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December 4 2015

Visti dagli altri

La diplomazia discreta di Sant'Egidio

Impegnata da anni nella soluzione dei conflitti attraverso il dialogo, la Comunità di sant'Egidio ha avuto un ruolo chiave nel viaggio del papa in Africa

 
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Ultimamente Mauro Garofalo, responsabile della Comunità di sant'Egidio a Roma, e persona estremamente discreta, si è occupato molto della Repubblica Centrafricana. Il 30 novembre papa Francesco ha concluso a Bangui, la capitale centrafricana, la sua prima visita in Africa. Una tappa considerata a rischio da molti e anche dal Vaticano. Il 29 novembre il papa ha inaugurato ufficialmente l'anno santo della misericordia aprendo la porta santa nella cattedrale di Notre-Dame, proprio a Bangui.
Il papa ha anche incontrato la comunità musulmana nella moschea principale della città. L'imam Omar Kobine Layama conosce bene i laici di 
Sant'Egidio, che lo avevano invitato a una serie di dialoghi interreligiosi a Roma e che in seguito lo hanno messo in contatto con la potente organizzazione islamica indonesiana Muhammadiyah, che ha cominciato a fornire un aiuto umanitario ai musulmani di Bangui.
Garofalo e Andrea Riccardi, il fondatore della comunità, hanno preparato il terreno con i loro interlocutori centroafricani, il Vaticano, la Francia- contraria a questa visita
per ragioni di sicurezza- e le istituzioni internazionali. "La visita del papa arriva in un momento cruciale: prima delle elezioni presidenziali che si terranno nella Repubblica Centrafricana il 27 dicembre, un momento in cui può ripartire il dialogo politico", si augura Garofalo, che è andato a Bangui per riunire tutti i candidati alla presidenza. Nove di loro si erano già incontrati a Roma, grazie alla Comunità di sant'Egidio, il 26 e il 27 febbraio di quest'anno. 
Sant'Egidio sembra un angolo di paradiso sulla riva destra del Tevere. Nel dedalo di vicoli di Trastevere, le facciate ocra della piazza contrastano nettamente con il cielo azzurro. La gente passeggia in questo paesaggio da cartolina senza preoccuparsi dei militari di guardia davanti alla piccola chiesa. Non nota neanche l'uomo sui quarant'anni, perennemente indaffarato, che aspira nervosamente una sigaretta per poi scomparire dietro le mura dell'edificio religioso. Garofalo è in contatto permanente con presidenti, uomini politici e capi ribelli che si affrontano a migliaia di chilometri da qui. Molti di loro hanno visitato l'ex convento carmelitano del seicento che ospita la comunità. Sant'Egidio, unì'organizzazione laica fondata a Roma nel 1968 da Riccardi, figlio di un banchiere, insieme a un gruppo di studenti che voleva riallacciare i rapporti tra la Chiesa e i più poveri, ha la sua sede nell'ex convento dalla metà degli anni settanta. Questi figli del concilio Vaticano II e del sessantotto, un tempo marxisti, hanno cominciato la loro attività nelle periferie romane, ma poi si sono occupati anche delle persone disabili, dei profughi e degli anziani. E soprattutto sono diventati dei protagonisti discreti della scena politica internazionale.
Della Comunità di 
sant`Egidio fanno parte più di 75mila persone in 74 paesi. Ma solo una decina di persone compone l'ufficio internazionale, che da Roma si dedica a risolvere conflitti a volte inestricabili per la diplomazia tradizionale. "Non siamo dei professionisti della pace, ma solo degli esperti per i quali il dialogo è il pane quotidiano", spiega Garofalo.
Uno dopo l'altro nel febbraio del 2015 i protagonisti delle elezioni presidenziali centrafricane hanno attraversato l'austera sala capitolare con le mura decorate di pitture barocche, prima di entrare nell'ex refettorio, riconvertito in sala per le trattative. Forse hanno incrociato lo sguardo dolce di san Francesco con un lupo in braccio. La tela di Stefano Di Stasio si trova accanto a un'altra opera dell'artista che illustra l'accordo di pace in Mozambico, firmato qui il 4 ottobre 1992, dopo più di due anni di mediazione di 
Sant'Egidio.
"Tra di voi c`è il futuro presidente centrafricano. Uscirà da qui quello che avrete deciso insieme", ha detto Garofalo, favorendo il dialogo tra persone che di solito si odiano e si sfidano. Nel corso degli ultimi dieci anni Garofalo ha stretto una relazione personale con tutti. "Solo
Sant'Egidio è capace di riunire questi coccodrilli intorno allo stesso specchio d'acqua", confida Prosper N'Douba, ex ministro centrafricano e uno degli organizzatori dell'incontro.
