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January 14 2012

Piove su chi ha fame. Il dramma nel Corno d'Africa

Africa, Humanitarian aid

Piove sul lago Turkana. Da due mesi c’è un po’ di sollievo per i milioni che dalla scorsa estate soffrono nel Corno d’Africa una delle più gravi carestie degli ultimi anni. Ma anche se certi esperti l’hanno subito degradata da "catastrofe" a "emergenza umanitaria", la crisi della fame non è ancora terminata. Quello che rischia di consumarsi è invece l’attenzione (già povera) dei media e di conseguenza dell’opinione pubblica: non si riesce a stare troppo tempo su una notizia. È uno dei mali del nostro tempo: rapidità ma anche superficialità. Sta accadendo anche per l’Africa Occidentale: gli allarmi lanciati recentemente parlano di sei milioni a rischio fame tra pochi mesi se non si interviene subito, dalla Mauritania al lago Ciad.

In Kenya, intanto, oltre al sollievo nascono nuovi problemi: i campi diventano laghi di fango e iniziano i primi casi di colera che indeboliscono ulteriormente una popolazione stremata. Il miglioramento del clima ha, in breve, buoni effetti sul bestiame - almeno quello sopravvissuto agli spaventosi ultimi mesi - ma per l’agricoltura ci vogliono tempi più lunghi. Quindi il Corno d’Africa va ancora aiutato. La situazione per i rifugiati che vagano tra Somalia e Kenya si è infatti aggravata da quando quest’ultimo ha attaccato gli shabaab, tentando di penetrare la loro zona fino al porto di Chisimaio. Ciò ha aggiunto un ulteriore elemento di pericolo alla già instabile situazione generale. Una guerra in una zona di carestia è quanto di peggio possa immaginarsi.

Nell’Africa Orientale la grande fame era prevista: da due stagioni (tre, in alcune aree) non pioveva ma gli allarmi sono rimasti inascoltati fino all’insorgere della carestia. Oggi ancora quasi quattro milioni di persone, tra cui moltissimi bambini, soffrono terribilmente la fame in Kenya e altrettanti in Etiopia. Le cifre sulla Somalia sono solo stimate, poiché l’area sud è ormai inaccessibile.

È perciò necessario rimettere una crisi politico-umanitaria così grave al centro dell’attenzione generale e in particolare dell’Italia, che ha una lunga storia in comune con quest’area dell’Africa. Gli sforzi di aiuto non possono venire meno, tenuto conto della vulnerabilità della popolazione colpita. Si calcola che saranno necessari aiuti per almeno altri dieci mesi in Somalia, la zona più difficile, ove almeno 750.000 persone sono oggi fuori portata. L’Onu sta tentando di convincere i Paesi arabi a intervenire, visto e considerato che avrebbero maggiori possibilità di essere lasciati agire nelle zone controllate dai combattenti islamici. In Kenya si stima che gli aiuti dovranno essere inviati almeno fino a fine primavera. L’operazione "Kenyan for Kenyans", la prima di questo genere nel Paese ove si è utilizzato anche il metodo di donare tramite cellulare, è stata un successo ma cominciano anche a emergere corruzioni e approfittatori. Parte del cibo inviato era avariato e i prezzi dei trasporti sono talmente saliti da creare problemi anche a colossi come il Pam (il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite).

Se si affievolisce l’attenzione internazionale sulla tragedia, c’è il rischio che le popolazioni ne paghino le conseguenze per tempi molto lunghi. Terminata la fase acuta, è insomma il momento per la ricostruzione dei villaggi abbandonati, il restauro dei pozzi inariditi, la ricomposizione delle mandrie, la ripresa delle colture. Insomma di tutto ciò che rende possibile la vita a una popolazione essenzialmente rurale. La gente deve essere aiutata a tornare a casa, ma chiudere un campo profughi è sforzo molto impegnativo. Troppo spesso si assiste al permanere di tali dolorosi strascichi per anni, talvolta per sempre.

Le agenzie di aiuto sono spesso accusate di esagerare le crisi per interessi di bottega. Nel caso della fame nel Corno d’Africa è diverso: il dramma era stato largamente anticipato e in termini assai meno devastanti di ciò che poi è stato. La ventennale crisi politica della Somalia non sarà facile da risolvere: almeno facciamo in modo che le popolazioni colpite dalla fame non debbano pagare per essa un ulteriore ed esorbitante prezzo.

Impagliazzo Marco
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