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IX stazione


 
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IX stazione
Accanto alla croce

C'erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.

Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò. Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Màgdala e l'altra Maria.
(Matteo 27, 55-61)


Giotto
La deposizione


Una tomba chiusa, alle spalle una città, con la vita che continua. Pochi discepoli, incerti sul da farsi, tramortiti, preoccupati, alle prese con i propri limiti resi più evidenti dalla vicenda drammatica di Gesù. C’è il sepolcro. Non possiamo che scegliere di stare davanti a questa tomba senza esorcizzare il dolore e la tristezza, almeno per una volta. Viene alla mente come Gesù abbia insegnato a credere che la morte non è l’ultima parola. Ma come crederlo? Si può aprire una tomba? E’ impossibile agli uomini, ma non a Dio. Una comunità di discepoli è un piccolo gruppo di dispersi che si trova davanti a una tomba chiusa, davanti a una situazione di morte. Prega, spera, crede: perché la vita risorga, e ad essere sconfitta non sia la vita, ma quella pietra.

E’ la pietra pesante sulle labbra di un bambino che non sa parlare e che nessuno aiuta a crescere. E’ la pietra pesante su un anziano abbandonato che lo porta in basso. E’ il peso opprimente della fame e della sete di un profugo nel suo viaggio della speranza. E’ la pietra pesante di un cuore chiuso.

Davanti alla pietra della solitudine e del dolore molti passano e scuotono il capo. Gesù ci ha insegnato a non correre in fretta scuotendo il capo, a non ridere come i sommi sacerdoti. Dio non abbandona quell’uomo per sempre nella tomba, ma lo richiama alla vita. La comunità si sente triste e dolente il Venerdì santo: nessuno è buono, nessuno ha la coscienza a posto, mancano molti. Alle loro spalle c’è la città, il loro paese; davanti a loro la pietra pesante. Ma nel loro dolore c’è una preghiera. E’ una invocazione al Signore. Per questo non sono tornati in mezzo alla folla in città, sono rimasti lì in un posto, in un cimitero, dove la gente non ama andare troppo spesso. Sono restati lì perché credono nel Signore della vita.

E’ curiosa cosa essere discepoli di Gesù: porta in luoghi strani, non sempre ben frequentati. Ma non porta lontano da Dio, né lontano dagli uomini e dalle donne. Nessuno si accorge più dei discepoli nella città, ma loro sono rimasti lì, davanti al sepolcro, in attesa.

E’ quello che è chiesto ad ognuno, nell’attesa della resurrezione, che avviene nella notte del Sabato e sempre, perché tutta la vita è insieme cammino dietro la croce e resurrezione. Tutta la vita è Pasqua, che vuol dire passaggio dalla morte alla vita del Signore nostro Gesù Cristo.
 

     
    Vangelo secondo    
San Matteo         


   
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