Alla sera si ritrovano tutti nel ristorante della comunità in piazza. I camerieri sono persone disabili che ogni tanto rischiano di rovesciare i piatti sui vestiti dei politici e dei signori della guerra di passaggio, ma questo non fa altro che stemperare la tensione dell'incontro. "Questi giorni insieme ci hanno permesso di allentare la tensione", ricorda l'ex premier della Repubblica Centrafricana Anicet-Georges Dologuélé. "A differenza di quanto fanno di solito i diplomatici tradizionali, i mediatori di
Sant'Egidio non fanno la morale a nessuno, non hanno secondi fini politici e ci danno l'impressione di essere stati noi stessi ad arrivare a un accordo".
Spesso a questi incontri vengono invitati anche i diplomatici che lavorano a Roma o in Vaticano. "La comunità è un elemento libero, diventato uno strumento diplomatico unico al mondo", sottolinea
Bruno Joubert, ex ambasciatore francese presso la Santa Sede. "Mi hanno tenuto al corrente del loro negoziato sulla Repubblica Centrafricana e ho potuto osservarli nel corso del loro lavoro discreto, minuzioso, di lungo periodo, che il 27 febbraio 2015 ha portato alla firma di accordi quasi diplomatici".
Mediazione
Il presidente congolese Denis Sassou Nguesso, 72 anni, anche lui mediatore della crisi centrafricana e da più di trent'anni a capo di uno dei paesi più poveri e corrotti del mondo, a febbraio di quest'anno è venuto in visita a Roma e dall'hotel Excelsior ha seguito l'evoluzione del dialogo. Ha parlato con Mario Giro, uno dei pionieri della mediazione di pace di 
Sant'Egidio, diventato nel 2013 sottosegretario al ministero degli esteri nel governo guidato da Enrico Letta e poi in quello di Matteo Renzi. Il presidente congolese ha ricevuto i candidati alle elezioni presidenziali centrafricane che hanno firmato l'appello al loro popolo e alla comunità internazionale per la riconciliazione nazionale, in cui s'impegnano a lavorare per una soluzione della crisi e a rispettare i risultati delle urne. "Avete dimostrato di essere uomini e donne di stato. Questa notte dormirò bene. Roma è la città dei miracoli", ha detto il presidente congolese ai candidati. Ma a
Bangui la pace resta fragile e le violenze interreligiose sono riprese. "Sant'Egidio ha sempre fallito nel nostro paese", si rammaricava pochi giorni prima della visita del papa, da Bangui, Jean-Jacques Demafouth, consigliere del presidente della Repubblica Centrafricana per la sicurezza. "Tra un incontro a Roma e la realtà nel nostro paese c'è una grande differenza. A Sant'Egidio dovrebbero soprattutto convincere i signori della guerra e i capi delle milizie, che minacciano lo svolgimento delle elezioni".
A 
Sant'Egidio, però, non sono dei dilettanti: sono più di trent'anni che la comunità svolge la sua missione di mediazione. Nel 1983 i fondatori dell'organizzazione parteciparono al salvataggio dei profughi caldei prigionieri in Turchia e in Iraq. Alcuni mesi dopo intervennero in Libano, preoccupati per la sorte del villaggio cristiano di Deir el Qamar che da 102 giorni era accerchiato dai drusi del partito di Walid Jumblatt. Grazie alle sue reti politico-religiose, Sant'Egidio riuscì a organizzare un incontro tra Jumblatt e il patriarca dei greci melchiti di Antiochia e questo permise di togliere l'accerchiamento.
Garofalo ha partecipato a molte missioni delicate in Africa: nel novembre del 2014 ha negoziato su richiesta del Vaticano la liberazione del sacerdote polacco Mateusz Dziedzic e di altri 23 ostaggi prigionieri dei ribelli del Fronte democratico del popolo centrafricano. 
Sant'Egidio ha segretamente ottenuto che il sacerdote fosse rilasciato in cambio della liberazione del capo degli insorti, all'epoca prigioniero in Camerun.
Da allora la comunità di Trastevere, riconosciuta dalla 
Santa Sede come "un'associazione internazionale di laici", è intervenuta in Albania, Kosovo, Mozambico, Liberia, Costa d'Avorio, Burundi e nel Sud Sudan per indurre al negoziato Joseph Kony, sanguinario signore della guerra ugandese. "È una bella diplomazia", osserva l'ex ministro degli esteri francese Hubert Védrine. "Dall'inizio del novecento l'occidente ha continuato a fare proselitismo, cercando attraverso la diplomazia d'imporre i suoi valori politici e religiosi. Sant'Egidio è controcorrente, si astiene dal dare lezioni e lavora sempre con grande discrezione".
È la diplomazia silenziosa, caratterizzata da un'atmosfera tranquilla, portata avanti nel giardino della comunità da padre Angelo Romano. Il chiostro ricco di vegetazione, dove crescono banani e ulivi, dà su una

