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Il 40° Anniversario a Firenze


 
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Domenica 8 febbraio 2009, nella Chiesa di S. Maria Maddalena de’ Pazzi a Firenze, si è celebrata una liturgia eucaristica per il 40° anniversario della Comunità di Sant'Egidio.  



L'omelia di S.E. mons. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze
 
Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; ; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

«Notti di affanno mi sono assegnate». L’immagine che il libro di Giobbe ci offre di quella che potremmo definire la fatica dell’esistenza umana è difficilmente smentibile. Non si tratta di essere pessimisti o ottimisti, quanto piuttosto di guardare con realismo a una condizione, quella umana, che, segnata dal male – e la fede ci aiuta a riconoscervi la conseguenza del peccato –, non cessa di manifestarsi come un faticoso cammino in salita per ciascuno di noi e per l’intera umanità. L’antica mitologia fissò nell’immagine di Sisifo lo sforzo inutile dell’uomo nel cercare di liberarsi da questa fatica di vivere. La disperazione che contrassegna tante esistenze intorno a noi e ci rende incapaci di affrontare la sofferenza ci conferma in questa incapacità dell’uomo a individuare da solo una strada di felicità compiuta e duratura.


Aiutare a comprendere questo dramma dell’esistenza è il primo dono che la fede cristiana è chiamata a comunicare agli uomini d’oggi, perché i vari modi con cui la cultura contemporanea cerca di stordirci non prendano il sopravvento sulla consapevolezza della realtà. Non si tratta di infierire sulle nostre debolezze, ma di essere onesti con noi stessi e non credere che basti l’accumulo dei beni o il variare delle esperienze per togliere la nostalgia dell’assoluto bene che alberga nel nostro cuore. Si tratta soprattutto di non negare l’evidenza e di accettare la drammaticità della condizione umana.

Certo occorre sorvegliare perché questo dramma non sfoci nella disperazione bensì nell’angoscia, quella angoscia che, secondo Kierkegaard, è lo stato più vero dell’uomo, perché «distrugge tutte le nostre finitezze scoprendo le loro illusioni». Per questo afferma Kierkegaard, «la coscienza angosciata capisce il cristianesimo, come un animale affamato; se gli metti davanti una pietra o un pezzo di pane, capisce che l’uno è da mangiare e l’altra no; a questo modo la coscienza angosciata capisce il cristianesimo». «Con l’aiuto della fede – conclude il filosofo danese – l’angoscia educa l’individuo a riposare nella Provvidenza».

Questo perché, come ci illustra l’odierna liturgia, alla sofferenza dell’uomo, ci è data risposta nella persona di Gesù, che nei suoi primi passi missionari viene descritto dal vangelo secondo Marco come colui che si china sulle fragilità umane per sostenerle con il suo amore e con il suo potere di rigenerazione della vita. L’azione di Gesù nella Galilea del suo tempo è sì una rivelazione della parola di verità su Dio e sull’uomo, ma è al tempo stesso una vicinanza misericordiosa per tutti i malati e i sofferenti, quanti sono preda del male e ne subiscono le conseguenze.

Su questa composizione tra attenzione alla verità e esercizio di carità vorrei rimarcare uno specifico del carisma della Comunità di Sant’Egidio, che all’intelligenza cristiana dei tempi ha sempre accompagnato la proposta di un’esperienza di vicinanza ai poveri, a cominciare dal servizio educativo dei ragazzi delle borgate romane, in cui io ebbi l’avventura di conoscervi ai vostri primi inizi, come pure quello della specifica attenzione agli anziani o alle persone disabili. Vi incoraggio a tenere sempre viva questa testimonianza di profonda unità tra la luce della fede e il fuoco di carità che, contrariamente a quanto molti pensano, corrisponde alla natura profonda della fede cristiana in un Dio che è Amore.

Vogliamo ripeterlo in modo particolare in un momento come questo, in questi giorni segnati dalla tragica vicenda di una donna che rischia di venire privata dell’esistenza in nome di un approccio ideologico alla vita, un approccio che non è capace di coglierla nella condizione di sofferenza e piega la stessa realtà a valutazioni parziali e si blocca nella ricerca di un qualche equilibrio tra sentenze e leggi, quasi che la vita di una di noi conti di meno dei formalismi giuridici. Proprio a chi rimprovera alla Chiesa di essere solo un’arida assertrice di verità astratte, la vicenda di questi giorni sta mostrando come la Chiesa stia dalla parte della persona, non di un astratto concetto, ma dell’individuo concreto, di una donna con un nome e un cognome, una storia e un futuro, che, qualsiasi siano le decisioni degli uomini, sappiamo alla fine destinata all’abbraccio di Dio. Noi siamo i veri realisti, coloro che non accettano di chiamare morta una persona che ancora vive; noi siamo i veri uomini della ragione, coloro che non cadono nella contraddizione di dichiarare una persona priva di ogni dimensione umana per poi sedarla per evitarle un dolore che non dovrebbe sentire. Noi non lasciamo morire una persona per orientare in un certa direzione una legislazione; vorremmo piuttosto che le leggi esistenti non fossero piegate a interessi che stravolgono i principi primi, facendo violenza sulle persone. In questo rifiutiamo il perbenismo che ci vorrebbe omologati al pensiero culturalmente egemone e difendiamo uno spazio di libertà, di vera libertà perché rispettosa della dignità di ogni vita, in qualsiasi condizione essa si trovi.

Ma c’è un’altra annotazione del brano evangelico che merita la nostra attenzione, là dove ci viene detto che Gesù al mattino, «quando ancora era buio» si ritirava in un luogo deserto «e là pregava». La radice della missione di Gesù sta nel suo rapporto con il Padre, cercato nell’intimo incontro della preghiera. È anche questo un elemento dell’esperienza della Comunità che mi preme rilevare e riproporre a voi in tutta la sua importanza. Farci seguaci di Gesù implica anche assumere la preghiera come un’azione quotidiana di cui abbiamo bisogno se vogliamo essergli fedeli. E una preghiera fondata sulla parola di Dio, come quella che ogni giorno viene proposta agli appartenenti alla Comunità di Sant’Egidio, costituisce il viatico più sicuro per la fedeltà al Vangelo, a Cristo.

Da ultimo vorrei riprendere anche l’annotazione finale del brano di Marco e unirla al testo tratto dalla lettera paolina, per sottolineare come la prospettiva universale della missione sia nel cuore di Gesù e del suo apostolo, così che tutti possano essere raggiunti dalla parola del Vangelo. Ciò implica un orizzonte geografico vasto quanto il mondo, ma anche un orizzonte esistenziale profondo quanto il cuore dell’uomo. Su queste frontiere ultime dei popoli e dell’umano si misura oggi la vitalità del cristianesimo del terzo millennio. La Comunità lo fa lodevolmente con la sua preziosa presenza soprattutto nelle terre di Africa e con il suo impegno nel confronto culturale dei saperi e delle esperienza di vita dei nostri contemporanei. Auspico che tutti noi abbiamo coscienza che tutto ciò nasce da una vocazione seminata in noi dal nostro battesimo, a cui dobbiamo rispondere con coraggio e senza timore delle inevitabili opposizioni, ma sapendo che solo facendomi «tutto per tutti» divento partecipe della volontà di salvezza che Cristo ha per ogni uomo.

Il 40° anniversario della Comunità di Sant'Egidio


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