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9 Settembre 2014 09:30 | Auditorium Elzenveld

Intervento

Sjirk Van Der Zee


Pastore protestante, Olanda
Chi opprime il povero offende il suo creatore,
chi ha pietà del misero lo onora.(Pr 14,31)
 
Al primo incontro interreligioso della storia parteciparono solo due persone: Mosè e il Faraone. Oggi siamo più di 300, e mi auguro che questa conferenza apra nuove prospettive e termini con speranze maggiori rispetto a quel primo incontro.
Il Faraone infatti, alla domanda postagli da Mosè su ordine del Signore, il Dio di Israele, che gli aveva comandato: «Lascia partire il mio popolo», rispose: «Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la sua voce per lasciar partire Israele? Non conosco il Signore». Mosè e Aronne allora replicarono: «Il Dio degli Ebrei si è presentato a noi. Dunque, Faraone, ora tu sai chi è il Signore» (Es 5, 2 e 5,3).
Il Dio degli Ebrei è il Dio della libertà, della giustizia e della pace.
Ascolteremo quindi innanzitutto la voce dei suoi profeti. I profeti dell’antico Israele furono i primi a pensare in maniera globale, a conoscere un Dio che trascendeva la dimora del suo popolo e le frontiere nazionali. Vedevano il genere umano come un’unica comunità morale, tenuta insieme da un’alleanza di reciproca responsabilità (l’alleanza con Noè dopo il diluvio). Essi furono anche i primi a concepire la società come un luogo in cui «Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (Amos 5,24) e a profetizzare un futuro in cui non ci sarebbe stata più la guerra e i popoli avrebbero vissuto in pace tra di loro.
Le cose che turbavano profondamente i profeti, oggi avvengono all’ordine del giorno in ogni parte del mondo. Non c’è società per la quale le parole del profeta Amos non siano valide:
«Ascoltate questo, voi che calpestate il povero,
e sterminate gli umili del paese,
voi che dite: "Quando sarà passato il novilunio
e si potrà vendere il grano?
E il sabato, perché si possa smerciare il frumento,
diminuendo le misure e aumentando il siclo
e usando bilance false,
per comprare con denaro gli indigenti
e il povero per un paio di sandali?
Venderemo anche lo scarto del grano» (Amos 8, 4-6)
 
Il profeta è un uomo che ha una percezione profonda della responsabilità che Dio ha posto sulla sua anima (Amos 8, 4-6) e noi dobbiamo, tanto per cominciare, vivere questo stesso sentimento, questa stessa responsabilità durante questa conferenza. Egli è chino e sbalordito davanti all’estrema cupidigia dell’uomo. L’agonia dell’uomo è terribile, nessuna voce umana può renderne appieno il terrore. La profezia è la voce che Dio ha donato a questa silenziosa agonia, una voce per il povero calpestato, per le ricchezze del mondo profanate. È in un certo senso una specie di vita, un punto di frontiera tra Dio e l’uomo. Dio esprime tutta la sua ira attraverso le parole del profeta.
 
PATHOS.
I profeti non avevano una teoria né una “idea” di Dio: ne avevano una VISIONE. Per i profeti Dio era reale in modo sconvolgente e straordinariamente presente. Non ci hanno lasciato una dissertazione sulla natura di Dio, ma piuttosto una descrizione dell’idea che Dio ha dell’uomo e della sua preoccupazione per lui.
Dio può essere scosso nel profondo. Non ha soltanto intelligenza e volontà, ma anche pathos, inteso come viva attenzione e forte impegno verso il mondo esterno. Il pathos è una reazione alla storia dell’umanità, un atteggiamento generato dal comportamento umano.
Mai nella storia l’uomo è stato preso così seriamente in considerazione come nel pensiero dei profeti. L’uomo non è solamente l’immagine di Dio: è la sua eterna preoccupazione. L’idea del pathos aggiunge una nuova dimensione all’esistenza umana. Qualsiasi cosa l’uomo faccia, non ha una ricaduta soltanto sulla sua vita, ma anche sulla vita di Dio, poiché questa è rivolta verso l’uomo.
L’importanza dell’uomo lo innalza oltre il livello di semplice essere vivente. Egli è un compagno, un partner, un fattore nella vita di Dio. 
 
MISHPAT E TSEDAKAH – GIUSTIZIA E RETTITUDINE
La giustizia è una modalità di azione, la rettitudine è una qualità della persona. La rettitudine va oltre la giustizia: la giustizia è rigida ed esatta nel dare a ciascuno quanto dovuto; la rettitudine implica benevolenza, affabilità, generosità. Sarebbe sbagliato pensare che ci sia una dicotomia tra misphat e gentilezza: «La giustizia non era una giustizia indifferente ma con una predilezione in favore dei poveri. La giustizia tendeva sempre alla misericordia verso l’orfano e la vedova».
La giustizia divina implica la misericordia e la compassione di Dio.
«Eppure il Signore aspetta per farvi grazia, 
per questo sorge per aver pietà di voi,
 perché un Dio giusto è il Signore;
 beati coloro che sperano in lui!» (Is 30,18)
 
La giustizia muore quando è disumanizzata, non importa in che modo venga esercitata. La giustizia muore quando è divinizzata, perché al di là di ogni giustizia c’è la compassione di Dio. La logica della giustizia può sembrare impersonale, in realtà la preoccupazione per la giustizia è un atto di amore.
 
