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8 Giugno 2015 16:00 | Palazzo Vecchio - Salone dei Cinquecento

Andrea Riccardi: dialoghi di civiltà tra Oriente e Occidente


Andrea Riccardi


Storico, fondatore della Comunità di Sant’Egidio

Sono molto contento di aprire questo incontro su Oriente/Occidente: dialoghi di civiltà. Oriente e Occidente sono termini evocativi. Non è semplice definire i loro confini, anche se ci sono stati imperi d’Oriente e d’Occidente. Non facilmente definibili, eppure Oriente e Occidente esistono: due grandi realtà della storia che abbiamo incontrato. Esistono nella percezione delle persone e nella vita dei popoli. Sono realtà non sempre identificabili territorialmente. Tanto che l’Occidente è più grande dell’Europa e delle Americhe. L’Oriente che rappresentate è forse uno degli Orienti, accanto all’India, alla Cina, ai mondi asiatici. L'islam è più vasto dell'Oriente arabo-islamico. Nell'Oriente arabo-islamico ci sono anche i cristiani. 

Oriente e Occidente esistono. Sono culture, civiltà, mondi. S'intersecano tra di loro, tanto che si parla di un Oriente interiore all’Occidente o di un’occidentalizzazione dei paesi orientali. Molto si potrebbe però dire riguardo alla storia, alla tradizione, alla cultura di questi due mondi. Le biblioteche sono piene di studi antichi e recenti in proposito. 

Oggi qui ci sono due mondi a confronto: l’Occidente europeo e il mondo orientale arabo-islamico. Si parlano. C’è oggi una grande novità, con cui Oriente e Occidente debbono fare i conti: l'affermazione del mondo globale, che ha messo in discussione le identità, nazionali, religiose, di civiltà. Siamo –da una manciata di anni- in un radicale processo di cambiamento, che tutto rimette in discussione, travalica i confini, ridiscute identità tradizionali acquisite. 

Molti hanno reagito in modo sbagliato, emozionale, conflittuale alla globalizzazione: tutte reazioni tipiche dello spaesamento generato dall’apertura di orizzonti globali. Sono nate interpretazioni della storia che vorrebbero mettere ordine –intellettuale e politico- al presente in movimento: è la teoria dello scontro di civiltà, che ha considerato inevitabile il conflitto tra Occidente europeo e mondo orientale-islamico. Non è solo l’invenzione dello studioso americano Samuel Hungtinton, bensì un’opzione spesso ricorrente quanto terribile e semplificatoria. Questa teoria ha trovato successo non solo in taluni settori occidentali, ma anche in ambienti musulmani che hanno nutrito interpretazioni dell’islam aggressive e terroristiche. 

In questa prospettiva, il Mediterraneo si sarebbe dovuto trasformare nel mare della nuova guerra fredda tra Oriente islamico e Occidente europeo: tra islam e cristianesimo, tra islam e Occidente. Quasi recuperando un archetipo del passato, presentato come modello del futuro, considerandolo un'espressione ovvia della natura dei due mondi, delle religioni e delle culture. Insomma un inevitabile conflitto di civiltà tra Occidente e Oriente. 

Non è questo il nostro sentire. Bisogna sgombrare il campo da questi equivoci, che giustificano moralmente distanze, odi e violenze. La teoria del conflitto e le politiche conseguenti hanno riempito il mondo di orrori e di sciagure. Il Mediterraneo, mare di tanti incontri e di tanti dolori (penso a quelli dei rifugiati dalla Siria, da vari paesi africani), non deve essere il lago di una nuova guerra fredda: non più quella tra Occidente e mondo comunista, ma ora tra Occidente e islam. Oggi le teorie sono diventate anche pratica della guerra. Questo pone un'urgenza: avvicinarci, parlare, intenderci nel rispetto delle differenze.

Forse siamo stati troppo passivi nei confronti di quanti hanno distrutto i ponti, seminato terrore e predicato odio. Nella percezione dei popoli le distanze si sono allargate. Tra l’Occidente europeo e l’Oriente islamico ci sono ancora vuoti da colmare. Sono anche il frutto di rapporti politico-economici, che non hanno investito sul dialogo delle culture e delle civiltà. Se non cresce la lingua della cultura, come potranno intendersi due mondi?

