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7 Settembre 2015 09:30 | Palazzo dei Congressi - Pallati i Kongreseve

Intervento di George Frendo Vescovo cattolico, Albania



George Frendo


Vescovo cattolico, Albania

La missione del nuovo popolo di Dio si sarebbe dovuta svolgere in un mondo ostile a Cristo e ai suoi discepoli (cfr Gv 15,20). Possiamo dunque comprendere perché lo Spirito Santo, che questa comunità avrebbe ricevuto, avrebbe avuto il compito di rafforzarla affinché potesse rendere testimonianza davanti al mondo, proprio come Gesù stesso aveva predetto. Il dono del coraggio, tuttavia, implica anche il dono della saggezza. Gli Atti degli Apostoli mostrano Stefano pieno di coraggio e saggezza (6,3; 6,8; 6,10). Gesù aveva promesso che lo Spirito Santo avrebbe reso più saldo il coraggio degli apostoli nel rendere testimonianza di fronte ai loro persecutori (Mt 10,20) e che avrebbe insegnato loro cosa dire (Lc 12,11-12).
Quando gli apostoli, sotto la guida di Pietro, si trovarono ad essere perseguitati come Gesù aveva predetto pieni di Spirito Santo resero coraggiosamente testimonianza della verità (At 4, 1-13). Così fece più tardi Stefano, “pieno di Spirito Santo”(7,55). La seconda teofania dello Spirito Santo (4,31) ebbe luogo nel contesto di una persecuzione contro i cristiani (cfr 4,26 ss) e li incoraggiò a perseguire la loro missione di proclamazione della Buona Novella.
Quando verso la fine del secondo secolo l’imperatore Settimio Severo intraprese una persecuzione terribile, organizzata sistematicamente contro i cristiani, Tertulliano scrisse: “Uccideteci, torturateci, condannateci, riduceteci in polvere, la vostra ingiustizia è la prova della nostra innocenza. Infatti Dio soffre per le nostre sofferenze. Proprio di recente, quando avete destinato una donna cristiana al mercante di schiavi (leno) piuttosto che alla fossa dei leoni (leo), avete riconosciuto che tra di noi una macchia alla virtù è considerata più atroce di ogni tormento e ogni morte. Neppure la vostra crudeltà, per quanto efferata, vi è utile, è piuttosto una tentazione per noi. Più spesso veniamo falciati, più diventiamo numerosi, il sangue dei cristiani è come un seme.”  
DEFINIZIONE DI MARTIRIO
Tommaso d’Aquino nella sua Summa Theologiae  ha sviluppato una riflessione teologica sul martirio molto interessante. Considera il martirio come “l’effusione del proprio sangue per Cristo”   e “la giusta resistenza alle sofferenze inflitte ingiustamente”  . Queste affermazioni implicano che queste ingiuste sofferenze non sono solo qualcosa che viene imposto alla persona, ma che sono allo stesso tempo accettate “per Cristo” dalla persona stessa. Per questo egli afferma che il merito del martirio sta “nella volontaria resistenza alla morte, cioè nel fatto che una persona soffra volontariamente essendo messa a morte”  . Tommaso d’Aquino dice chiaramente che per identificare qualcuno come martire questi deve sopportare la morte, poiché “è proprio del martirio che una persona dia testimonianza della sua fede mostrando per mezzo delle sue azioni che disprezza tutte le cose presenti … Fintanto che un uomo conserva in vita il suo corpo non mostra attraverso l’azione che disprezza tutto ciò che riguarda il corpo”  .
Papa Giovanni Paolo II sottolinea due dimensioni del martirio come testimonianza della fede. Prima di tutto, il martirio testimonia la santità della legge di Dio nella misura in cui afferma l’inviolabilità dell’ordine morale. In secondo luogo, mostra in modo del tutto particolare la dignità di ogni persona umana. “È una dignità che non è mai permesso di svilire o di contrastare, sia pure con buone intenzioni, qualunque siano le difficoltà.” poiché “Il martirio sconfessa come illusorio e falso ogni «significato umano» che si pretendesse di attribuire, pur in condizioni «eccezionali», all'atto in se stesso moralmente cattivo”  .
Tommaso d’Aquino parla del martirio nel suo trattato sulla virtù cardinale della fortezza, poiché “la fortezza rafforza l’uomo nella bontà della virtù” e nel martirio è saldamente rafforzato nella bontà della virtù, infatti è attaccato alla fede e alla giustizia nonostante il pericolo incombente della morte”  .
La stessa parola “martire” significa testimone, perciò il martire è colui che rende testimonianza alla sua fede; le parole di Gesù “nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici”   ci porta a considerare il martirio come la suprema espressione dell’amore per Cristo. Infatti se da una parte San Tommaso considera il martirio come un atto di fortezza, dall’altra lo mette in relazione anche alla fede e all’amore. E’ infatti “collegato alla fede come il fine nel quale si è rafforzati”   e la “carità porta al martirio come la sua prima e principale causa”  . Perciò “tra tutti i possibili atti virtuosi il martirio è la più grande prova della perfezione della carità”  .
LA CAUSA DEL MARTIRIO