 
NESSUNA RELIGIONE E’ UN’ISOLA
 
Le religioni del mondo non sono autosufficienti, indipendenti o isolate più di quanto non lo siano gli individui o le nazioni. Le energie, le esperienze e le idee che nascono al di fuori dei limiti di una o di tutte le religioni continuano a porre sfide e a ripercuotersi su ognuna di esse. 
C’è un movimento ecumenico, diffuso e influente a livello globale: il nichilismo. 
Dobbiamo scegliere tra l’interconfessionalità e l’internichilismo. 
Le religioni dovrebbero forse continuare a illudersi del loro completo isolamento?
Dovremmo rifiutarci di avere rapporti di dialogo tra noi e sperare l’uno nel fallimento dell’altro? Oppure, al contrario, dovremmo pregare ognuno per l’altrui benessere e aiutarci reciprocamente a preservare sia le nostre rispettive eredità che un’eredità comune?
Lo scopo della cooperazione interreligiosa non è adularsi o confutarsi l’un l’altro, ma AIUTARSI, condividere idee e saperi, cooperare in imprese accademiche ad altissimo livello e, cosa ancor più importante, cercare nelle terre ancora incontaminate nuove fonti di devozione, tesori di quiete, la forza dell’amore e dell’interesse per l’uomo. Abbiamo urgentemente bisogno di trovare modi per aiutarci a vicenda nella difficile situazione di oggi, attraverso il coraggio di credere che la parola di Dio dura per sempre così come qui e ora, di cooperare per una rinascita della sensibilità e un risveglio delle coscienze, di mantenere accese le scintille del divino nelle nostre anime, di nutrire un’apertura alle diverse tradizioni e allo spirito dei Salmi, il rispetto per le parole dei profeti e la fedeltà a Gesù Cristo, nostro Signore e DIO VIVENTE.
 
 
 
LA PREGHIERA SALVA IL MONDO (???)
La preghiera è il privilegio più grande che abbiamo. Pregare è fondare la nostra stessa esistenza, il nostro diritto a vivere sulla verità e sull’importanza suprema di ciò per cui preghiamo. La preghiera è dunque un impegno radicale, un coinvolgimento pericoloso nella vita di Dio. Pregare è sovversivo e rivoluzionario. In questa consapevolezza, noi preghiamo…
Perché sappiamo: sappiamo che l’io non è il fulcro ma il raggio della ruota in movimento della storia. 
Dio è il fulcro: la coscienza di noi stessi non è che un mero raggio, una sottile consapevolezza di vivere come oggetti dell’interesse di Dio.
La caratteristica principale del pensiero profetico è la supremazia del coinvolgimento di Dio nella storia. 
E noi sappiamo che c’è un tema ricorrente nella sinfonia incompiuta dell’umanità, un’impresa di cui non siamo mai all’altezza. 
Dio è presente ovunque gli uomini siano colpiti. Dove è presente Dio ora?
Non sappiamo come piangere, non sappiamo come pregare! La nostra coscienza è così timida, le nostre parole così indistinte, la nostra misericordia così flebile. O PADRE, abbi pietà di noi, aiutaci a vincere l’arroganza del potere.
Pregare, dunque, significa riportare Dio nel mondo, stabilire la sua sovranità, far prevalere la sua gloria. La preghiera ha una grande forza: adorare Dio infatti significa ampliare la sua presenza nel mondo. La via della preghiera passa attraverso atti di stupore e di meraviglia. 
La preghiera è un invito a Dio ad intervenire nelle nostre vite e a far prevalere la sua volontà nelle nostre vicende. 
Pregare significa partecipare al sogno di Dio di un mondo redento, della riconciliazione del cielo e della terra, di un’umanità veramente a sua immagine, che rifletta la sua saggezza, la sua giustizia e la sua compassione. Il sogno di Dio è di non rimanere solo, di avere l’umanità come compagna nel dramma di una creazione continua. Con qualsiasi nostra azione, con ogni nostro gesto, noi promuoviamo od ostacoliamo il dramma della redenzione, riduciamo o aumentiamo il potere del male.
PREGARE E’ L’UNICO MODO PER SALVARE IL MONDO!!!
 
Durante questa Conferenza, noi auspichiamo un’alleanza di pace, una riconciliazione.
 
«finché… la sua salvezza non risplenda come lampada» (Is 62,1)

 

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