Questa è la prima visita in Europa del Gran Imam di Al Azhar, Ahmed Al Tayyeb, che rappresenta la prima sede universitaria del mondo islamico, la cui autorevolezza va ben al di là dell’Egitto, come ho potuto constatare durante la conferenza che egli mi invitò a tenere a Al Azhar. E', nella storia, la prima visita in Italia di un Gran Imam di Al Azhar. La delegazione di esponenti musulmani che l'Iman Al Tayyeb guida mostra l’ampiezza della capacità di convocazione di Al Azhar e la sua autorevolezza. Questa visita è, per noi, un segnale importante nel senso della volontà di parlarci. Il Gran Iman è, per me, un amico, ma non mi sfugge il significato di questo suo passo.  

C’è un vuoto d'incontro e di dialogo da colmare: non solo a livello di élite, ma quel dialogo che faccia crescere la simpatia tra i popoli. Non si può vivere e lavorare insieme, senza far crescere il capitale di simpatia, che è il motore di un dialogo quotidiano tra la gente e dell'incontro tra civiltà. Bisogna investire sulla simpatia, sul dialogo, sull'incontro, sulle connessioni tra culture e civiltà.

E’ per questo che l’Università di Al Azhar e la Comunità di Sant’Egidio, radicate in due mondi diversi e con storie diverse, hanno parlato di dialoghi di civiltà. Non è un caso aver scelto come sede Firenze e ringrazio il Sindaco Nardella dell’accoglienza cordiale e partecipe. Firenze è, con i suoi monumenti e la sua storia, testimone vivente di un’epoca molto creativa in Occidente: all’umanesimo fiorentino dobbiamo la nascita di gran parte della cultura occidentale moderna. Firenze inoltre, in tempi recenti –penso agli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso-, come città e come Comune (in questa stessa storica sala), è stata cuore dei primi dialoghi di civiltà del Mediterraneo, lanciati dal sindaco Giorgio La Pira. Furono i primi dialoghi di civiltà del Novecento, grazie alla geniale intuizione del sindaco di Firenze, che il Mediterraneo dovesse diventare un lago di pace e d'incontro. Era convinzione di La Pira, mezzo secolo fa: che ci fosse bisogno di un umanesimo planetario. E’ la nostra convinzione oggi, nel mondo globale: un umanesimo, in un tempo – il nostro- caratterizzato purtroppo da grandi barbarie anche solo sul Mediterraneo.  

Dialogo richiede di uscire dal proprio mondo e incontrare. Oggi in un mondo difficile, tutti gli universi culturali e le civiltà sono tentati dall’introversione e dalla chiusura: la paura di avventurarsi sui sentieri del mondo. L’Europa, nella sua lunga storia, ha conosciuto tante epoche di estroversione: spesso, nel passato, l'estroversione ha significato dominazione, colonialismo, egemonia. E' possibile una nuova estroversione del nostro continente?

Nella sua lunga storia, l’Europa è stata anche la terra della guerra tra europei. Tuttavia, dopo la seconda guerra mondiale, si è realizzato quel processo che ha portato all’Unione Europea, un processo che –dopo l’89- ha conosciuto un’accelerazione rapida con l’allargamento ai paesi dell’Est ex comunista. Di questo processo è stato protagonista un grande europeo, quale Romano Prodi, una delle personalità che meglio ci parla del nostro continente e che ci onora con la sua presenza, testimoniando la visione di un'Europa unita e aperta nell'incontro. 

