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8 Settembre 2014 16:30 | Auditorium ING

La santità della vita e della dignità umana


Willem Lemmens


Università di Anversa

La convinzione che gli esseri umani possiedano uno status speciale, è antica quanto l'umanità stessa. Questa credenza, forse inevitabilmente, è sempre stata concepita come una forma di mistero o più nello specifico una convinzione legata ad una incessante domanda: Chi siamo noi? (Chi sono io?), esseri mortali, sospesi tra la vita e la morte, incarnati in un'esistenza corporea limitata, esempi di un'immensa forza spirituale e insieme di una fatale vulnerabilità e mortalità?

Tradizionalmente le religioni hanno dato una risposta precisa a questa domanda, non solo sotto forma di verità rivelata, ma anche sotto forma di pratiche e attitudini che incarnano e formano questa verità. Si dice che gli esseri umani riflettano la natura divina intrinseca nella creazione stessa. In particolare nelle religioni monoteistiche si riconosce la sacralità della vita umana nell'intero ciclo vitale, da prima della nascita fin dopo la morte. In effetti, in tutte le tradizioni religiose, la considerazione di ogni individuo come parte di un tutto divino più grande costituisce il nucleo essenziale del sentimento della pietà. Nel suo significato originale pietà (la pietas ) indicava sia il culto degli antenati che la devozione verso gli dei o Dio. In linea di principio, attraverso la pietà si riconosce la sacralità di ogni essere umano come qualcosa di inalienabile. Lo speciale status di ogni individuo, a prescindere dalle qualità particolari che possiede o dai successi e dai meriti che ha, è percepito come qualcosa che non può andare perduto. La dignità è l'aura che risplende ed illumina la vita corporea e vulnerabile di ogni essere umano, una vita che allo stesso tempo mostra un grande potenziale di crescita spirituale e trascendenza personale.

A partire dall'Illuminismo, l'idea di dignità umana è stata sempre più slegata dal contesto religioso e dal suo significato. Nella cultura contemporanea si ritiene che la dignità umana risieda nella capacità degli esseri umani di essere autonomi e autodeterminarsi – Secondo questo punto di vista, l'idea di sacralità inalienabile connessa allo status di essere umano da riconoscere a prescindere in un feto vulnerabile o nel corpo di una persona defunta- diviene sempre più problematica. La dignità è sempre meno vista come un'aura sacra e sempre di più invece come una capacità che può aumentare e diminuire. In un certo senso, questa concezione di dignità umana è emersa da una sensibilità crescente verso le condizioni che nella caoticità della vita quotidiana spesso offuscano il prosperare della vita umana. Certamente bisogna riconoscere nell’idea di emancipazione illuministica un autentico e genuino interesse per la vita dell’individuo e la libertà. Secondo il pensiero di Kant, l’Illuminismo implica la liberazione dell’umanità dall’ignoranza, dalla sottomissione, e dall’oppressione violenta: questa liberazione va di pari passo con un riconoscimento maggiore del valore della libertà individuale e dell’autorealizzazione. A partire dal XVIII secolo la dignità umana è stata perciò identificata sempre più con la capacità di essere autonomi e con l’idea di razionalità individuale che dipende dalle condizioni di libertà politica e dal riconoscimento dei diritti fondamentali. Da un lato ciò rispecchia una crescente sensibilità verso il fatto che nella vita reale lo speciale status di dignità umana viene spesso violato e negato: in molti modi la storia umana ce lo ha mostrato conservando una triste memoria di ciò. Dall’altro lato, identificando la dignità umana con la preservazione delle condizioni e dell’esercizio di auto-realizzazione e autonomia, la cultura illuministica ha causato un impoverimento dell’idea di sacralità della vita umana. L’idea di inalienabilità dello status di dignità umana è stata sempre meno intesa in termini di sacralità e pietà.

