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Povero vuole dire tante cose e ha molte facce: senza fissa dimora o rom; straniero o italiano; persone deboli ed ex “normali”.
La crisi, con la sua morsa che non si allenta, sta aggravando un fenomeno che in questi ultimi anni ha avuto un’impennata fino a diventare una vera e propria emergenza. È l’appello che lanciano i volontari genovesi della Comunità di Sant’Egidio per i quali «a Genova la povertà è in crescita ». Un aumento che è sotto i loro occhi ogni giorno e che, dicono, è certamente legato ai fattori economici ma ha trova anche un’altra, importante motivazione in un’altra crisi: quella della famiglia.
Da una parte non c’è più il supporto di quello è da sempre il primo “ammortizzatore sociale”; dall’altra la rottura dei matrimoni e delle convivenze è una micidiale macchina di nuovi poveri, tanto più in un periodo difficile come quello attuale. I numeri forniti ieri dai volontari della Comunità sono lì a confermarlo: nel 2011, considerando chi si reca ai due centri Genti di Pace (uno in zona del Carmine, l’altro a Sampierdarena) e le persone senza fissa dimora, sono stati distribuiti oltre 17.500 pacchi alimentari assistiti e ben 1003 nuovi iscritti. Solo nel 2008, le persone seguite da Sant’Egidio a Genova erano state 1.584 per un totale di 8.548 pacchi e 785 nuovi “utenti". Ma è proprio focalizzando l’attenzione su chi, lo scorso anno, si è recato per la prima volta a Genti di Pace che si può capire meglio la fenomenologia della povertà (o nuova povertà) genovese: il 10% di questi utenti appena approdati ai centri è infatti rappresentato da cittadini italiani. «Si tratta di anziani, disoccupati fino ad interi nuclei famigliari - ha spiegato Roberta Graffione - molte anche le donne che spesso si fanno portavoce delle esigenze di tutt la famiglia. Sono persone che, pur avendo un alloggio, che riesce a mantenere con grandi difficoltà, non ha però niente altro. Ha perso il lavoro, vive con l’incubo dello sfratto e viene da noi per qualsiasi richiesta, comprese quelle mediche ». «siamo di fronte ad una crisi che continua - ha rincarato Maurizio Scala - e questo è confermato dal fatto che dal 2008 sono praticamente raddoppiate le richieste di assistenza ».
Fa pensare che le due fasce di età più rappresentate sono quelle tra 40 e 50 anni (22,4%) e tra 30 e 40 (21,2%) mentre gli over 60 scendono al 14,6%. Più o meno simili le percentuali anche tra nuovi iscritti. Epperò c’è anche un rovescio della medaglia: insieme alla povertà, sotto la Lanterna, aumenta anche la solidarietà. Forse è un altro effetto della crisi; forse deriva dall’ultima alluvione e dall’impegno dei giovani “Angeli del fango"; forse l’importanza della rete di solidarietà, che ha avuto forte visibilità nei momenti dell’emergenza sta facendo nascere nei cittadini, specialmente nei più giovani, una forte sensibilizzazione, accompagnata dall’impegno in prima persona.
Anna, Gino e Giovanna «Senza lavoro non è vita»
Artigiani costretti a chiudere, muratori licenziati, immigrati a spasso e anche le occupazioni “in nero” diminuiscono.