L’Occidente europeo, l’Unione europea, non è solo una realtà ricca di potenzialità economiche, ma è anche una sedimentazione unica al mondo di archeologia e arte (lo dico a Firenze), di beni culturali, di risorse umane, di cultura. La sua storia viene da profonde radici religiose, quelle cristiane, portate nel nostro continente dagli apostoli che venivano dall’Oriente (la luce dall’Oriente, lux ex Oriente), sviluppate in venti secoli di storia. Questa storia cristiana non è passato, ma anche vissuto degli ultimi secoli, come mostra il martirio dei cristiani nell’Europa sotto dominio comunista nel Novecento. L’Europa ha un’anima religiosa e di spiritualità. Questa anima religiosa spinge a uscire e incontrare: ben la rappresenta la figura di Abramo, che uscì con fede verso una meta che non conosceva. 

Religione minoritaria, ma rilevante nel continente, è l’ebraismo, radicato da due millenni e più. Oggi il mondo religioso europeo ha una sua componente nuova rappresentata dagli immigrati musulmani. L’Europa non è così secolarizzata come viene talvolta rappresentato. Come sarebbe stata possibile la lotta al regime comunista polacco senza il sostegno di un’anima religiosa negli anni Ottanta dello scorso secolo? 

L’Europa è anche storia di ricerca di libertà, che ha portato a conflitti, ma che rappresenta un passaggio decisivo per comprendere il continente. Benedetto Croce, grande filosofo italiano della prima metà del Novecento, parlava della storia europea come di storia di ricerca della libertà. Ma il politologo francese, Raymond Aron, liberale convinto, nella sua ultima lezione al Collège de France, notava nel 1978, di fronte alla crisi delle democrazie liberali, come in assenza di una verità comune la libertà avesse bisogno di un’idea di bene comune condiviso. Non si capirebbe l'Occidente se non si comprendesse la complessa, e talvolta contraddittoria, cultura della libertà. La rappresenta la figura dell'eroe mitico greco, Ulisse, che personifica la ricerca e la libertà.

L'anima dell'Europa la spinge a uscire e incontrare. Non siamo oggi solo tra religioni, ma tra mondi culturali, tra civiltà in cui la religione ha giocato un ruolo determinante. Abbiamo parlato di dialoghi di civiltà. Credo sia un'occasione opportuna. Il mondo globalizzato produce un effetto ottico fuorviante: tutto sembra avvicinarsi con la potenza dei media, dei social media, degli scambi, ma anche si allontana per difendersi, per distinguersi. Lontananza vuol dire distanza, incomprensione, ignoranza. I pregiudizi circolano e sono diffusi. Sì, l'ignoranza, anche se il nostro mondo è molto più alfabetizzato. Basterebbe fare solo l'elenco dei pregiudizi diffusi nel mondo orientale verso l'Occidente e viceversa in Occidente verso l'Oriente e l'islam nel mondo occidentale. 

Oriente e Occidente sono differenti nella loro storia, antica e recente, nel loro rapporto con la religione, nelle loro vicende politiche, nella cultura e antropologia. Ma le differenze non cancellano il tanto che unisce: la geografia, la prossimità mediterranea, gli scambi storici, le radici, le responsabilità verso il futuro. Siamo destinati a parlarci intensamente e presto: condannati -uso questa parola- a parlarci dalla geografia e dalla vicinanza, dalle sfide violente e aggressive, dalla lotta all'ignoranza, dalla necessità di costruire un mondo migliore.

Oriente arabo-musulmano e Occidente europeo sono, per tanti aspetti, figli della stessa radice. Ma la storia è andata in altro senso. Sono cresciuti separati. Mi viene in mente la storia dei figli di Abramo, Isacco e Ismaele, che troviamo nella Bibbia e nel Corano. Dice la Sura di Abramo: "E lode sia al Dio che mi ha concesso Ismaele e Isacco anche se ero molto vecchio" (XIV,39). La Bibbia insiste: Ismaele e Isacco, figli dello stesso padre, destinati a crescere lontano. Entrambi figli di Abramo: tanto li unisce, nonostante la storia li abbia divisi.

Mi piace vedere il dialogo tra Oriente e Occidente, come l'incontro tra Ismaele e Isacco, che sono stati separati, ma che scoprono che tanto li unisce: soprattutto sentono, nonostante le diversità, il bisogno di parlarsi e di incontrarsi. 

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