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Dentro lo spazio privato di Luigia, tra l’armadio e le tende da lei decorate a farfalle rosse e verdi, basta soffermarsi sugli oggetti, uno alla volta, per sfogliare i capitoli della sua vita. Sul letto una bambola di porcellana: “Il primo regalo di mia figlia. Aveva 15 anni, prendeva la prima paga da parrucchiera e l’ha spesa per la festa della mamma”. Sul muro, le foto del pronipote Christian, 4 anni e mezzo, e quelle del marito, conosciuto alla fine della guerra in una sala da ballo. Sullo scaffale, cd di Giorgio Gaber, libri di Wilbur Smith e Christian Jacq: “I romanzi d’amore mi hanno stancata; conosco Liala a memoria”. E la scatola verde con le collane coloratissime, di plastica e di lana, inventate e intrecciate con le sue mani, come quella di ovali lilla che indossa sul golf nero. Ha imparato a comporre gioielli quanto stava in ospizio, per colmare un tempo vuoto che pensava rotolasse verso il capolinea. Ma il destino può sorprenderti persino a 85 anni e così eccola qui, a sperimentare una vita nuova, con lo spirito di un’universitaria fuori sede.
Luigia è l’ospite più giovane di questo appartamento al piano rialzato in via Mario Bianco a Milano, zona Lambrate, allestito dalla Comunità di Sant’Egidio per anziani che, come lei, sono in buona salute, ma non possono né vivere da soli, né permettersi una badante, rischiando di scegliere soltanto l’ospizio. “Ed è provato che si vive più a lungo, si reagisce meglio alle malattie e si soffre meno di demenza senile quando si resta a casa propria o in un ambiente in cui, diversamente dall’istituto, non si è ridotti a patologia” dice Riccardo Mauri, coordinatore di questa coabitazione fra anziani fragili in una città con un indice di vecchiaia del 196 per cento. Ogni cento giovani milanesi, in altri termini, ci sono 196 over 65: ben oltre la media nazionale del 144 per cento.
Il progetto Viva gli anziani! Prende spunto da esperienze francesi e tedesche e a Roma conta già tre case gestite dalla Comunità di Sant’Egidio. A Milano il 23 febbraio si festeggeranno i primi cento giorni di una convivenza che funziona e dimostra che la spartizione di spazi e quotidianità non è solo per giovani flessibili. Sono tre gli ospiti, e c’è un quarto posto ancora da assegnare nell’appartamento di 200 metri quadri ceduto dal Comune tra quelli confiscati alla mafia e rimesso a nuovo. Due badanti si alternano, ma il punto di forza è la rete di 15 volontari che vengono ogni giorno, coinvolgono gli ospiti in piccolo lavori domestici, li accompagnano fuori, si sobbarcano le code dal medico e le burocrazie. Loro, i nonni, coprono le spese con l’80 per cento della pensione, il che rende il progetto replicabile ovunque, con l’aiuto di Comuni o parrocchie che forniscano le case: un modello di welfare parallelo, nel Paese più vecchio d’Europa dopo la Germania.
I tre sono stati scelti fra gli anziani già sostenuti dalla Comunità in zona Corvetto. Piero è l’unico uomo per ora: ironico e lucidissimo, vedovo e con un figlio lontano, a 90 anni non poteva più restare in casa senza aiuti. Mostra le foto delle gite in Liguria con i volontari e quelle della seconda moglie Angela, il grande amore. “Abitava di fronte alla mia officina, è stato un colpo di fulmine”. Racconta di quando era nella Marina militare, durante la guerra, e degli oggetti che ha inventato, ma mai brevettato, come le prime zanzariere da finestra. Infine c’è Enrica, 90 anni anche lei: ben truccata e immobile sulla sua poltroncina, da quando s’è rotta il femore è cambiata, dimentica le cose, “e accettare le debolezze degli altri” osserva Riccardo Mauri “fa parte del patto di coabitazione”. La casa luminosa è un via vai di volontari con i loro bambini e di parenti, e ogni domenica la figlia di Luigia prepara il pranzo. Oggi si mangia pasta al ragù, cotoletta e patate fritte: “Se sei a dieta, non accettare i nostri inviti” ride Franco, volontario, ex imprenditore appassionato di archeologia che ha trasmesso a Luigia l’amore per l’antico Egitto. Il pomeriggio scorre tra letture e tv nel salotto comune, con Piero che monopolizza lo schermo per vedere le partite (“Mi devo imporre, sono l’unico uomo”), oppure si esce. “Stanno imparando a mitigare abitudini e manie” dice Mauri “prima litigavano su come si prepara il brodo. C’è anche la gestione del senso del pudore, che negli anziani ha una dimensione diversa: qui sanno che devono lavarsi, curare il proprio corpo, per rispetto di sé e degli altri”. Intanto, la taverna della casa diventerà sede di incontri e iniziative per il quartiere: un’isola di solidarietà in una Milano stressata e confusa, che finalmente guarda negli occhi i suoi vecchi
Emanuela Zuccalà
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