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Il Mondo di Annibale

February 2 2012

Sant'Egidio è una lobby? Forse sì, ma per i poveri

La Comunità è fra le realtà ecclesiali uscite meglio dal lungo inverno berlusconiano: rapporti istituzionali sì, asservimento no. Un po' come è accaduto alle Acli.

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La Comunità di Sant'Egidio è fra quelle realtà ecclesiali uscite meglio dal lungo inverno berlusconiano: rapporti istituzionali sì, asservimento no. Un po' come è accaduto alle Acli. Così, oggi, l'Onu di Trastevere si ritrova al centro di mille attenzioni, di qualche critica - come pure è giusto - di attenzioni non sempre benevole. La fama corre, e qualcuno dice che quelli di Sant'Egidio in realtà sono una pericolosa lobby. Altro che mense per i poveri, impegno per i rom, dialogo con l'Islam. Scalano posti di potere. In questi giorni la comunità - che ha pure buone entrature in Vaticano - compie 44 anni. Marco Impagliazzo, il presidente di Sant'Egidio, non ci sta a sentire l'accusa di lobbismo e risponde così: "noi una lobby? Sì, ma a sostegno dei poveri. Il potere politico e finanziario non ci interessa".

Impagliazzo, qualcuno comincia ad accusarvi di essere una lobby, un gruppo chiuso, forse un gruppo di potere.
Non vorrei rispondere a queste persone come Gesù: Venite e vedrete. Bisogna venire e vedere il nostro lavoro quotidiano nelle periferie delle città o nei luoghi più problematici di questo mondo, in tante situazioni di povertà per capire come questo discorso di una lobby non abbia assolutamente senso; l'unica possibilità di accettare questa definizione è se l'intendiamo soltanto come una lobby di sostegno ai poveri. Se fosse questo potrei accettare il termine lobby. In altri termini questo è un fatto che non esiste in quanto il grande potere, il potere finanziario, il potere politico, non fa parte della nostra comunità.

Eppure ora il fondatore della Comunità Andrea Riccardi è ministro del governo Monti, qualche passo avanti lo fate pure nella gerarchia ecclesiale. Finalmente la comunità di Sant'Egidio va al potere?
'Non ci interessa il potere, rimaniamo una realtà di servizio, certo oggi potremo risultare più utili per una società che forse ha deciso di uscire dalle logiche di Palazzo''. ''Per noi - afferma Impagliazzo - non esiste un discorso di potere se non nel senso del servizio alla societaàe ai poveri''. ''Certo - aggiunge - il servizio ti dà anche un ruolo. Non c'è dubbio. Noi siamo contenti che oggi di fronte ad alcuni problemi che vive la società italiana ci sia bisogno di gente della base, della società civile di cui è anche espressione la comunità di Sant'Egidio, che possa mediare tra il potere e la società. Il fatto che abbiamo tanti legami a livello di base puo' risultare utile a una società che forse ha deciso di uscire fuori dalle logiche di palazzo''.

La Comunità di Sant'Egidio ha seguito da vicino e accompagnato la Primavera araba, a poco più di un anno di distanza dall'inizio delle rivolte, che giudizio dai di un fenomeno tutt'altro che concluso?
"I tempi della storia sono lunghi ma ci sono anche le sorprese, e noi abbiamo colto la primavera araba come una sorpresa della storia. Grazie a Dio nella storia ci sono anche sorprese positive come la caduta del Muro di Berlino". Quello della primavera araba, afferma Impagliazzo "è un processo che va seguito con simpatia perché questi popoli sono stati temuti e marginalizzati a lungo dai nostri Paesi occidentali, abbiamo preferito intrattenere rapporti con gli autocrati che li governavano, cioè con coloro che schiacciavano questi popoli da cui poi sono stati rovesciati".
"Si tratta di stabilire - aggiunge Impagliazzo - un rapporto di simpatia dopo tanti anni d antipatia verso questi popoli che aspirano alla libertà e alla democrazia". "E ci sono - spiega - segnali particolarmente incoraggianti in particolare in Tunisia ma anche in Egitto dove comincia ad esistere - è il caso dell'Egitto - una collaborazione tra le religioni. Se i Fratelli musulmani partecipano ufficialmente alla messa del Natale copto con Papa Shenuda (il leader della Chiesa copta egiziana, ndr) questo è un fatto che non ha precedenti. Quindi ci sono dei grandi segnali positivi che vanno accompagnati con simpatia da parte dell'opinione pubblica occidentale e dai nostri governi".

