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«Ho affidato la mia vita nelle mani di Gesù». Con questa secca frase Shahbaz Bhatti, il ministro pakistano per le minoranze religiose assassinato lo scorso 2 marzo per essere intervenuto in favore di Asia Bibi, rispose alle preoccupazioni che gli aveva espresso il fratello maggiore Paul. È stato proprio quest'ultimo a raccontarlo, durante l'incontro organizzato a Roma dalla Comunità di Sant'Egidio per ricordare questo coraggioso cattolico che la Conferenza episcopale del Pakistan ha già chiesto a Benedetto XVI di proclamare martire e patrono della libertà religiosa.
Alla commemorazione sono intervenute autorevoli personalità che avevano ben conosciuto Shahbaz Bhatti e il suo impegno, a cominciare dal professor Andrea Riccardi, che l'1l settembre 2010 lo aveva avuto ospite nella sede della Comunità a Trastevere: «Un vero credente che svolgeva il suo compito di ministro come un servizio ai cristiani, ai poveri, a tutti i pakistani perseguitati».
E il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha assicurato il sostegno dell'Italia ai progetti di educazione alla tolleranza religiosa che sono in via di realizzazione in Pakistan, anche nell'obiettivo di onorare la memoria di Shahbaz, «il quale chiedeva una revisione della legge contro la blasfemia, affinché non fosse utilizzata impropriamente per colpire le fedi minoritarie».
Un commosso ricordo è stato proposto dall'imam di Lahore, Abdul Khabir Azad, e dal vescovo di Faisalabad, Joseph Coutts, che ne ha ricordato un sogno: «Costruire una struttura circolare nella quale ci fossero, tutt'intorno, gli edifici religiosi delle singole comunità e, al centro, uno spazio comune dove ci si potesse liberamente incontrare». Mentre il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, ha sollecitato i media a non dimenticare questi eroi della fede e a mantenere desta l'attenzione contro ogni discriminazione.
Ora è il fratello Paul Bhatti, nominato dal Governo pakistano consigliere speciale per le minoranze religiose, a proseguirne l'impegno. Glielo hanno chiesto anche i suoi familiari, che hanno espresso il perdono per gli autori del delitto, pur chiedendo alla giustizia di fare il suo corso e di giungere alla verità su chi siano gli attentatori e i mandanti. «Con la sua morte», ci racconta, «il mondo ha perso un leader nella lotta a ogni forma di terrorismo e di discriminazione religiosa».
- Come raccoglierà l'eredità di suo fratello?
«Prima di tutto intensificando il dialogo interreligioso, specie con i musulmani moderati. La sfida è collaborare insieme per stroncare la campagna di odio che gli estremisti continuano a fomentare in Pakistan e che non ha connotazioni religiose, ma terroristiche».
– C'è qualche particolare episodio relativo a Shahbaz che lei conserva nella memoria?
«Quando da bambini ricevevamo soldi dai nostri genitori, lui li metteva da parte. Un giorno un povero vecchio, che chiedeva l'elemosina all'angolo di casa nostra, venne a consegnare alcune banconote ai miei genitori, poiché pensava che mio fratello le avesse rubate in casa. E invece gli aveva donato il frutto dei suoi risparmi. Lui infatti era molto caritatevole. Poi, già a 16 anni cominciò a impegnarsi in favore della dignità umana».
– Ma suo fratello sapeva di essere nel mirino dei terroristi?
«Certamente. A gennaio era morto nostro padre e, quando venne seppellito, un amico vide che di fianco alla sua tomba c'era un loculo vuoto. Perciò chiese come mai e mio fratello rispose che quello spazio era destinato a lui. Appena un mese più tardi queste parole sono divenute realtà».
– Lei si è incamminato lungo la strada di Shahbaz. Non ha paura?
«Della morte abbiamo paura tutti. Ma il mio timore deve passare in secondo piano: l'esigenza primaria è quella di portare avanti il lavoro avviato da mio fratello. Io sono convinto che la pace è una responsabilità universale e perciò ho bisogno anche delle vostre preghiere per mantenere alta la fiaccola acce-sa da Shahbaz».
Saverio Gaeta
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