Tutto ciò ha portato a una relativizzazione della nozione di dignità umana. All’alba del XXI secolo, senza gran clamore si crede che la vita umana abbia valore nella misura in cui sia capace di auto-determinarsi e sia autonoma. Di solito quest’ idea è intrecciata con una concezione più edonistica della vita umana: l’esercizio dell’autonomia è concepito come strumento di conservazione di una quantità elevata di esperienze positive (felicità), e come mezzo per evitare il più possibile in modo cosciente ogni tipo di sofferenza durante la propria vita. La dignità è diventata un aspetto meramente esteriore dell’uomo inteso coma macchina del piacere. Quando questa macchina inizia a scoppiettare, anche la dignità umana diminuisce di qualità e può anche andare totalmente persa. La dignità umana diviene quindi radicalmente dipendente dalla qualità della vita.

È proprio per questa ragione che nella cultura contemporanea manca un lessico intellegibile per concepire lo status inalienabile, la dignità della vita umana in relazione con l’intera creazione, come valore incomparabile che si estende da prima della nascita di un essere umano sin dopo la morte materiale del suo corpo e la trascende. Per esempio l’idea che profanando una bara si possa fare del male a una persona deceduta oppure si possa compiere un ingiustizia verso un bambino che ancora non è nato ed è ancora inconsapevole rispetto alla vita, nella filosofia morale contemporanea è ormai diventata totalmente inconcepibile.

Questa concezione relativista e soggettiva della dignità umana ci spinge a confrontarci con il bisogno di quello che Charles Taylor ha definito un linguaggio più sottile per articolare e dare significato alla concezione classica di dignità umana in termini di sacralità e inalienabilità dello status. In realtà questa concezione originaria e fondamentale della dignità umana è stata anche riconosciuta da alcune importanti figure dell’Illuminismo come per esempio Immanuel Kant. Per Kant alla radice della preoccupazione che riguarda i diritti umani e la libertà risiede il riconoscimento di ciò che lui chiama l’inalienabile “Menschenwurde” (“valore” umano o dignità) presente in ogni membro della specie umana. Questa idea dell’irrevocabile valore della vita umana insito in ciascun individuo, contiene in modo implicito un riferimento alla più tradizionale concezione religiosa di dignità umana. In fondo quali sono i valori fondamentali in nome dei quali dovremmo interessarci ai diritti umani, alla preservazione delle condizioni di libertà, al rispetto degli altri esseri umani in quanto non strumentalizzabili e portatori di un “fine in loro stessi”?

È forse una delle più grandi sfide del XXI secolo quella di esplorare un “linguaggio più sottile”, quella di reinventare e rinvigorire la nozione di sacralità della vita umana. La sfida in effetti è enorme dal momento che la concezione relativista e soggettivista ha guadagnato il primo posto nella cultura contemporanea, sia nella teoria che nella pratica. Pensiamo per esempio al modo in cui recentemente un intellettuale liberale come Richard Dawkins ha giudicato priva di valore la vita di un bambino non nato, affetto dalla sindrome di down. Oppure al modo in cui nel dibattito sull’eutanasia la vita umana è misurata in base alla qualità materiale soggettiva dell’esperienza esistenziale. Parte fondamentale di questa sfida è la questione che riguarda il ruolo che le tradizioni religiose possono rivestire nell’esplorazione di questi “linguaggi sottili” e nell’articolazione di una concezione comune dello status di dignità umana come inalienabile. Alcuni potrebbero senza dubbio affermare che le concezioni religiose riguardo alla sacralità della vita dovrebbero essere totalmente bandite dal dibattito pubblico, poiché nella nostra società liberale e pluralista non tutti i cittadini si identificano con queste concezioni. Altri, come il liberale ateo Ronald Dworkin per esempio, riconoscono che in effetti le fondamentali discussioni morali che abbiamo davanti a noi sono di natura profondamente religiosa. Anche in un mondo dove Dio resta silenzioso- almeno secondo una considerevole parte della società civile- non possiamo riflettere sulle fondamentali questioni morali se non mettiamo al centro della nostra riflessione l’inalienabile valore della vita umana. Abbiamo tutte le ragioni affinché le religioni partecipino maggiormente a queste discussioni, a questo tentativo di comprendere meglio “chi siamo” e cosa rende la vita umana un valore sacro e incomparabile.

 

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