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03/12/2016
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7 Settembre 2015 16:30 | Universita' Politecnico di Tirana

Intervento di Ambrogio Spreafico



Ambrogio Spreafico


Vescovo, presidente Commissione Ecumenismo e Dialogo CEI, Italia

Il valore della gratuità in un tempo di crisi

Dono e mercato? - si è chiesto Serge Latouche, analista del modello di sviluppo del nostro tempo, non escludendo una coesistenza tra i due principi. Eppure la logica del dono sembra invece essere sbalzata via da quella di un mercato che muta le sue regole secondo logiche esclusiviste ed interne. Fino alla crisi, come abbiamo visto. Ma abbiamo imparato la lezione?
Nel nostro tempo si è sviluppata quella che Andrea Riccardi ha definito la dittatura del materialismo. Non si tratta di un materialismo ideologico ma di un diffuso costume sociale. Non c’è costrizione, né una contro-verità flagrante a cui opporsi. Si tratta di una dittatura senza dittatore, a cui è difficile sottrarsi. Si discute solo di economia. Tutto si compra e tutto si vende. La cultura umanistica sembra sulla via di scomparire. Sembra che il futuro del mondo sia legato a quello delle banche, della finanza. Anche le paure dell’uomo sono legate a questi temi. La situazione attuale è contraddittoria: si invocano i valori ma non si crede possibile cambiare modello. C’è una diffusa paura dell’insicurezza ma si produce precariato. La questione del lavoro resta centrale perché riguarda l’uomo e la tenuta del tessuto sociale. Ma l’economia di oggi non sembra in grado di garantire un diritto così fondamentale. Così la paura non fa altro che aumentare.
Tali sensazioni pervadono l’uomo e la donna odierni fin nella loro vita quotidiana: si vorrebbe vivere per sempre ma si teme l’invecchiamento più di ogni altra cosa, con il risultato di augurarsi una vita breve! Viene esaltata la bellezza esteriore ma si distrugge la natura! Un mondo forte scientificamente e tecnologicamente ma uomini fragilissimi psicologicamente… ci si vanta di essere moderni ma si teme il futuro!
Tutto ciò è vero anche nel mondo povero. La dittatura del materialismo si sente anche in Africa, dove le occasioni di lavoro e le risorse sono minori. Davanti al denaro, alla logica del profitto, gli altri valori -quelli umani, familiari, immateriali- perdono la loro attrattiva. Questo lo si può riscontrare in tutto il mondo globalizzato. Basterebbe pensare all’Asia e alla vita dura di lavoro che il mondo della produzione asiatica esige. Si potrebbe dire vite senza domenica. Oggi la vita di milioni di esistenze, al Nord ricco e al Sud povero, si piega, per necessità, per timore di perdere un’opportunità, a tale dittatura del materialismo a cui è difficile sfuggire.

La gratuità

Questo vivere per sé consiglia di non sprecare le proprie energie nel gratuito. Così l’umano, il gratuito, il familiare, le stesse tradizioni migliori di una cultura... si dissolvono. La crisi della famiglia nasce da qui: cosa c’è di più gratuito se non il mondo familiare dove tutto è dato senza contraccambio? O almeno dovrebbe? Ma oggi ciò che conta sembra essere soprattutto l’individuo. Qui si pone anche la crisi del sociale in senso largo. Tutte le dimensioni largamente collettive sono disprezzate. Al massimo conta solo il gruppo di appartenenza o il locale. Anzi - si dice - pensare al bene di tutti, al bene comune, rallenta tutta la società. I politici di oggi sono per lo più ostili al concetto di bene comune, percepito come una limitazione.
C’è poi la questione della gratuità collegata agli aiuti umanitari o ai paesi in via di sviluppo. Quante organizzazioni, istituzioni vivono il rapporto con i poveri mediato dal denaro. Sempre più tutto si fa a pagamento, anche la solidarietà può diventare un  business. Noi crediamo alla forza della gratuità che ci lega alle persone e non alle cose, così come siamo convinti che anche con mezzi poveri si possa fare tanto. Mi sembra significativo in questo senso ricordare che soltanto il 6% delle spese della Comunità di Sant’Egidio va per costi di carattere amministrativo, il resto è tutto per i poveri.
La cultura del gratuito invece reintroduce l’umano nel cuore della vita degli uomini e delle donne del nostro tempo. Ridona lo spazio alla pietas e alla percezione di un destino comune. La gratuità risponde all’esigenza di verità, perché rende tutti più vicini, inseriti in una storia comune. Libera l’uomo di oggi dal sentimento di estraneità all’altro, di paura e di diffidenza. Mostra la comunanza di destini e indica un futuro assieme. Emancipa dalla solitudine delle proprie sofferenza (vere o presunte che siano) e crea un sentimento più largo. Ricrea quell’umanesimo di cui abbiamo bisogno, capace interagire con gli altri e con il creato, come esorta a fare Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’ quando parla di “ecologia integrale” e di un nuovo antropocentrismo in dialogo con il mondo e non centrato sull’io dominatore assoluto della storia. Anche la terra è un dono, che va preservato e restituito, e non possesso. 