Parliamo di immigrazione. In un Paese come l'Italia che vive una profonda crisi economica il tema dell'integrazione resta questione delicata e allo stesso tempo centrale della mutazione sociale in atto.
"Noi continuiamo a ribadire che il tema dell'integrazione è centrale e riguarda il futuro del nostro paese ma bisogna sempre partire dal fatto che prima di essere braccia queste persone sono uomini e donne e bambini con le loro esigenze, con i loro diritti, con la loro cultura che si deve incontrare con la nostra". In quanto alla presenza sul territorio della Comunità, Impagliazzo spiega: "La nostra esperienza è stata soprattuto nelle grandi città. Abbiamo puntato alla costruzione di una comunità, di un tessuto sociale, nei quartieri, nelle periferie dei grandi centri come Roma, Napoli, Milano, Genova, Torino, Palermo, dove operiamo, perché questo tessuto si sta lacerando in tanti suoi aspetti".
"E qui emerge - aggiunge - il grande problema troppo spesso sottovalutato nel nostro Paese, della violenza a livello giovanile e di base. Tanti episodi di violenza che non hanno una matrice ideologica che si son manifestati in questi anni, sono un grande segnale di preoccupazione per noi". "Per cui - rileva ancora il presidente della Comunità - il lavoro che sta facendo la Comunità di Sant'Egidio nelle periferie dove mancano i luoghi di aggregazione - è ormai rimasta solo la parrocchia ultimo luogo di aggregazione - finita la stagione dei partiti e delle altre forme associative, è quello di ricostruire il tessuto sociale.

Monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e consigliere spirituale della Comunità, parte da qui
, e sottolinea che le posizioni sostenute dal ministro Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità oggi titolare del ministero della Cooperazione e Integrazione, sulla cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, sono patrimonio degli uomini di buon senso e un vecchio tema caro alla Comunità. "Come si può seguitare a negare che siano italiani bambini che parlano i nostri dialetti, che cantano il nostro inno, che frequentano le nostre scuole e che contribuiscono a rendere il nostro Paese meno vecchio. E' un assurdo, il frutto di un modo ragionare vecchio, chiuso, impaurito, condizionato. E' lo stesso modo di ragionare che impedisce di capire il diritto alla scolarizzazione dei bambini rom,: il pregiudizio che li circonda impedisce di capire che l'integrazione parte dall'inserimento sociale, quindi dal superamento dei campi rom, anche perché la maggioranza dei rom che vivono in Italia sono italiani, cittadini italiani che da tempo hanno abbandonato il nomadismo e quindi hanno diritto a casa e scuola. E' un vantaggio per loro e per tutti incentivarli all'integrazione".
Per Monsignor Paglia non c'è contraddizione tra la questo impegno tradizionale al fianco degli umili, dei poveri, dei barboni, degli anziani in difficoltà, e la scelta compiuta anni fa di proiettarsi soprattutto in Africa. " I poveri sono uguali, quelli intorno a noi e quelli lontani da noi. Ma il nostro orizzonte non può prescindere dal Mediterraneo e dall'EurAfrica. Chi dimentica l'Africa dimentica se stesso., è un ragionamento spirituale e geopolitico Noi oggi possiamo dire che quello che sembrava impossibile quando lo abbiamo avviato in Mozambico, curare l'AIDS in Africa, oggi è una realtà in dieci Paesi africani. I miracoli sono possibili, quando ci sono preghiera e determinazione." Chissà se mentre parlava della centralità dell'impegno per l'Africa, del successo del progetto DREAM per la cura della pandemia in Africa, successo che lui preferisce chiamare miracolo, Monsignor Vincenzo Paglia già sapeva di un altro miracolo, la disponibilità del principale gruppo di guerriglieri senegalesi ad accettare la mediazione di Sant'Egidio, ufficializzata proprio ieri."

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