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9 Giugno 2015 09:30 | Palazzo Medici Riccardi - Sala Luca Giordano

Hilde Kieboon: Vivere insieme nella globalizzazione


Hilde Kieboom


Vicepresidente della Comunità di Sant’Egidio

Vivere insieme nella globalizzazione   Hilde Kieboom Firenze 2015  IL mondo odierno, ormai profondamente marcato e cambiato dalla globalizzazione, si trova davanti ad una sfida vitale che è quella del convivere, come intuiva Andrea Riccardi già nel suo libro “convivere” nel 2007. Con la caduta delle frontiere, con la migrazione, il mondo è sempre di meno quello omogeneo di una volta; sempre di più le nostre città e paesi sono delle finistre sul mondo con la diversità di religioni, di convinzione e di culture, che pero sono chiamate a vivere insieme. Ma il convivere non va da se, richiede delle scelte convinte e ha bisogno di risorse nuove che preparano questo nostro mondo del 21 secolo. E questo, mi pare, lo scopo di questo convegno nella bella città di Giorgio La Pira, quello di offirci degli strumenti, analisi e visioni per non restare chiusi in una visione pessimista di paura, dicendo che il vivere insieme non sarà possibile.

Affermare l’impossibilità del convivere sembra una lettura realistica di certi fenomeni di violenza, di contraposizione: ma nessun uomo è un isola. Non si puo ritornare nostalgicamente alla società “semplice” di una volta, ma non conviene nemmeno abbraciare superficialmente un multiculturalismo dolce che nasconde i problemi, perchè conviene essere sinceri: vivere insieme non è facile.

Innanzittutto, la globalizzazione economica non ha portato la pace né l’unità nel mondo, nè la sicurezza nè il benessere per tutti, pure tanto sperati. Anche se la globalizzazione ha fatto cadere tante frontiere, questo mondo apparentemente senza frontiere, sta erigendo nuovi muri dietro ai quali i poveri vengono dimenticati sempre di più. Il materialismo globalizzato non insegna ai nostri coetanei come vivere insieme. Oggi vediamo in Europa, che ha fondato la sua unificazione soprattutto sul pilone economico e poi su quello monetario, come questo approccio materialistico attualmente minaccia di provocare la spaccatura dell’Unione Europea esistente. In un’Europa in crisi, si vede una divisione sempre più grande fra i paesi ‘performanti’ e quelli ‘meno performanti’. I vecchi pregiudizi fra l’Europa del Nord e del Sud riemergono.  Dei nuovi muri e delle nuove forme di ‘apartheid’ fra ricchi e poveri vengono costruiti. L’abisso fra quelli che hanno e quelli che non hanno e la disuguaglianza crescente fra il Nord e il Sud come anche all’interno delle nostre città, sono senza dubbio le cause principali della paura, e dell’insicurezza. Il processo di unificazione dell’Europa – cioè il vivere insieme tra varie nazioni europee in pace, solidarietà e stima vicendevole – era un progetto profondamente spirituale per andare oltre lo spirito di rivalità nazionalistiche e di disprezzo e pregiudizio che ha portato alle atrocità delle due grandi Guerre europee, e al tentativo di sterminare tutta la popolazione ebrea in Europa. Non è sufficiente descrivere l’attuale crisi europea come finanziaria o economica, è una crisi spirituale. L’Europa deve rinnovare la scelta spirituale che ha ispirato tutto il processo di unificazione.

 Senza una dimensione spirituale nella vita, la gente non impara a vivere insieme. Nel mondo materiale del neoliberalismo, regna l’ognuno per se, e alla fine, si diventa competitori. Nel romanzo Atlas Shrugged l’influente scrittrice americana Ayn Rand raccommanda un mondo dove bisogna pagare per tutto, dove lo stato è completamente privatizzato e dove l’impegno gratuito è fondamentalmente sbagliato. Purtroppo, è una teoria che ha portato il mondo al suo attuale abbattimento. Se le nostre tradizioni religiose diffondono un messaggio di pace, questo significa anche che incitano a colmare l’abisso fra i ricchi e i poveri, i malati e i sani, i vecchi e i giovani, invitano a considerare la vita come un servizio agli altri e alla pace. La crisi economica degli anni precedenti ha intensificato l’indurimento dell’opinione pubblica verso i poveri, ciò che fa aumentare il bisogno di una voce alternativa per fermare il “ciascuno per sé”. 

