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8 Settembre 2014 16:30 | Auditorium BNP Paribas Fortis

Nuovi europei in una nuova Europa


Mario Morcone


Capo del Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione, Ministero dell'Interno, Italia

Ringrazio e saluto gli organizzatori della manifestazione per l’invito che viene rivolto anche a me in ragione della “esperienza” maturata in questi ultimi 10 anni di attività professionale, collegata al tema immigrazione. 

Un’attività che mi ha segnato come persona prima ancora di avermi insegnato, come funzionario dello Stato, il progressivo affievolirsi del significato di termini  - da tempo così presenti nella nostra cultura ed nella nostra sensibilità - come “Confine….., Limite…., Frontiera”.

Ma sono comunque termini che rimangono ancora necessariamente in campo a descrivere gli elementi essenziali del nostro attuale ordine sociale.

Ordine (ed organizzazione) sociale che – come hanno certamente  tratteggiato meglio di me gli illustri ospiti di questo e degli altri Panels della manifestazione - viene continuamente sollecitato da un moto crescente di aspirazioni e disperazioni, proveniente da umanità e territori che eravamo abituati a considerare un “altrove”, e che invece oggi escono allo scoperto per reclamare con forza i propri diritti di cittadinanza universale.

Il tema al centro del nostro dibattito “immigrazione: nuovi europei per una nuova Europa” appare proprio lì a suggerire la necessità di un concreto sforzo per arrivare al superamento di questo perdurante confronto/conflitto tra tutela identitaria e globalizzazione. 

E noi, cercando di non farci governare dal “demone della paura”- (il professor Baumann mi consentirà di citarlo ma con lui abbiamo avuto già nel 2009 a Milano un fecondo rapporto risalente alla Conferenza sull’interculturalismo) sappiamo di dover affrontare le spinte umanitarie con nuove consapevolezze.  

Nuovi europei in una nuova Europa: non tanto perché convinti che la sostenibilità di un modello comunitario di inclusione sociale richiede una giusta compartecipazione agli sforzi economici che un patto di  Unione  tra Stati/partner comporta. 

Ma, soprattutto, perché il progetto di una reale, compiuta Unione politica, non può che basarsi su un percorso comune di piena affermazione dei principi umanitari e dei valori universali.

Un “Burden Sharing” in cui la forza delle ragioni economiche e della geopolitica non devono costituire l’unico verso di un approccio globale, più volte evocato, ma poi sostanzialmente arretrato di fronte a paure di “invasioni” che minacciano il nostro benessere.

Una mobilità migratoria ben gestita  rappresenta un fattore di stabilizzazione e di crescita per le Società occidentali, che continuerebbero ad invecchiare e  impoverire senza il contributo significativo dei nostri ospiti migranti…. eppure….   

La Nuova Europa passa dunque per la ri-affermazione solenne di un architettura di valori fondamentali, che pure si era cercato di costruire qualche anno fa, con il tentativo di realizzare una Costituzione Europea che, lungi dallo stabilire primati sulle culture ispiratrici della Carta, doveva e poteva diventare il primo paradigma interpretativo anche delle politiche comunitarie di settore. 

Ma passa, indubitabilmente, anche attraverso il superamento delle rendite di posizione che alcuni partner si trovano ad esercitare, in ragione di motivazioni astrattamente logiche (storia di accoglienza più antica, posizione geografica, sforzi prodotti in tempi andati, e così ragionando) ma non più attuali. 

E questo specialmente se riferite a uno scenario di mobilità mondiale che ormai raggiunge dimensioni impossibili da calibrare ed inquadrare in previsioni affidabili e numeri gestibili da un solo Stato.

Del resto, proprio mentre ci riuniamo, in altri delicati scacchieri  internazionali noi europei ci troviamo su posizioni troppo articolate e complesse, da cui emerge un’immagine di debolezza che non giova certamente alla causa comune.

