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Ecco i volti e le voci dei profughi siriani fuggiti dalla guerra, oggi in Italia con i #corridoiumanitari

Sono atterrati stamattina a Fiumicino. Con questo gruppo sale a 500 il numero di persone salvate. VIDEO E FOTO

Il libro per preparare il pranzo di Natale con la Comunità di Sant'Egidio è disponibile online in 5 lingue

Da oggi è possibile scaricare gratuitamente la versione digitale del libro "Il pranzo di Natale" in inglese, francese, spagnolo, portoghese, indonesiano.
04/12/2016
Liturgia della domenica

Preghiera ogni giorno


 
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7 Settembre 2009 09:30 | Aula del Collegium Maius UJ

Contributo



Mario Marazziti


Deputato, Presidente della Commissione Affari Sociali, Italia

Popoli belli e Popoli "brutti"

"Tutti i popoli sono buoni", diceva nel 1968 un grande uomo del Novecento, il patriarca Athenagoras. Che non era un ingenuo, o un "buonista", come si dice oggi quasi sempre con disprezzo. Aveva conosciuto le guerre balcaniche e la grande tragedia mondiale, europea e mondiale. Sapeva bene il dolore che si accompagna sempre alle grandi trasformazioni del Novecento, mentre il mondo plurale del Medio Oriente acquistava una fisionomia diversa, la fine di Istanbul levantina e cosmopolita, la tragedia armena, gli scontri e le pulizie di confine di un mondo senza più l’ombrello dei Grandi Imperi multinazionali.
Oggi queste parole sembrano contraddette dai comportamenti quotidiani e dalle parole d’ordine. Per la prima volta al parlamento europeo sono saliti oltre cento deputati che provengono da formazioni politiche che predicano la "purezza" nazionale, e che raccolgono consensi quando utilizzano parole d’ordine che tendono a descrivere l’altro, per dialetto, lingua, origine, immigrato o nato accanto, come un potenziale nemico.

415 immigrati sono scomparsi nel Canale di Sicilia dall’inizio dell’anno e lo scorso anno 1274. Più di 14 mila da quando se ne tiene il conto. E per ogni persona scomparsa, ma il cui corpo è stato ritrovato, se ne calcolano tre mai ritrovati. Sono scenari inumani e terribili, il risultato di un combinato disposto di molti elementi e di una cultura. La cultura che dice: "non qui, per favore, non qui vicino a me", quando è gentile.

Siamo qui per ragionare insieme della società del convivere: una necessità, una ovvietà, che il XXI secolo sembra volere mettere radicalmente in discussione. La globalizzazione era ed è una chance. Libera circolazione di capitali, ma non di capitale umano. E la globalizzazione ha vissuto la sua fase adolescenziale sotto il segno dello scontro, di civiltà, di religione, di culture, alla fine di persone. Ma siamo alla fase infantile della globalizzazione e dobbiamo aiutarla ad evolvere.

Dicevo: molte le cause delle vittime del reato di speranza, degli scomparsi nel deserto o nel Mediterraneo, per guardare solo all’Europa - anche se sappiamo che è un fenomeno mondiale, quello delle migrazioni. Con più di 200 milioni di migranti e 30 milioni soltanto nell’Europa a 27 nazioni. Sull’immigrazione si scaricano, come sul collo stretto di un imbuto, tutte le contraddizioni del nostro tempo. Lo squilibrio Nord-Sud e distanze immense nella speranza di vita e nella qualità di vita, nelle opportunità di lavoro: anche in temi di crescente disoccupazione nel mondo avanzato e di una uscita dalla crisi economica che si preannuncia senza crescita immediata di posti di lavoro. Le guerre e gli scontri etnici: se si guarda alle popolazioni dei boat people di oggi, quelle rispedite oggi senza guardare alle identità individuali, i dati italiani ci dicono che una larga maggioranza fa richiesta di asilo e dello status di rifugiato e che nel 50 per cento dei casi, in passato è stata accolta: somali, eritrei, irakeni, afgani, guerre africane, famiglie  e bambini. L’investimento nel futuro degli strati migliori della società di paesi a rischio, a certezza di assenza di lavoro e mobilità sociale, o dove il diritto umano alle cure o all’acqua pulita, o all’acqua tout court, o a riserve alimentari certe in tempi di depauperamento del suolo e di grandi movimenti dei prezzi alimentari...potrei continuare. Se c’è una cosa chiara è che è impensabile affrontare un fatto epocale, come quello delle migrazioni, con accordi bilaterali e con politiche di chiusura e rubinetti chiusi. Si aumentano solo le difficoltà, si rendono più difficili le rotte, il costo e il costo umano, il numero delle vittime. Senza guadagni per la sicurezza.