Cerco un lavoro, anche come colf. Ma è difficile». Praticamente impossibile visto che la signora in cerca di un’occupazione «per far su qualche soldo» ha 75 anni e una figlia che ha perso da poco il lavoro e vive con lei. Flavia, questo il suo nome, tutti i giorni dalla periferia raggiunge via Vallechiara per ricevere il pranzo al sacco e vestiti. La sua è solo una delle storie drammatiche che si celano dietro ai numeri (130 assistiti quotidiani, oltre 38mila pranzi al sacco in un anno, e via dicendo) e, tutto sommato, neanche delle più angosciose. Per Flavia la dignità viene prima di tutto e quando va via dal centro di Genti di Pace quasi scivola via, appoggiata al muro e a voce bassa ripete: «Cerco lavoro, qualsiasi cosa va bene». Maria. 65 anni, è vedova. Vive in Val Polcevera e quasi quasi con la reversibilità del marito riuscirebbe a cavarsela se non avesse un figlio disabile, ospite di una struttura e che lei ogni fine settimana porta a casa, malgrado la gestione di questo giovane uomo sia estremamente faticosa. Maria è una “cliente” di Sant’Egidio da circa due anni, e chiede quasi esclusivamente vestiti «per il ragazzo ». Giovanna è forse la vera “figlia della crisi”. Vive in centro e con il marito ha mandato avanti per anni una pasticceria che andava anche molto bene. Purtroppo, però, la stretta economica ha cambiato le carte in tavola: «Prima abbiamo avuto difficoltà a pagare l’affitto del locale, poi anche le bollette sono diventate un peso troppo forte », finché, già con qualche debito accumulato, è arrivata la decisione di chiudere. Oggi il marito ha trovato un lavoretto che consente loro di pagare luce e gas e a Sant’Egidio chiedono solo un aiuto per il cibo «e meno male che la casa è nostra» dice Giovanna che, da ex benestante o quasi, si è trovata a dover contare su un sostegno per tirare avanti. Anche la più giovane Anna si rivolge alla Comunità per risolvere almeno il problema del mangiare: con la sua famiglia sta passando un brutto periodo perché il compagno, che aveva un lavoro non in regola, da qualche mese non ha più neppure quello e lei riesce a fare qualche ora come colf. In casa ci sono pure due bambini, il grande frequenta le elementari, il piccolo ha 5 anni. Una volta al mese riceve anche il “pacco” dalla parrocchia «ma non basta - ammette -. Cosa dico ai miei figli quando ogni giorno mi chiedono la merenda? Che il papà non lavora più?». Bruno vive con la mamma di 85 anni e non più autosufficiente ma la sua pensione di invalidità è l’uncia fonte di reddito certa per questa piccola famiglia. Lui in passato ha lavorato, ma non ha mai versato i contributi «e adesso il mio frigo è vuoto » racconta. Gino, invece, ha 55 anni e fino a qualche mese fa ha lavorato con continuità. La sua è una vita che scorre tranquilla da tempo: muratore, ha una casa in affitto e non sembra avere problemi». Fino a sei mesi fa, quando viene licenziato e da quel momento non riesce più a trovare nulla, «neppure in nero ». I risparmi li usa per pagare l’affitto, ma ad un certo punto anche questi finiscono e così si trova fuori casa: si trasferisce in stazione ed è lì che, spaesato, chiede ai volontari di Sant’Egidio dove poter andare a lavarsi, dove dormire e dove mangiare. Così finisce al Centro. Una storia che ricorda quella di Luigi, artigiano, anche lui vittima della crisi che dice: «I pochi soldi che incasso li consegno tutti alla mia ex moglie per i ragazzi. Io dormo nei centri di accoglienza e mangio alle mense». Vite “normali”, stravolte all’improvviso.
Servono olio, scatolame prodotti per l’infanzia e per l’igiene personale
Viveri ma non solo: nei pacchi che i volontari distribuiscono ai loro “clienti” trovano posto anche prodotti per l’igiene personale (sapone e shampoo, per esempio) ma anche per la famiglia, e su tutto quanto serve per l’infanzia, a partire dai pannolini. «Quanto agli alimenti - hanno precisato i membri della Comunità di Sant’Egidio - abbiamo bisogno soprattutto di olio d’olivo e scatolame, come tonno o piselli. Tutti alimenti a lunga conservazione». La raccolta viene effettuata nelle sedi di Genti di Pace in via Vallechiara e via Stennio tutte le mattine dalle 10 alle 12 e nel- la sede della Comunità di Sant’Egidio di Genova, in piazza della Nunziata, fino alle 19. La crisi che sta colpendo sempre più le fasce deboli ha di molto aumentato le richieste e, dunque, servono sempre più prodotti. «Raccogliamo i prodotti anche davanti ai supermercati - hanno sottolineato i volontari - ma nel corso della terza e della quarta settimana del mese, le donazioni si fanno molto più difficili. Una prova ulteriore della situazione economica difficile nella quale ci troviamo ». Nel corso del 2011 solo Sant’Egidio ha distribuito 15.883 pacchi alimentari e di vestiario a 2.603 persone. Di queste, 1.003 erano nuovi iscritti. Anche questi numeri danno la dimensione della crisi, visto che nel 2008 i pacchi erano stati 8.548, le persone che avevano chiesto aiuto 1.584 e i nuovi iscritti 785. Come dire che, in soli tre nni, il fenomeno è più che raddoppiato.
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