi che hanno generato forti sentimenti contro l’Occidente, specialmente contro gli Stati Uniti, tra molti musulmani nel mondo. La cosiddetta “guerra al terrore” di Washington, in base alle quale furono condotte invasioni ed attacchi militari che portarono all’uccisione di decine di migliaia di innocenti in Iraq, Afghanistan e parti del Pakistan, ha fornito un pretesto ai gruppi islamici per lanciare attacchi terroristici. Naturalmente non possiamo nemmeno ignorare il fatto che questi gruppi terroristici hanno commesso crimini orribili anche quando la politica americana non era coinvolta. Un esempio per tutti è la lunga serie di attacchi terroristici alimentati dall’estremismo religioso che hanno avuto come bersaglio l’India: questi attacchi immotivati contro innocenti portano al desiderio di vendetta.
Quello che si vuole evidenziare è che c’è un compito urgente oggi di fronte alla comunità per il dialogo tra le fedi, ossia diffondere ampiamente gli insegnamenti fondamentali di una fede per educare chi appartiene a quella comunità di fede e anche ad altre comunità. Per esempio, è necessario superare il diffuso pregiudizio tra non musulmani che l’Islam accetta o ordina la violenza contro coloro che non credono ad esso, e questo è possibile invocando gli insegnamenti del sacro Corano e i suoi rappresentanti illuminati ed autorevoli.
Negli ultimi anni, una delle più autorevoli voci musulmane di denuncia della violenza in nome dell'Islam è quella del dottor Tariq-ul-Qadri, un eminente studioso islamico Pakistano. In una approfondita fatwa di 475 pagine contro terrorismo e attentati suicidi che ha pubblicato nel 2010, il dottor Qadri scrive: "La tutela della vita, dell'onore e della proprietà dei cittadini non musulmani che vivono in qualsiasi stato islamico o non musulmano è un dovere vincolante per i musulmani in generale e per lo stato islamico in particolare, " Egli rafforza questa visione facendo appello a un chiaro monito contenuto nel Sacro Corano:
“Chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l'umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l'umanità”. 
Il Dottor Qadri asserisce ancora: "Il terrorismo e la violenza non possono essere considerati ammissibili nell’Islam per nessun motivo ... Ogni buona intenzione o errore di politica estera di un paese o qualsivoglia pretesto non può legalizzare l’azione terroristica".
Nella sua prefazione al lavoro del Dr Tahir-ul-Qadri, il Prof. John Louis Esposito, della Georgetown University scrive: "(Questa) fatwa particolare e voluminosa è un rifiuto categorico e inequivocabile di ogni atto di violenza illegittima, del terrorismo e di ogni attentato suicida contro ogni essere umano, musulmano o non musulmano".
Come il dottor Qadri, ci sono numerosi musulmani devoti della pace in tutto il mondo. Divulgare largamente le loro opinioni e le loro voci è dovere di quanti vogliono che l'Islam sia compreso nella sua autentica luce.
In tale contesto, il dialogo tra Ebraismo, Cristianesimo e Islam rappresenta un elemento decisivo del programma mondiale per la pace, perché può riaffermare l'unicità di Dio e la parentela delle fedi abramitiche come parte integrante della più ampia parentela di tutte le comunità di fede nel mondo. La posizione positiva della Chiesa cattolica su questo tema è affermata nel compendio completo dal titolo Dialogo Interreligioso - l'insegnamento ufficiale della Chiesa cattolica dal Concilio Vaticano II a Giovanni Paolo II (1963-2005). In questo, sono stato felice di vedere il seguente brano tratto dal messaggio di Papa Giovanni Paolo II ai partecipanti al colloquio sul tema “La santità nel Cristianesimo e nell'Islam” svoltosi a Roma il 9 maggio 1985:
 “Come spesso ho detto in altri incontri con i musulmani, il vostro Dio e il nostro è uno solo e lo stesso, e noi siamo fratelli e sorelle nella fede di Abramo. … Ogni vera santità proviene da Dio che è chiamato “il Santo” nei libri sacri degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani”.
Ho accennato all'inizio di questa relazione ad uno dei posti che mi fa sentire con forza la presenza di Dio, si tratta di Raj Ghat a Nuova Delhi, che fa memoria del luogo in cui il Mahatma Gandhi fu cremato. È opportuno che concluda questo scritto ricordando le opinioni di questo grandissimo apostolo di pace in tempi moderni sulla unicità di Dio, sull'unità del genere umano, e sull'unità fondamentale di tutte le fedi.
Il maggior contributo di Gandhi al movimento per la pace nel mondo consiste nell’essersi fermamente ancorato all’armonia essenziale negli insegnamenti di tutte le religioni e, con sommo coraggio, egli incarna l'armonia nella sua stessa personalità politica e nella pratica politica. In tal modo, ha introdotto un'importante novità: ha identificato Dio con la Verità (Satya) e la Nonviolenza (Ahimsa). Egli ha scritto:
“Ahimsa è il mio Dio, e la Verità è il mio Dio. Quando cerco Ahimsa, la Verità mi dice, ‘Trovala attraverso di me’. Quando cerco la Verità, Ahimsa mi dice, ‘Scoprila attraverso di me’”.
Pertanto, tutti quelli di noi che credono che "Dio sia dalla nostra parte" ─ 'NOSTRA' qui indica l'intera umanità, indivisa da qualsiasi altra identità e incontaminata da qualsiasi traccia di fanatismo ─ dovrebbero rendersi conto che Dio può essere dalla 'NOSTRA' parte solo se siamo dalla parte della Verità e della Nonviolenza. Nella misura in cui operatori di pace in tutto il mondo saranno in grado di agire sulla base di questa consapevolezza, si potrà fermare l'abuso del termine " nostro Dio " e della "nostra religione" per giustificare lo spargimento di sangue umano.
 

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