È vero che solo la fede può essere l’origine del martirio? Questo è un punto che merita una particolare considerazione, poiché da questo dipende il criterio per decidere se una persona che è stata uccisa per una buona causa può essere considerata un martire. Tommaso d’Aquino dice che “la verità della fede implica non solo una fede interiore ma anche una professione esteriore che viene espressa non solo attraverso le parole con cui si confessa la propria fede ma anche dalle azioni con le quali una persona dimostra che ha fede… Così tutte le azioni virtuose, poiché si riferiscono a Dio, sono professione di fede con le quali noi veniamo a sapere che Dio richiede queste nostre opere e ci ricompensa per esse; in questo modo esse possono essere causa di martirio. Infatti la Chiesa celebra il martirio di Giovanni il Battista che fu messo a morte non per essersi rifiutato di rinnegare la sua fede ma per aver condannato l’adulterio”  .
Egli prosegue: “Una persona viene detta di Cristo non solo perché ha fede in Cristo ma anche perché è spinto ad azioni virtuose dallo Spirito di Cristo… Quindi soffrire da cristiano non è solo soffrire confessando la propria fede attraverso le parole ma anche soffrire facendo qualsiasi buona opera per Cristo”  .
Aveva già affermato che “molti santi martiri con zelo per la fede o per amore fraterno si erano liberamente arresi al martirio”  .
Qui dobbiamo citare il caso di San Massimiliano Kolbe. La Congregazione per le Cause dei Santi ha interpretato il martirio in modo molto restrittivo includendo solo chi è stato ucciso in odium fidei, in odio alla fede cristiana. Per questa ragione quando Massimiliano Kolbe doveva essere beatificato da papa Paolo VI, la Congregazione per le Cause dei Santi stabilì che Kolbe non era un vero martire. Questo fu deciso anche se il papa Paolo VI, nel corso della cerimonia di beatificazione di Kolbe nel 1971, lo chiamò “martire della carità”. Questo termine tuttavia non era riconosciuto dal diritto ecclesiastico, per cui Kolbe non venne chiamato ufficialmente”martire” ma “confessore”. Quando tuttavia papa Giovanni Paolo II decise di canonizzarlo insistette sul fatto che l’odio sistematico e lo sterminio di popoli perpetrato dai nazisti era in realtà odio della fede cristiana. Di conseguenza la morte di Kolbe era uguale ad un martirio.
IL MARTIRIO NEL MONDO ODIERNO
Nell’omelia in occasione della canonizzazione di San Carlo Luanga e dei suoi compagni il 18 ottobre 1964, papa Paolo VI commentò: “Questa è una pagina degna in ogni modo di essere annovarata negli annali dell’Africa come ai primi tempi che noi, vivendo in questa epoca ed essendo uomini di poca fede, non avremmo mai pensato che si potesse ripetere”. Papa Giovanni Paolo II affermò che il martirio cristiano “ha sempre accompagnato e continua ad accompagnare la vita della Chiesa anche oggi”  . Fece questa affermazione il 6 agosto 1993, molto prima della nascita dell’ISIS e di altri movimenti anti-cristiani che sono emersi nei passati decenni.
In un suo discorso il papa Paolo VI pose la domanda: “Di cosa ha bisogno la Chiesa oggi?” , alla quale rispose: “Ha bisogno di uomini che abbiano la virtù della fortezza”. San Paolo aveva già messo in guardia i cristiani di Roma: “Non conformatevi a questo mondo”  , il che significa che la vita cristiana implica sempre una lotta contro una mentalità mondana. La “preghiera sacerdotale” di Gesù mostra chiaramente il contrasto tra lo spirito del “mondo” e lo spirito dei suoi discepoli :  “Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi…Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.”  .
Nella società contemporanea il martirio acquista un’importanza ancora più grande e particolare. In un mondo che è lacerato da una mentalità secolarizzata, il martirio dice che ci esistono dei valori che valgono il sacrificio della propria vita. Il motivo del sacrificio di se stessi per i martiri cristiani, cioè l’amore per Cristo e per la verità, li distingue in maniera radicale dai kamikaze del fondamentalismo musulmano che scelgono il suicidio per vendetta contro coloro che sono diversi.
Inoltre, la società odierna è indottrinata da una nuova cultura, quella dei mass media. Come ha affermato il vescovo Crispian Hollis: “Siamo immessi in un mondo finto di fiction e storie d’amore in cui si ottiene gratificazione immediata e senza sforzo; siamo circuiti in un mondo di sesso e violenza che lascia la sua impronta diabolica su vite umane infragilite”  .  I mass media propongono nuovi modelli. Non sono più quelli di santi, grandi pensatori, eroi. Sono star cinematografiche e giovani del “Grande Fratello”, i ragazzi e le ragazze più attraenti. Nell’onorare i martiri la Chiesa va contro corrente rispetto a questo nuovo modo di pensare. Ci dice che ci sono veri modelli di vita, persone che hanno cercato la verità, hanno vissuto per la verità e sono addirittura morte per la verità.