La Comunità di Sant’Egidio ha voluto fare dell’espressione di Gesù “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”  una realtà della vita quotidiana di tanti suoi membri. L’impegno con i poveri di ciascuno è fondato sulla gratuità, ovunque la Comunità sia diffusa. Questo impegno gratuito suscita domande nelle varie culture dove vive Sant’Egidio, ma è certamente il segno di riconoscimento dei suoi membri. Il problema dei cristiani, di ieri e di oggi, è quello di non comprendere l’importanza della gratuità, che è il fondamento del rapporto tra Dio e i poveri e, quindi, tra i poveri e Gesù. Questa gratuità, che si presenta all’interno di una grande libertà spirituale, spiega la condotta di due donne lodate da Gesù nel Vangelo: la povera vedova nel tempio e Maria, sorella di Lazzaro, a Betania. Esse offrono qualcosa di importante e necessario (due spiccioli, che rappresentano tantissimo per quella vedova, e un olio profumato di trecento denari, che non è poco nel caso di Maria!). Le due donne sono lodate da Gesù con parole forti e convinte che evidenziano la misura larga adoperata da esse, il loro atteggiamento in favore della gratuità, ma allo stesso tempo lo sguardo piccolo e corto dei discepoli, incapaci di usare una misura abbondante. Eppure il discepolo non può fare a meno di tener conto dei poveri. Gesù dice: “i poveri li avrete sempre con voi”.
Anche se, in genere, sono i poveri quelli che ricevono le elemosine, nel caso della povera vedova sono quelli che le offrono. La generosità non va dunque collegata con la ricchezza, con le possibilità di dare, ma con la gratuità, con la volontà di offrire quello che si ha, senza guardare troppo alle proprie possibilità. Un povero può dare, non soltanto chiedere. Quella donna povera ha dato nella gioia, secondo quel “detto” di Gesù raccolto soltanto in Atti 20,35: «Si è più beati nel dare che nel ricevere». Gesù ha capito i sentimenti di quella donna che era povera e non aveva il sostegno di suo marito. La sua povertà non è stata un ostacolo alla generosità. Infatti, benché abbia dato «due spiccioli», in realtà ha dato molto di più, «tutto quello che aveva» (Mc 12,44). E in questo modo è diventata, agli occhi di Gesù, un modello di fede che i discepoli sono invitati a guardare da vicino: la sua grande fiducia nel Dio che protegge i poveri fa di quella donna una ‘anawa, una povera del Signore.
Tutto questo ci porta a un’ultima considerazione: nell’esperienza di Sant’Egidio i maestri della gratuità sono i poveri.
I poveri maestri di gratuità