 Ancora: senza spiritualità che trasmette dei valori etici ed universali, la gente e le comunità non imparano a vivere insieme. Vediamo molti dei nostri contemporanei in Europa magari istruiti e competenti, liberi ed emancipati, ma svuotati spiritualmente, direi analfabeti del vivere insieme. E il vuoto, specialmente se accompagnato da ignoranza, è sempre un terreno pericoloso per fare germogliare sentimenti di ostilità e di contraposizione. Le manifestazioni dei giovani nelle periferie di Londra o Parigi, hanno dimostrato in modo drammatico la mancanza del vivere insieme e l’ira delle giovani generazioni (spesso figli di immigrati ma non solo) che crescono senza poter partecipare al benessere della società. La mancanza di vivere insieme fa delle vittime e rende il mondo meno sicuro. La peggiore forma di paura dalla diversità sono il fondamentalismo e il totalitarismo, perchè « l’altro » viene demonizzato, deve essere anientato. Il terrore vuole seminare paura e divisione che prende facilmente in ostaggio dei giovani periferici che invece di essere guidati da dei padri e delle madri, hanno trovato la loro educazione da soli davanti ai siti di internet che predicano l’odio per chi è diverso.

E ancora la paura dalla diversità che in molti paesi europei fa leggere il fenomeno della migrazione soprattutto come un problema; sembra che manchi molte volte la fantasia ma anche il buon senso di vedervi un’opportunità. Nell’Europa sta crescendo una generazione globalizzata che, senza ignorare le sue origini, si sente allo stesso tempo a casa in una cultura europea di democrazia, di libertà e di stato di diritto. Il mettissage o la miscela di civiltà che ne segue, aiuta gli europei a definire meglio i loro valori e a reagire contro la rassegnazione e l’irrelevanza che troppo spesso caratterizzano il vecchio continente. Comunque, la migrazione non porta la nostra generazione a vivere automaticamente con quelli che sono diversi da loro. C’è un grande bisogno di costruire una “cultura di globalizzazione o del vivere insieme” e questo incontro qui a Firenze ci aiuta a trovarne le risorse e a vivere responsabilmente l’urgenza di inventare modi e modelli per vivere insieme con persone diverse. Le tradizioni spirituali delle religioni insegnano alle persone a vivere insieme, siccome ogni religione chiama i suoi credenti ad onorare la vita, a rispettare l’altro, e a vivere con un’ideale ed una visione. In questo 2015 difficile che lascia molti pensosi sulla possibilità del vivere insieme, la comunità di Sant’Egidio ha convocata a Bruxelles migliaia di persone insieme a tutti i leader religiosi e laici riconosciuti nel paese per una marcia: together in peace, freedom and respect. Ci vogliono energie per conoscere l’altro, per interessarsi alla sua storia, per rispettare quello che l’altro ritiene santo e per trovare una cultura condivisa del vivere insieme. Risorse che salgono dalle nostre tradizioni religiosi e laici debbono trovare vie nuove di costruire insieme un umanesimo del 21 secolo, che è quello del vivere insieme.

Il cammino dello “spirito di Assisi” percorso insieme da quasi 30 anni, dove dei cardinali e dei patriarchi ortodossi dialogano con dei mufti et dei ayatollahs, con dei rabbini, come anche dei rappresentanti del mondo politico, culturele et delle grandi organizzazioni, mi sembrano una grande riserva di pace e di nuova cultura condivisa che è ancora troppo poco studiata ed applicata. Secondo lo spirito di Assisi, più che si è raddicati nella proprio tradizione, più i credenti possano trovare il coraggio di interessarsi all’altro. E Francesco, il santo di Assisi, a dirci che ci vuole gentilezza, pazienza e adirittura cortesia (diciamo delle virtù feminili più dolci) per dialogare con l’altro. Nel mondo globalizzato, le religioni hanno sempre di più l’incarico di educare i giovani a radicarsi nelle loro tradizioni con gli occhi aperti sugli altri. Vivere insieme è ben di più che una coesistenza indifferente fra gruppi e comunità.

Bisogna uscire da se e incontrare l’altro, perchè chi esce da se e incontra l’altro fa un’esperienza non prevedibile e controllabile. Perchè l’incontro fa esprimere l’altro che si incontra. Nell’incontro l’altro trova un amico. Forse trova pure un testimone che lo aiuta ad andare verso l’amore, magari a chiedere perdono. Cosi, incontrando e uscendo, l’uomo e la donna della globalizzazione possono riprendere a sperare e liberarsi dal pessimismo.

Per questo, le Comunità di Sant’Egidio in Europa si impegnano per ricucire il tessuto umano fra vecchi e nuovi europei, organizzando fiaccolate per commemorare la deportazione degli Ebrei e dei zingari dalle loro città, o attraverso incontri festosi di iftar offerti ai musulmani della città come segno di vicinanza ed apprezzamento. Trasmettendo questa cultura del vivere insieme alle giovani generazioni è un modo per evitare le passioni nazionaliste e l’ira razzista e per mettere tutti in guardia per ogni forma nuova o antica di anti-  semitismo. Cosi la globalizzazione puo diventare una cultura di tutti i cittadini, anche dei bambini, dei giovani dei quartieri poveri. Vivere insieme è la migliore assicurazione per la sicurezza sul nostro pianeta.

 

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