Cito di nuovo papa Giovanni Paolo II: “La Chiesa propone l'esempio di numerosi santi e sante, che hanno testimoniato e difeso la verità morale fino al martirio o hanno preferito la morte ad un solo peccato mortale. Elevandoli all'onore degli altari, la Chiesa ha canonizzato la loro testimonianza e dichiarato vero il loro giudizio, secondo cui l'amore di Dio implica obbligatoriamente il rispetto dei suoi comandamenti, anche nelle circostanze più gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l'intenzione di salvare la propria vita.” .
I MARTIRI ALBANESI
In Albania i cattolici e gli ortodossi onorano il primo martire albanese, San Asti, vescovo di Durrës, che fu torturato fino alla morte verso la fine del primo secolo o l’inizio del secondo. Tuttavia in questo contesto mi riferirò a coloro che hanno sono stati martirizzati sotto il regime comunista di Enver Hoxha.
Enver Hoxha, uno stalinista paranoico, impose una forma speciale di comunismo, nel senso che non era un comunismo ateo ma piuttosto anti-teistico. Un libro interessante in francese sulla persecuzione della Chiesa cattolica durante il suo regime è Ils ont voulu tuer Dieu, tradotto in italiano col titolo Hanno voluto uccidere Dio. Il titolo stesso ci dice molto sul comunismo anti-teistico di Hoxha.
Hoxha mostrava un odio speciale verso i cattolici. Per chiarire i suoi pregiudizi sui cattolici penso sia utile leggervi un brano da un suo discorso alla Conferenza di Peza nel 1984: “I preti cattolici … erano uomini senza una patria che dipendevano dal Vaticano anche per le cose più insignificanti. Il loro reddito, il loro salario e qualsiasi altra entrata viene dal loro saccheggio dei fedeli sotto forma di donazioni o addirittura obbligando i fedeli a lasciare il loro patrimonio mobile e immobile alla Chiesa. Tutto il clero della Chiesa cattolica … sarebbe formato da persone istruite che hanno frequentato scuole teologiche sottoponendosi a ferrea disciplina, dove hanno appreso i metodi e le astuzie per sopprimere la volontà del popolo attraverso la paura di Dio… La Chiesa cattolica e il suo clero sarebbero estremamente oscurantiste e conservatrici… sempre in alleanza … con tutti gli occupanti stranieri dell’Albania, inclusi gli austro-ungarici, i fascisti italiani e i nazisti tedeschi… i preti anziani sarebbero spie al servizio del Vaticano e dell’occupante italiano”   .
Attualmente si sta svolgendo il processo di beatificazione di 40 martiri albanesi, tutti tranne due uccisi sotto il regime comunista. Erano tutti preti (o chierici), con l’eccezione di una giovane donna di 22 anni, Maria Tuci, uccisa barbaramente perché era una catechista. E’ stata fatta una selezione molto attenta e rigida nella scelta di questi 40 martiri. In realtà i preti uccisi durante il regime sono stati molti di più di 38, ma la Conferenza Episcopale ha voluto essere sicura che le vittime fossero dei veri martiri, uccisi “per Cristo”. Per questo motivo, dalla lista dei martiri sono stati esclusi quelli che furono perseguiti per le loro simpatie politiche, ad esempio i simpatizzanti fascisti; quindi per ragioni che esulano dalla fede cristiana.
Il primo della lista dei martiri è Vinçenc Prendushi, l’ultimo vescovo di Durrës. Morì in prigione, ma non fu ucciso. Ho già citato San Tommaso che affermava “la perfetta nozione di martirio richiede che un uomo sopporti la morte a causa di Cristo”. Tuttavia, riferendosi al papa San Marcello che morì in prigione, replica: “la fortezza riguarda innanzitutto il pericolo di morte, e quindi altri pericoli; per questo una persona non è chiamata martire semplicemente per aver patito la prigione o l’esilio , o la perdita dei propri beni, a meno che questi non abbiano come risultato la morte”  . Tale era il caso di Vinçenc Prendushi. Fu accusato di essere “nemico del popolo”, “reazionario” e “spia del Vaticano”, e venne condannato a vent’anni di prigione durante i quali fu torturato, schernito e umiliato in mille modi diversi, tanto da causarne la morte.  Per queste ragioni è stato annoverato tra i martiri.
Vorrei concludere il mio intervento citando di nuovo papa Giovanni Paolo II: “La fedeltà alla legge santa di Dio, testimoniata con la morte, è annuncio solenne e impegno missionario usque ad sanguinem perché lo splendore della verità morale non sia offuscato nel costume e nella mentalità delle persone e della società. Una simile testimonianza offre un contributo di straordinario valore perché, non solo nella società civile ma anche all'interno delle stesse comunità ecclesiali, non si precipiti nella crisi più pericolosa che può affliggere l'uomo: la confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire e conservare l'ordine morale dei singoli e delle comunità. I martiri, e più ampiamente tutti i santi nella Chiesa, con l'esempio eloquente e affascinante di una vita totalmente trasfigurata dallo splendore della verità morale, illuminano ogni epoca della storia risvegliandone il senso morale. Dando piena testimonianza al bene, essi sono un vivente rimprovero a quanti trasgrediscono la legge “ .
 

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