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8 Septembre 2014 09:30 | Auditorium ING

La testimonianza dei confessori della fede di kiev


Nikolaj


Bishop, Ukrainian Orthodox Church

Per volontà del Signore misericordioso, io svolgo il mio ministero quale vescovo ausiliare nella città di Kiev. Oggi il nostro popolo sta attraversando grandi prove e l’Ucraina è in molte cose simile all’antico Israele. Spesso si riescono a evitare disgrazie ancora maggiori soltanto con un miracolo, ma anche quelle che toccano in sorte alla nostra gente oggi sono una grande prova. Alcune volte, nelle scorse settimane, mi sono imbattuto sulla stampa nelle dichiarazioni di coloro che sono tornati dal fronte sull’impossibilità di credere in Dio e di credere a Dio. Un giornalista famoso in Ucraina, Max Levin, sfuggito per miracolo da un accerchiamento nei pressi di Ilovajsk, dice: «Se Dio esistesse, in Ucraina orientale non morirebbero i migliori tra i migliori». La nostra parrocchiana Sonja (Ksenija) Koškina è il redattore capo del periodico «Levyj bereg», in cui lavora Max, incapace di credere. E lei, sensatamente, risponde a Max nella sua pubblicazione: «Tu non l’hai detto, ma per tre volte sei caduto in un’imboscata dei terroristi e ogni volta non avevi praticamente chance di salvarti, eppure sei vivo: significa che esiste il miracolo, ed esiste Dio». Tali dialoghi diventano parte della nostra realtà quotidiana.

Il calice delle sofferenze trabocca, e se ai tempi di Majdan c’era la speranza di una rinascita spirituale, oggi le persone gridano sempre più: «Dov’è Dio? Perché Lui non ferma questa folle violenza? Perché non ci dona la pace? Perché muoiono i migliori? Perché accaniti peccatori continuano a prosperare?». Tutte queste domande sono nella Bibbia. Là vi sono anche le risposte, e noi conosciamo tutto ciò.

Dopo la Prima guerra mondiale Karl Barth ricordò molto giustamente il fatto che il cristianesimo è superiore a tutti i compromessi con l’ordine culturale, con le strutture statali, è perfino superiore alla vita secondo coscienza e in conformità alle regole della democrazia e della tolleranza. Karl Barth osservò a ragione che Dio è necessario all’uomo non perché noi siamo così forti da compiere qualcosa di buono come uomini e come cristiani, ma proprio perché siamo profondamente impotenti e abbiamo infinitamente bisogno della grazia di Dio affinché l’umanità resti l’umanità, e la Chiesa sia la Chiesa. Per me, come vescovo che svolge il suo ministero a Kiev, è molto importante che ai tempi della Prima guerra mondiale e dopo di essa, nella nostra città ci fossero confessori della fede ortodossi, che avevano pensieri e sentimenti molto affini. Simili tragedie hanno generato riflessioni somiglianti sulla crisi della fede in Dio e sulla crisi della fede nell’uomo, hanno generato dubbi nella forza della Chiesa e del cristianesimo.

Riporto un racconto sorprendente. Padre Spiridon Kisljakov (1875-1930), missionario della Laura delle Grotte di Kiev, fu inviato al fronte della Prima guerra mondiale come cappellano militare. Una volta egli celebrò la liturgia per il suo reggimento, diede la comunione a tutti i soldati, ma dopo, per un’allerta, essi furono lanciati all’offensiva e tutto il reggimento quel giorno morì. Una tragedia incredibile, ma avvenne letteralmente così. Le truppe successive, avvicinandosi dalle retrovie, riuscirono a sloggiare il nemico dalle sue postazioni, e padre Spiridon andò sul campo di battaglia. Nella sua anima c’è turbamento, perché qui giacciono i combattenti morti, a cui quel mattino ha dato la comunione. Il Corpo di Cristo giace, fucilato. E improvvisamente padre Spiridon sente un frastuono, alza la testa e vede l’aereo del nemico, su cui è disegnata una croce. In quel momento egli capisce che da entrambe le parti vi è la santificazione della guerra con l’aiuto del cristianesimo. E che con ciò è minata la possibilità stessa di essere cristiani, se si accettano i governi che mandano i soldati in guerra. Per padre Spiridon questa esperienza terribile è divenuta l’inizio di una riflessione sul fatto che non esistono guerre giuste. Che i cristiani debbono mantenere una distanza interiore da uno Stato che desiderasse rafforzare il patriottismo con simboli cristiani. Padre Spiridon capì che durante le crisi sociali e militari, il prete può essere insieme a tutti, può confessare e consolare, ma non deve cedere al delirio patriottico o nazionalistico, non può condividere qualunque ideologia, non può esortare a sacrifici in nome della Patria o della Chiesa. Durante una crisi o una guerra il prete, secondo il pensiero di padre Spiridon, come suo programma di attività, può avere soltanto i comandamenti evangelici delle beatitudini, e soprattutto «beati gli operatori di pace». Il prete può vivere lui stesso secondo i comandamenti delle beatitudini e ispirare gli altri soltanto perché lui è dentro alla Chiesa, soltanto perché lui ha la grazia del Signore Gesù Cristo.