L’arma del dialogo, sotto la spinta di nuove e vecchie crisi di matrice  economica e religiosa, sembra segnare il passo, lungo il difficile cammino di una società pacificata e popolata da uomini tolleranti. L’Europa, viene oggi più che mai, chiamata a rispondere su più fronti con una sola voce. 

Gli avvenimenti di questi giorni lasciano talvolta spazio a dichiarazioni di sconforto, come sembra rilevarsi dalle dichiarazioni del Vescovo della diocesi di Mosul sulle persecuzioni in atto verso i cristiani in Iraq. 

Ma, lo sappiamo, non c’è altra via diversa dal dialogo per costruire il futuro di pace che tutti noi auspichiamo, a tutti i livelli. 

E lo ha ribadito lo scorso 3 settembre proprio il Santo Padre ai pellegrini accorsi, anche dall’Iraq, in occasione dell’udienza pubblica generale, quando ha ricordato il triste anniversario dei 75 anni dall’inizio della II guerra mondiale.  (non solo dunque 100 anni dalla prima guerra mondiale). 

La pace è il futuro, ma, per sostenerla efficacemente, la voce europea deve giungere unitaria sia quando deve esprimere con la forza la propria capacità di intervento negoziale, sia quando deve dimostrare disponibilità a sostenere politiche di coesione e di sostegno, accettando i costi che un’area strategica regionale non può rifiutare.

Ecco perché, mi piace sottolineare con una punta di orgoglio l’intervento del nostro Paese con l’operazione “mare nostrum”, che vede l’Italia in prima fila per arginare quell’ecatombe mai troppo ben percepita, in tempi anche recenti, e che si è posta in tutta la sua tragica evidenza dopo il terribile naufragio del 3 ottobre scorso al largo di Lampedusa.  

L’operazione militare e umanitaria nel Mar Mediterraneo meridionale Mare Nostrum -  come forse è noto  - è iniziata il 18 ottobre 2013, ed ha consentito di potenziare il dispositivo di controllo dei flussi migratori, già attivo nell’ambito della missione di vigilanza che la Marina Militare svolge  dal 2004.

 

Il dispositivo vede oggi impegnati mezzi navali ed aerei della Marina Militare, dell’Aeronautica Militare, della Capitaneria di Porto, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza,  personale del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana nonché del Ministero dell’Interno – Polizia di Stato imbarcato sulle unità della M.M. e di tutti i Corpi dello Stato che, a vario titolo, concorrono al controllo dei flussi migratori via mare. La Marina Militare partecipa, in particolare, con 920 militari, una nave anfibia , con funzione di comando e controllo dell'intero dispositivo, con capacità sanitarie di primo intervento, due fregate classe maestrale, ciascuna con un elicottero "AB-212" imbarcato, due pattugliatori,  due elicotteri pesanti tipo "EH-101" schierati a terra su Lampedusa, Pantelleria o Catania, un velivolo "P180", munito di dispositivi ottici ad infrarosso, rete radar costiera della Marina Militare con capacità di ricezione dei sistemi automatici di identificazione della navi mercantili (AIS).

Sulle unità navali del dispositivo, inoltre, è imbarcato personale della Polizia di Stato che con le sue capacità rafforza i controlli dei migranti direttamente da bordo e il personale volontario sanitario del "Cisom - Corpo italiano di Soccorso dell'ordine di Malta, e della "Fondazione Rava" che si affiancano allo staff medico di bordo. 

 

Ma a noi preme ovviamente ricordare non tanto i numeri attinenti allo schieramento di mezzi e alla logistica, significativi di un impegno umanitario quotidiano piuttosto gravoso  per il Paese, ma soprattutto dei dati che parlano di vite umane salvate dalla nostra marineria.  

Le statistiche più aggiornate, che risalgono al 4 settembre scorso, ci parlano di 713 missioni umanitarie, che hanno soccorso,  in condizioni di mare avverso e comunque di pericolo (per le condizioni di salute dei migranti, per la presenza di bambini, per la incapacità di tenersi a galla dei veri e propri sopravvissuti al grande viaggio della speranza) 117.693 persone. 