Spiego perché. In questo tempo dove tutto si commercia, dove tutto è un diritto, dove le logiche economicistiche dominano la vita, dove attaccarsi alle cose sembra la salvezza, dove il denaro tiene un posto sempre più importante, il valore della gratuità sta nel vivere senza sperare sempre di ricevere un contraccambio. Sembra un paradosso, ma non lo è. Innanzitutto perché ci si accorge che abbiamo già ricevuto ben più del contraccambio. Qui entrano i poveri con il loro insegnamento. Essi sembrano non poterci dare nulla in contraccambio rispetto alla nostra attenzione. Non hanno reti importanti in cui inserirci. Non hanno grande cultura. Non sono attraenti per quella povertà che si riflette immediatamente sul fisico o sul vestito. Talvolta sono addirittura disprezzati. Eppure- ed è qui il mistero- chi di noi ha incontrato un povero, ha fatto qualche tratto di strada con lui, si è fermato ad ascoltarlo, ne è divenuto amico, ha ricevuto ciò che non si sarebbe immaginato secondo le logiche correnti di pensiero. E’ stata l’esperienza di Francesco d’Assisi, che dopo l’incontro con il lebbroso, disse che il Signore aveva trasformato in dolce ciò che gli sembrava amaro. Ma ciò può accadere nella vita di tutti noi.
Perché? Perché l’incontro con i poveri libera tante energie di bene e soprattutto ci rende liberi dall’ossessione di dover ricevere sempre qualcosa in cambio. Vedere i poveri fa nascere un grande bisogno di speranza e di visioni del futuro. Insegna un Padre della Chiesa Giovanni Crisostomo, fine umanista: “Se elimini i poveri, elimini la grande speranza della nostra salvezza”. Eliminare i poveri dalla vita, dalla società, difendersi da loro, segna un indubitabile calo di speranza. Nella società l’eliminazione dei poveri causa imbarbarimento e fine della gratuità. Una società senza gratuità è senza umanità. Dalla vicinanza ai poveri sgorga un sentire umanistico. Questo è avvenuto nella storia del cristianesimo con il movimento francescano, che ha umanizzato un tempo duro.

Chi mantiene un legame con i poveri, anche nei momenti confusi, non perde la strada dell’umanità. I poveri sono bussole sicure della cultura dell’umano. Il particolare del povero apre all’universale. I poveri sono la misura dell’universalità. Per essere umana, una vita –anche una politica o una cultura- deve essere dei poveri. Ogni uomo, specie povero, “esprime –dice Gregorio Magno- in modo autentico l’universalità, perché in lui in qualche modo è racchiuso l’universo”.
La nuova sintesi umanistica è un fatto di gratuità, di capacità di mostrare la bellezza, l’umanità, talvolta la poesia di un mondo di poveri. E’ dare voce a chi non ha voce e che ha da dire qualcosa ai ricchi e a quelli che parlano sempre. E’ far sentire la voce dei poveri che vivono con chi è contento di essere loro amico, cioè gli umili. Un umanesimo che sgorga dalla gioiosa e gratuita alleanza tra poveri e umili. Essere amici dei poveri non è un dovere, diventa una gioia. Non è solo un fatto etico, ma diventa creatore di arte, di poesia, di cultura, di senso umano. Un umanesimo amico dei poveri ha in sé un senso di universalità: riguarda tutti, preserva la società intera dall’imbarbarimento. Dobbiamo dare voce ai poveri e all’amicizia con loro: ne scaturisce un messaggio davvero umano e di umanesimo per tutti.
L’uomo e la donna europei spesso sono bloccati da una vita vissuta per se stessi. Per questo conoscono poco la felicità. La felicità non esiste senza generosità. Sì, la felicità non esiste senza generosità. E il nostro mondo del Nord è un mondo con tanti tratti di infelicità. In fondo gli europei hanno paura di perdere qualcosa, il loro mondo, il loro benessere. Lo si vede nei confronti degli immigrati che arrivano sul continente. Non si può solo chiudere. Gli immigrati che arrivano in Europa sono il segno di qualcosa che avviene oltre l’Europa.
Gli europei non hanno solo paura degli altri che vengono da fuori. Hanno paura anche di fronte a chi di loro soffre per malattia, vecchiaia, disabilità. Ecco perché all’inizio di questo mio intervento dicevo che la gratuità è un investimento per le nostre società, a tutte le latitudini. La gratuità umanizza il mondo.
 

#peaceispossible
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