Secondo il pensiero dell’amico di padre Spiridon Kisljakov, Vasilij Ekzempljarskij (1875-1933), professore di teologia morale dell’Accademia teologica di Kiev, divenuto cieco per gli stenti negli anni Venti, le crisi militari e sociali mettono a nudo la debolezza del cristianesimo. Il professor Ekzempljarskij nelle sue conversazioni degli anni Venti sottolineava continuamente: il cristianesimo per il mondo è follia, i cristiani sono jurodivye [folli mistici]. L’ostilità del mondo verso il cristianesimo, secondo il pensiero di Ekzempljarskij, è portata soltanto a crescere. Il mondo non vuole dare spazio al cristianesimo, nella sua purezza evangelica, per svilupparsi, sebbene l’umanità senza la spiritualità cristiana muoia. Il mondo è disposto a lasciare al cristianesimo o il diritto di esistere in un ghetto, o perfino una qualche presenza nella vita laica, soltanto se il cristianesimo accetterà lo spirito di questo mondo, perderà il radicalismo cristiano, diventerà parte del modo secolarizzato di vita. Ekzempljarskij osserva che l’apostolo Paolo non si vergogna di acquistare fama di jurodivyj [folle di Cristo], e ci esorta a restare anche noi con Cristo, non scendere a compromessi, nei quali si tradirebbe il nostro cristianesimo. La principale conclusione, tratta da Ekzempljarskij dall’esperienza delle persecuzioni, delle guerre, della fame, delle sofferenze personali come invalido è questa: il cristiano può restare cristiano soltanto in forza della grazia che è nella Chiesa di Cristo. Soltanto la grazia rende possibile il fatto che il cristianesimo risorga di nuovo nell’anima delle persone, che la «piccola dose di lievito» incida di nuovo su tutta la «pasta» di questa o quella società. Il professor Ekzempljarskij sottolinea che la legge della vita spirituale consiste in un doppio paradosso: il primo luogo, il cristianesimo rianima tutta la società, la Chiesa agisce da lievito per tutta l’umanità; ma, in secondo luogo, la Chiesa stessa è la pasta che è fermentata dalla vita benefica di piccole comunità, composte da persone che veramente hanno deciso di vivere accogliendosi pienamente l’un l’altra.

Un discepolo di Vasilij Ekzempljarskij e di padre Spiridon Kisljakov, il prete nuovo martire Anatolij Žurakovskij (1897-1937), descriveva così l’ideale cristiano di una comunità autentica: «Noi isolati, divisi, estranei, che abbiamo perso i sentieri che conducono nell’anima l’uno dell’altro, divenuti estranei sulle larghe piazze del mondo, dobbiamo divenire infinitamente vicini, familiari, intimamente legati, dobbiamo radicarci uno nell’altro e vivere uno nell’altro». In questa citazione da una lettera del 1923, scritta alla comunità della chiesa di santa Maria Maddalena dal luogo di deportazione, padre Anatolij Žurakovskij esprime, ancor prima della filosofia di Levinas, l’esigenza di un’accoglienza radicale dell’altro. Proprio in ciò è il senso della vita comunitaria. Dio è l’Altro, il Diverso, ed Egli può venire nella nostra anima e restare in essa, soltanto se noi veramente abbiamo accolto l’altro nella nostra comunità. Se non possiamo accogliere un altro cristiano così come egli è, se non possiamo vivere come una sola famiglia nella nostra comunità parrocchiale, allora noi non siamo neppure cristiani. Accogliere l’altro, «radicarci uno nell’altro e vivere uno nell’altro», diventare per l’altro «infinitamente vicino» è possibile soltanto perché per ciascuno di noi Cristo è divenuto infinitamente vicino. Padre Anatolij, sopravvissuto per miracolo alla guerra civile e alla deportazione, testimonia: Dio è infinitamente vicino alla nostra anima, è più vicino a noi di quanto lo siano il nostro Io, il nostro corpo, in nostro respiro. Cristo ha portato la pienezza della vita soprannaturale, e occorre soltanto cercare di far dono all’altro di questa vita piena. E allora noi stessi la possederemo. Finché siamo chiusi in noi stessi, nei nostri bisogni, nel nostro sforzo di diventare migliori o di divenire santi, siamo vuoti dentro di noi. Quando invece serviamo l’altro, troviamo sia noi stessi sia Cristo, per la prima volta diventiamo cristiani. Una comunità di persone familiari l’una all’altra è proprio l’unica manifestazione della gloria di Dio sulla terra.

