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Eravamo più giovani quando 30 anni fa, il 25 giugno del 1982 una manifestazione per il popolo palestinese promossa dai sindacati, lasciò una bara davanti al tempio Maggiore di Roma: c’era confusione fino al corto circuito tra opposizione anti-israeliana e pregiudizio anti-ebraico. Emergeva una perdita di memoria, tossica per il tono della convivenza civile. Eravamo più giovani pochi mesi dopo, quando un bambino, Stefano Gay Taché, il 9 ottobre, veniva ucciso nel giorno della festa per un’azione terrorista. Fu allora che la Comunità di Sant’Egidio, meno internazionale di ora, sentì che quella perdita della memoria era un rischio per tutti. Ricordo in quell’anno di avere animato, promosso, con altre persone della Comunità, decine di assemblee sull’antisemitismo (una sessantina) nelle scuole superiori romane e molte altre nei quartieri, in periferia. Non lo faceva nessuno. Scoprimmo una grande zona grigia.
La mia generazione ha visto da bambini le fotografie, ha letto i diari, ma ce n’era un’altra di generazione di romani, per cui era un sentito dire. Scoprimmo anche grande apertura: i discorsi volgari, stupidi, arretravano volentieri davanti ai racconti, alle fotografie, ai filmati.
Abbiamo continuato per anni. Poi, nel 1994, per la prima volta, abbiamo proposto al rabbino Toaff una Marcia della Memoria, nel giorno della grande deportazione degli ebrei romani. In direzione contraria, da Trastevere al Portico d’Ottavia. La risposta del rabbino capo fu convinta, trascinò altri. Ci sono dichiarazioni di principio e ci sono fatti, che faticosamente creano comportamenti, cultura, che aiutano a ricostruire le ragioni del vivere insieme. Penso che quella Marcia della Memoria, anno dopo anno, è stato ed è questo, per Roma. E’ la più grande ferita contemporanea della città, non solo per il numero delle vittime - tre volte quelle delle Fosse Ardeatine - ma per il significato, Bene e male senza sfumature: la grande solidarietà che ha nascosto e salvato gran parte di quelli che non sono stati razziati in quell’alba del 16 ottobre. E l’odio razzista, preparato dalle liste delle leggi fasciste, dai discorsi, dalle trappole naziste. Quella data è un passaggio centrale della vita di Roma.
Anno dopo anno è diventata una grande marcia popolare, affollata da migliaia, anche immigrati, anche musulmani, una risposta alla tentazione di fare di un gruppo, di una minoranza, il capro espiatorio Ma senza annacquare: memoria e contemporaneità. Anche un momento alto dell’amicizia tra ebrei e cristiani. L’esempio concreto che è vero che “chi salva una vita salva il mondo intero”, e un modello vivo di città. Roma ha ancora più bisogno oggi di questo, in un tempo in cui “piccoli intolleranti crescono” e, con loro, anche le violenze individuali e collettive.
La proposta della Comunità di Sant’Egidio di trasformare il luogo della razzia in memoria della città è scritta nel nome, Largo 16 ottobre, al bordo del Portico d’Ottavia: una richiesta insistente, accolta dal sindaco Veltroni. Negli anni le istituzioni regionali e locali, senza eccezione, hanno fatto propria la stessa cultura, che è diventata esempio pubblico: fatto dei viaggi della memoria e di attenzioni , che hanno tolto cittadinanza alla cultura volgare delle croci uncinate e di chi inneggia all’odio e all’antisemitismo. Slogan patetici, ma non spariscono. E chiedono azione e attenzione. Ieri un appassionato fondo su questo giornale ha proposto di fare del 16 ottobre una giornata di lutto cittadino. Possiamo andare oltre. Che sia la Giornata della Memoria di Roma. Non aggiunge un’altra celebrazione a quelle esistenti, ma esprime e può fare crescere una trasformazione e una conquista già straordinarie. Di cose così ne abbiamo un gran bisogno.
Mario Marazziti
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