 

L’Operazione Mare Nostrum opera congiuntamente e in sinergia con le attività previste da Frontex, Agenzia Europea il cui scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE, e l'implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l'Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere.

E’ ben chiara a tutti, almeno spero, la differente finalità di scopo delle due attività, l’una italiana, l’altra comunitaria, che sono oggi sotto la lente osservatrice della politica e della discussione internazionale. 

E tuttavia, soprattutto in questo momento di forte tensione politica, ad un passo dalla porta meridionale dell’Europa, (CASA NOSTRA), non credo possiamo troppo giocare con i distinguo, laddove le convenzioni internazionali, che tutti abbiamo sottoscritto a tutela della vita in mare, sono lì a ricordarci i doveri che abbiamo prima come uomini e poi come nazioni.

Il tentativo in atto da parte del nostro governo - meglio conosciuto come Frontex–Plus - mira a sollecitare una cooperazione più profonda, che non potrà essere rivolta ad una semplice suddivisione di costi, ma, sulla base di quanto affermato tra più o meno comprensibili cautele diplomatiche, dovrà realizzare un passo credibile verso una chiara condivisione di responsabilità.

 

Non disconosciamo le difficoltà di rivisitare un accordo appena riformato qual è l’intesa di Dublino, ma, laddove questo dovesse essere per i nostri partner un “moloch” invincibile e impossibile da scardinare, ritengo sia maturo il tempo per introdurre il cd. “Mutuo riconoscimento europeo” delle decisioni di rilascio dello status di protezione internazionale.

Che Europa dell’asilo è un’Europa che tiene prigionieri in un singolo Stato coloro ai quali abbiamo riconosciuto la protezione internazionale? Che Europa è quella che ripristina, in sostanza, i confini nazionali solo per i migranti che comunque abbiamo ritenuto meritevoli del nostro aiuto? Che Europa è quella che riconosce il valore dei ricongiungimenti familiari e delle condizioni di particolare vulnerabilità, ma nel concreto rinforza gli steccati tra singoli Paesi dell’area Schengen?

Ci sono secondo noi possibili spazi di convergenza per avvicinare posizioni non più distanti come in passato e la linea tracciata da questa prima importante apertura, inaugurata con Frontex–Plus, non potrà rimanere poco più che una semplice dichiarazione di intenti.

Abbiamo prima ricordato i 368 morti, sotto i nostri occhi, che  verranno ricordati solennemente il prossimo 3 ottobre a Lampedusa. 

Ma chi si occupa da più lungo tempo di queste cose sa che i numeri sono in realtà molto più drammatici. 

 Se vogliamo dar credito, infatti, ad un blog che da un decennio almeno si occupa della questione - piuttosto spinosa da un punto di vista politico e per questo mai troppo indagata sotto il profilo della scientificità dei riscontri - il dato delle tragedie del Nostro Mare di Mezzo  parla di oltre 20.257 morti dal 1988, dei quali 2532 nel corso del 2011,  almeno 590 nel 2012, 801 nel 2013 e già 904 nei primi 8 mesi dell’anno in corso. 

 

Anche a voler immaginare una correzione per eccesso – o per difetto – di una indagine che si basa su riscontri giornalistici,  l’entità del fenomeno non può che interrogarci ed allarmarci.

Interrogarci, per la fallacia di una “Politica dello struzzo” che ha in periodi recenti - anche nel nostro paese -  partorito inutili misure di presunta deterrenza, come la criminalizzazione della clandestinità, o prodotto politiche oscurantiste di chiusura e respingimento, ormai un ricordo spiacevole ed archiviato. 

Allarmarci, perché gli scenari futuri non sembrano favorire grandi aspettative di allentamento della pressione migratoria, con un incremento di quella di profilo umanitario, intuibilmente collegabile al perdurare di crisi regionali non risolvibili nel breve periodo.

 

Questo, per verità di cronaca, è stato però il decennale impegno dell’Italia, sintetizzabile con la statistica degli interventi di soccorso in mare e degli sbarchi: 

 

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