Da tutta l’esperienza della vita pre-rivoluzionaria della Russia zarista, dall’esperienza della Prima guerra mondiale, della rivoluzione, della guerra civile, della fame, delle persecuzioni dei cristiani, i nuovi martiri e i confessori della fede di Kiev traggono conclusioni radicali sui rapporti tra la Chiesa e il mondo. La comunità cristiana non è possibile come sistema che venga edificato «dall’alto». Il cristianesimo può crescere soltanto «dal basso». Comunità di persone che hanno una stessa visione, unite da particolari rapporti l’una verso l’altra e verso il mondo: ecco le pietre vive di cui è composta la Gerusalemme celeste. Queste comunità, nate e sviluppatesi spontaneamente, debbono generare dal loro interno candidati al sacerdozio. I vescovi devono aiutare tali comunità sia nell’organizzazione dell’ufficio divino, sia nel mantenimento di particolari rapporti all’interno di queste comunità. In molti casi proprio gli isolotti di queste comunità hanno generato preti e vescovi durante il periodo sovietico. Nei duri tempi sovietici la Chiesa non poteva brillare per acquisizioni teologiche o culturali. Ma essa conservava isolotti di vita non di questo mondo. E quando durante la seconda guerra mondiale ai nostri popoli capitarono nuove prove, molti non gridavano più: «Dov’è Dio?», ma, al contrario, dall’ateismo giungevano alla fede. A Kiev, negli anni Quaranta, diventarono preti i figli dei nuovi martiri e dei confessori della fede, ma anche soldati, convertitisi alla fede sui fronti della guerra contro il nazismo. Questa generazione seppe conservare a Kiev un particolare lievito spirituale fino alla rinascita dell’ortodossia dopo la celebrazione del Millenario del battesimo della Rus’, nel 1988. E oggi, mentre noi, eredi di queste persone dalla fede autentica, ci scontriamo con nuove crisi, sappiamo che la luce risplende nelle tenebre e le tenebre non possono spegnere la luce. Occorre soltanto, di nuovo, per quanto siano tragici gli eventi, restare autentici cristiani, che accolgono l’altro così come egli è. Per quanto il mondo ci abbia reso estranei l’uno all’altro, ricordiamo le parole di padre Anatolij Žurakovskij: «Noi dobbiamo divenire infinitamente vicini, familiari, intimamente legati, dobbiamo radicarci uno nell’altro e vivere uno nell’altro». Oggi la Chiesa ortodossa ucraina unisce persone assolutamente diverse in tutta l’Ucraina e, indipendentemente dall’estraneità mondana, all’interno della Chiesa noi tutti siamo familiari e infinitamente vicini l’uno all’altro. A me, come vescovo, è vicino e comprensibile il dolore di ciascuno, e oggi cerchiamo di aiutare, con quello che possiamo, tutti coloro che soffrono per la guerra. Altresì custodiamo il principale tesoro dell’Ucraina: la pace interreligiosa e interecclesiale. E bisogna dire che l’esperienza dei nuovi martiri ci permette oggi di conservare la ragionevolezza, di non esasperarci, di non cercare i colpevoli. I nuovi martiri e i confessori di Kiev non si esasperarono, conservarono l’apertura cristiana verso l’altro; sulla base di questa apertura all’altro, dalle ceneri si sono ricostituite di nuovo comunità cristiane e la Chiesa in generale. Oggi questa esperienza permette anche a noi, riponendo la speranza nella grazia del Signore, di restare noi stessi e di fare tutto il possibile affinché in Ucraina si stabiliscano la pace e la giustizia, affinché avvenga la riconciliazione nazionale, e quando diverrà possibile, affinché avvenga la riconciliazione anche tra i popoli. Il 6 giugno 2014 il gruppo «Riconciliazione», a cui partecipano ucraini ortodossi, cattolici, greco-cattolici e luterani, ha proposto una visione cristiana di riconciliazione nazionale, e noi speriamo che questo lievito sarà efficace per l’Ucraina. Ma, affinché la riconciliazione sia possibile, è necessaria in Ucraina una mano tesa in aiuto di ogni bisognoso. Oggi è per noi il tempo delle opere cristiane, il tempo di mostrare che il cristianesimo è la possibilità dell’impossibile.

 

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