porta secondaria. Un ingresso discreto dove guerriglieri, signori della guerra, golpisti e semplici politici possono varcare la soglia senza timore di incrociare il nemico con il quale dovranno negoziare.
"Per mettere fine a un conflitto è necessario che chi fa la guerra voglia la pace. E noi siamo liberi di impegnarci in questo senso, di fallire, di prendere il tempo per capire, senza giudicare le persone che hanno deciso di combattersi", spiega il sacerdote, che collabora ad alcune delle più importanti iniziative di mediazione per la pace della Comunità di 
sant`'Egidio in Africa. "Viviamo attraverso le donazioni. La pace in Mozambico è costata quasi due milioni di euro e due anni e mezzo di negoziati. La pace costa meno della guerra". Ma prima di tutto è necessario convincere i diretti interessati.
Fallimenti e successi
Il fallimento più grave di 
Sant'Egidio risale al gennaio del 1995. All'epoca i mediatori a Roma avevano cercato di organizzare una trattativa per trovare una via di uscita pacifica alla guerra civile in Algeria. In quell'anno Abbas Aroua, medico algerino e attivista per i diritti umani, aveva 24 anni e si trovava al tavolo dei negoziati. "C`'erano tutte le condizioni per arrivare a un accordo, ma gli emissari del regime militare non si sono presentati e inoltre hanno fatto pressioni sulla Francia. Questo ha portato la comunità internazionale ad abbandonare Sant'Egidio", ricorda Aroua, da Ginevra, dove dirige la fondazione Cordova, che ha tra i suoi obiettivi promuovere il dialogo e la coesistenza pacifica tra diverse culture, persone e idee.
"Possiamo dire che fu un fallimento. Ma certi fallimenti si trasformano in un successo e, al contrario, le mediazioni di pace riuscite si possono trasformare dieci anni dopo in un fallimento", dice Andrea Riccardi, che è stato ministro per la cooperazione nel governo Monti. "Ma noi vogliamo anche denunciare i crimini di guerra e le centinaia di migliaia di morti. Come oggi in Siria, dove 
Sant'Egidio cerca di dare il suo contributo".
In ogni modo il fallimento algerino non ha intaccato la fama della comunità, e molti sono i capi di stato che passano di qui durante le loro visite a Roma. Alcuni emissari dei signori della guerra e di politici di rilievo spesso vengono qui sperando in un "miracolo".


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