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8 Settembre 2014 16:30 | Auditorium Elzenveld

Intervento



Yoshitaka Hatakeyama


Conferenza Asiatica Religioni per la Pace, Giappone
Presidente, La ringrazio per avermi concesso l’opportunità di poter partecipare a questa tavola rotonda.
 
In questo momento il mondo ha 2 scelte fra cui decidere.
Perchè possiamo continuare a vivere, le due scelte sono le seguenti.
Scegliere come obiettivo la costruzione di una “cultura di amore e misericordia”
piuttosto che percorrere la strada verso una “cultura di violenza e piena di paura”.
Ovviamente per noi uomini di religione l’obiettivo primario non può che essere la costruzione della “cultura dell’amore e della misericordia”.
 
Questo concetto era stato espresso dal precedente presidente del Religions for Peace Japan, il fu Cardinale Seichi SHIRAYANAGI.
 
ONG Internazionale fondata nel 1970, la Religions for Peace attualmente ha la sede centrale a New York ed è un network di religiosi che ha le sue varie sedi in oltre 90 Paesi del mondo. Avendo come obiettivo la realizzazione della pace, si occupa principalmente di intermediare per la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo interreligioso e l’educazione alla pace. Inoltre avendo anche lo status come consulente generale del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, il comitato giapponese ha sviluppato attività in tal senso.
 
Vorrei cogliere l’occasione di presentarvi alcune iniziative del comitato giapponese, realizzate attraverso il dialogo interreligioso. Il comitato giapponese ad oggi si è impegnato a portare avanti il dialogo interreligioso in Asia e in Medioriente.
 
In particolare in Asia, rappresentanti delle religioni, studiosi, politici e gruppi ONG del Giappone, della Cina e della Corea del Sud, fin dal 2009 si incontrano annualmente per risanare il caos che ha regnato in questa parte della terra in un recente passato e allo stesso tempo per discutere insieme sulle modalità di costruzione di una comunità pacifica, la coesistenza e la collaborazione.
 
Nonostante i rapporti ufficiali tra i tre Paesi non siano dei migliori, non ci facciamo influenzare dal mondo politico, e, sulla base di una forte volontà nel perseguire il dialogo per la pace, discutendo delle ferite della guerra che ancora rimangono nella parte nordorientale dell’Asia, tentiamo di trovare valori etici comuni e continuiamo a discutere seriamente su come noi, uomini di religione, possiamo espletare il nostro ruolo di realizzatori di un rapporto fatto di pace
 
Nei primi 3 anni del convegno sono state tante le discussioni in merito alla diversa percezione della nostra storia passata e soprattutto in merito alle responsabilità del Giappone. L’approccio preso inizialmente fu quello di un atteggiamento di rammarico per la mancata realizzazione di una comunità di pace nell’Asia nord orientale e un atteggiamento a dir poco negativo. Tuttavia, durante il IV convegno, un partecipante coreano disse: “Nonostante tutte le critiche rivolte ai problemi giapponesi del passato, i religiosi giapponesi ci hanno ascoltato attentamente e ci hanno risposto con serietà. Noi  rappresentanti coreani abbiamo da sempre criticato il punto di vista giapponese della storia, ma noi coreani stessi abbiamo commesso errori durante la guerra delle due Coree e nella guerra del Vietnam. Ma ci siamo mai pentiti di quel che abbiamo fatto e chiesto scusa? Non possiamo risolvere i problemi criticando gli altri. E’ importante in primis riflettere su noi stessi e pentirci per quel che abbiamo commesso”. E al termine della sua parola era evidente che alcuni partecipanti concordassero con quanto era stato appena detto. Queste parole sono state una chiave di volta che ha cambiato radicalmente l’approccio al convegno, ossia abbiamo iniziato a cercare gli elementi che sono stati condivisi dai tre Paesi nel lungo corso della storia. In particolare, siamo riusciti a ripristinare una base di etica comune, tanto minacciata dai sottili equilibri della politica, e lentamente è diventato fondamentale provare a costruire un’identità dell’Asia nord orientale volta alla pace. Per poter continuare a intavolare il dialogo, non dobbiamo farci influenzare dalle situazioni miopi, ma al contrario è necessario affrontare le situazioni con un approccio a lungo termine. Ovviamente è un approccio che necessita di tanta pazienza. Il dialogo può a volte portare dolore, ma nel perseguirlo continuamente, permette di comprenderci a vicenda, di riflettere su noi stessi, e di imparare cose nuove a vicenda.
 
Inoltre, dal 1990 in poi, ogni 2 anni organizziamo l’incontro e il dialogo dei giovani religiosi giapponesi e coreani, in modo che possano instaurare un rapporto di amicizia e comprendere i rispettivi Paesi durante il soggiorno. Fino ad oggi, attraverso il soggiorno nelle strutture religiose o in casa delle varie famiglie, i ragazzi hanno imparato a conoscere le rispettive culture e religioni, riuscendo così a costruire un rapporto stretto di amicizia che va al di là dei confini. Ovviamente l’inizio non è stato semplice. La mancanza di una chiara e reciproca comprensione fu causa di qualche difficoltà, ma continuando a vedersi da 20 anni a questa parte, non solo si rivolge lo sguardo al passato, ma il sogno di un futuro comune, dove i giovani del Giappone e della Corea del Sud avranno un ruolo fondamentale nel richiamare i giovani cinesi e nordcoreani, affinché si realizzi una vera interazione nella parte nordorientale dell’Asia, si fa sempre più grande.
 
Dopo che, nel 1992, venne organizzato il meeting mediorientale del WCRP in Giappone, ad oggi si continuano a organizzarne altri. Nel 2009, grazie anche alla collaborazione del Ministero degli Affari Esteri Giapponese, abbiamo organizzato la “Tavola rotonda sulla riconciliazione e la pace in Afghanistan”. In quell’occasione hanno partecipato non solo il consigliere del presidente afgano, ma anche i rappresentanti del mondo politico pakistano, saudita, americano e dell’Unione Europea, responsabili del mondo diplomatico, studiosi e uomini di religione. Con la collaborazione di tutti abbiamo stilato una proposta di pace dell’Afghanistan, proposta che è stata data in mano al Ministro degli Esteri giapponese.
 
Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, il Prof. Andrea Riccardi, ha scritto un libro intitolato “Il Dialogo cambia il Mondo”. Il fu Segretario Generale dell’Asia Conference on Religions and Peace (ACRP), Yoshiaki IIZAKA, una volta disse:
 
“Affinché si possa realizzare il dialogo, è necessario non solo essere fedeli alla propria fede e agli insegnamenti della propria fede, ma anche ascoltare l’altro con un cuore aperto, attentamente, sforzandosi di comprendere l’altro. E questa è un’ottima occasione per riflettere sulla propria fede e sugli insegnamenti della propria fede. Inoltre, per comprendere la fede e gli insegnamenti dell’altrui religione, non è necessario discutere inutilmente, ma al contrario è fondamentale avere esperienze comuni come persone che “convivono” e “lavorano insieme”. In altre parole, dal dialogo bisogna passare alla collaborazione. Dalla collaborazione poi si ritornerà nuovamente al dialogo, generando così rapporto dialettico.”
 
Il dialogo non è l’obiettivo, è solamente un mezzo per realizzare la pace. Ovviamente avviare il dialogo non comporta immediatamente la realizzazione della pace. Tuttavia, noi, uomini di religione, non dobbiamo perderci d’animo, non dobbiamo abbatterci dinanzi alla disperazione, bensì dobbiamo credere con speranza alle potenzialità che ha il dialogo.
 
Grazie per l’ascolto.

 

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