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“Se tu non mi avessi portato la coperta, stasera sarei morta”. Così una clochard, nei pressi del teatro San Carlo, ha salutato un volontario nel cuore di una fredda notte.
Chissà, forse è una di quelle persone incontrate da Roberto Bolle, che con il suo tweet ha scatenato una vivace reazione da parte di tanti.
Il gelo che in questi giorni è sceso sulla città ha messo a dura prova la resistenza dei senza dimora (ne sono stimati circa 1.500) che vivono a Napoli. L’eccezionale calo delle temperature ha suscitato una straordinaria gara di generosità che ha visto istituzioni, chiesa, associazioni e semplici cittadini dare una mano in modi e forme differenti a chi vive per strada. Il Comune di Napoli ha incrementato i posti letto nelle strutture di prima accoglienza e ha tenuto aperte le stazioni del metrò per permettere di ripararsi dalle notti all’addiaccio, mentre la Cgil ha accolto e rifocillato nella sede di via Torino numerosi poveri che gravitano attorno alla zona di piazza Garibaldi.
La chiesa cattolica, attraverso la capillare e silenziosa rete di parrocchie e movimenti ha intensificato la distribuzione di coperte e di viveri per le strade e nelle mense. Tanti i giovani che hanno voluto impegnarsi in prima persona. Anche i valdesi del Vomero hanno aperto i loro locali offrendo accoglienza e ristoro. Insomma mi sembra che la città abbia reagito con uno slancio di solidarietà corale.
Tutto questo fa ben sperare per il futuro, oltre l’emergenza di questi giorni. Occorre infatti costruire risposte sempre più adeguate a un problema in crescita. La Federazione Italiana Organismi Persone Senza Dimora ha censito oltre 50.000 clochard in Italia, concentrati maggiormente nella grandi città, mentre nel 1999 erano 17.000. L’urgenza più immediata è quella di incrementare l’accoglienza “a bassa soglia”, cioè di aumentare il numero di posti letto disponibili per chi è senza dimora, senza particolari condizioni o requisiti, insomma il ricovero d’emergenza. È un servizio delicato e difficile, che però salva vite e può avviare percorsi di recupero. Ma c’è necessità anche di un’accoglienza diversificata. Bisognerebbe arrivare a prevedere percorsi personalizzati per ciascuno. Servono strutture per le donne, il cui numero è in aumento soprattutto tra le italiane; residenze protette per malati dimessi dagli ospedali (alcuni in condizioni gravi, anche se non in fase acuta) o per chi ha problemi di alcolismo o tossicodipendenza; piccoli alloggi con un affitto “sociale” per chi può sostenerlo, avendo a disposizione qualche soldo (pensione sociale, lavori occasionali, elemosine), ma non può certo permettersi una casa. Questo è solo per fare qualche esempio.
Il mondo dei senza dimora è infatti molto vario: in genere non sono irrecuperabili o romantici irriducibili. Si finisce per strada per tanti motivi: disoccupazione, difficoltà di integrazione, fallimenti matrimoniali, malattia. È l’assenza di solidarietà che rende queste situazioni sempre più gravi. Riconoscersi in loro, come succede in questi giorni a molti, rende più umani e più solidali.
Le cose da realizzare dunque potrebbero essere molte (non tutte costose, alcune di semplice realizzazione con quel che già c’è), ma bisogna conoscere le persone. Non è sentimentalismo: questo fa parte del processo di recupero. Certe volte anche solo rivolgere la parola a chi vive per strada può restituire dignità e rappresentare l’inizio di una svolta. Anche ricevere una coperta in una gelida notte d’inverno può essere il principio di un percorso a ritroso, dalla strada a una vita più umana.
Antonio Mattone
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