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Chiesa di Sant'Egidio - Roma

 

Omelia

Il Vangelo ci mostra Gesù che riprende il cammino verso Gerusalemme. È un invito rivolto anche a noi perché ci lasciamo coinvolgere nell'itinerario della crescita spirituale. L'uomo di cui parla il Vangelo di Marco "corre" verso Gesù. Ha fretta di incontrarlo. Cerca con urgenza una risposta per la propria vita. Ed in questo è davvero esemplare rispetto alla nostra pigrizia nel seguire il Signore. Marco fa capire che si tratta di un adulto (per Matteo è un giovane). Comunque, ad ogni età si può, anzi, si deve correre verso il Signore.
Quest'uomo, giunto davanti a Gesù, gli si getta ai piedi e gli pone una domanda davvero centrale nella vita: "Maestro buono, cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?". Lo chiama "buono" non per adulazione; lo pensa davvero. Ma Gesù lo corregge subito: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo". Per noi, così pronti ad avere un'alta considerazione di noi stessi, l'affermazione di Gesù è una lezione che non dovremmo mai dimenticare. Solo Dio è buono, nessun altro. Tanto meno noi. E riconoscerlo non è tanto un problema di umiltà, quanto di verità. Comprendere la propria debolezza e il proprio peccato (come ogni Liturgia eucaristica ci esorta a fare con il canto iniziale del "Signore pietà!") vuol dire muovere il primo passo di quella corsa che ci porta verso il Signore. Quell'uomo corre da Gesù e riceve la risposta sul senso della vita. Si apre un dialogo. Gesù gli chiede se conosce e se ha osservato i comandamenti; e la risposta è che li ha osservati sin dalla giovinezza. È tutt'altro che un credente tiepido o poco praticante. Non so quanti di noi possono dare la stessa risposta alla domanda di Gesù.
L'evangelista nota: "Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò". Potessimo sentire rivolte anche a noi queste parole! Ma forse noi non abbiamo la stessa ansia di salvezza di quell'uomo. Dobbiamo, tuttavia, stare certi che queste parole evangeliche sono rivolte anche a noi: Gesù continua a guardarci e ad amarci, anche se siamo meno osservanti di quell'uomo. Anche oggi Gesù si rivolge a noi, e con la stessa intensità d'amore, ci dice: "Va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!". Non è una frase neutra. Il Vangelo chiede sempre un impegno, una decisione, una risposta. Ce lo ricorda la Lettera agli Ebrei che abbiamo ascoltato: "La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore". O la respingiamo e restiamo come siamo, oppure l'accogliamo e cambiamo vita.
Questa pagina evangelica è tra quelle che hanno maggiormente cambiato la vita di coloro che l'hanno ascoltata. Quando Antonio, giovane egiziano di buona famiglia, ascoltò queste parole, lasciò tutto, si ritirò nel deserto e divenne padre (abate) di molti monaci. Così pure Francesco d'Assisi: le ascoltò e lasciò tutto. E divenne testimone del Vangelo, sino ad esserne segnato nel corpo con le stigmate. L'uomo ricco, al contrario, quando le udì abbassò il volto, divenne cupo e si allontanò con la tristezza nel cuore. L'evangelista chiude amaramente dandone la ragione: "perché aveva molte ricchezze". Anche Gesù in verità si rattristò, e molto; perdeva un amico, perdeva un discepolo; e lo perdevano anche tutti coloro ai quali quell'uomo avrebbe potuto annunciare la gioia del Vangelo.
Potremmo chiederci: ma l'invito di Gesù non è troppo severo? Non si tratta di una parola troppo esigente che, tra l'altro, rischia di farlo rimanere solo? Gesù non potrebbe attutirla almeno un poco? Non potrebbe renderla meno esigente e un po' più accomodante? Le parole che Gesù aggiunge subito dopo il rifiuto del ricco non ammettono replica: "Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!". E conclude: "È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio". Sono parole che dovrebbero impensierirci, anzi spaventarci. Noi, infatti, figli di un mondo ricco, siamo tesi a prendere, a possedere, ad accaparrare piuttosto che a dare, a offrire, a condividere. Benedette perciò queste parole che vengono a porre una sana inquietudine nella nostra vita e che richiamano ogni credente a considerare quanto sia facile allontanarsi dal Vangelo vivendo, per di più, tristemente!
La decisione che questa pagina evangelica vuole provocare in noi riguarda il primato da dare a Dio sopra ogni cosa. Gesù ci chiede di porre Dio al di sopra di tutto, anche dei beni che abbiamo, e di considerare i poveri come nostri fratelli verso i quali siamo debitori di amore e di aiuto. Essi hanno diritto al nostro amore e al nostro sostegno. Quel che chiede il Signore ha i tratti di una rinuncia, e in parte lo è, ma è soprattutto una grande sapienza di vita. Ovviamente si tratta non della sapienza del mondo che spinge a rinchiudersi in se stessi e nelle cose del mondo, ma della sapienza che viene dal cielo, di cui ascoltiamo dalle Sacre Scritture: "La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto; non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l'oro al suo confronto è come un po' di sabbia e come fango sarà valutato di fronte a lei l'argento. L'ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta" (Sap 7,8-10).
La risposta di Gesù alla richiesta che Pietro ha fatto a nome dei discepoli spiega concretamente le conseguenze di tale sapienza evangelica: chi abbandona tutto per seguire Gesù (ossia, chi pone Gesù al di sopra di ogni cosa) riceverà in questa vita il centuplo e, dopo la morte, la vita eterna. A volte si pensa che la vita evangelica sia innanzitutto privazione. Così pensò anche l'uomo ricco. In verità, la scelta di seguire il Signore sopra ogni cosa è sommamente "conveniente", non solo per salvare la propria anima nel futuro, ma anche per gustare "cento volte" di più la vita su questa terra. Il brano tratto dal libro della Sapienza conclude: "Insieme a lei (la sapienza che viene dal cielo) mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile". Chi mette Dio al primo posto nella sua vita entra a far parte della sua "famiglia", ove trova fratelli e sorelle da amare, padri e madri da venerare, case e campi ove lavorare.


11/10/2015
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