E’ solo un aspetto. La città europea, rispetto al resto del mondo, si distingue ancora per l’esistenza della piazza, della cattedrale, di fronte ai palazzi del potere pubblico. La piazza come luogo del confronto, delle chiacchiere, dell’incontro, un antidoto a una società frammentata e all’isolamento. Elemento organico di democrazia e di controllo popolare del potere, ma anche luogo di amicizia, di scambio commerciale e umano. E’ una delle radici della sicurezza. Ma anche le città europee stanno perdendo la loro identità di città miste e tendono ad assomigliare a una salad bowl. Insalata dove gli ingredienti non si mischiano, ma stanno affiancati e, al massimo si sporcano al contatto con l’altro. I fenomeni di mercato tendono a favorire l’espulsione degli anziani dalle vecchie case, per riallineare l’occupazione degli spazi in termini di capacità di reddito e di reti parallele. Crescono così quartieri dove il mall precede la chiesa e gli spazi pubblici, precede la scuola e gli spazi di incontro. Dove il mall diventa parco tematico della vita quotidiana, il luogo di lavoro lontano il luogo dell’investimento affettivo e il week end la ragione d’essere. Difficile promuovere una vita sicura, senza paura, quando ci sono strade senza negozi, incroci senza piazze, quartieri di anziani e quartieri per nazionalità, e sparisce la società mista e meticcia, di età, di provenienze, di dialetti, di lingue, che ha fatto l’Europa e l’Italia.

La sicurezza si crea producendo contiguità, intreccio, amicizia, conoscenza. Non è raggiungibile con tutte le telecamere del mondo, se non c’è vita, comunicazione e la rappresentazione dell’altro è quella del nemico, se una società spaventata non investe in scuola e in educazione ma in carceri.

La dimensione religiosa del fenomeno migratorio: alcuni dati su cui riflettere.

Secondo i dati delle Nazioni Unite i migranti nel mondo sono circa 200 milioni. In Europa, nella sua suddivisione geografica e non politica, sono 64 milioni1. Le più numerose diaspore di migranti riguardano i cinesi ( 35 milioni), gli indiani ( 20 milioni) e i filippini (7 milioni). Prevalentemente asiatici.
Il movimento migratorio porta con sé non solo uno spostamento di segmenti di popolazione. Spesso si riduce tutto ad un problema statistico, di numeri, ma le persone non sono numeri o problemi e ci sono degli aspetti delicati da considerare.
La sfida dell’accoglienza per i paesi ospitanti non si riduce solo a creare qualche posto letto, servizi sociali o alloggi in più, che in ogni caso andrebbero previsti . C’e sicuramente una dimensione organizzativa dell’accoglienza, ma c’è anche una "dimensione religiosa" da capire,  da rispettare e innanzitutto da conoscere, importante quanto la cultura, la lingua, la domanda di integrazione, la fame di futuro che i migranti portano nel loro povero e ricco bagaglio.
Mi vorrei soffermare su questo aspetto perché in genere non è considerato, se non in tono polemico, per teorizzare la maggiore o minore possibilità di integrazione dei diversi gruppi di immigrati. Alcuni paesi, tra questi l’Italia, che per secoli hanno visto la presenza dominante di un’unica religione, o confessione cristiana, negli ultimi 30 anni hanno visto una impressionante e rapido cambiamento di prospettiva con la compresenza e la pluralità nei propri confini di differenti credi religiosi e confessioni cristiane. Basti pensare all’Italia dove fino alla fine degli anni ‘70 erano presenti di fatto solo due grandi religioni: i cristiani  - con la quasi totalità di cattolici, fatta eccezione per una piccola minoranza di protestanti - e gli ebrei italiani che contavano  circa 35.000 persone.
Oggi il panorama religioso italiano è profondamente mutato grazie all’arrivo e la permanenza dei cittadini stranieri. Tra i migranti, i cristiani - e non i musulmani-  sono la maggioranza e solo gli ortodossi alla fine del 2007 erano oltre 1.200.000 sul totale di 3 milioni e mezzo di stranieri regolari, cioè a dire più di un terzo.
Complessivamente i cristiani "stranieri", comprendendo cattolici, ortodossi e protestanti erano alla stessa data 2.077.080. Non va sottovalutata anche la presenza delle sette e la loro azione è molto agguerrita tra le comunità di immigrati. L’islam è divenuta la seconda religione del paese, i musulmani sempre alla fine del 2007 erano poco più di un milione, a seguire troviamo circa di 150.000 buddisti, diecimila sikhs e intorno a 80.000 induisti. Per gli ebrei possiamo parlare di una emigrazione di transito tra i migranti, molti ebrei dell’est europeo, russi, che sono passati per l’Italia con lo scopo di raggiungere gli Stati Uniti o Israele. I falasha, gli ebrei etiopici, hanno transitato velocemente sul territorio italiano. Oggi gli ebrei in Italia sono 30.000 persone3.
Nel resto dell’Europa la situazione non si discosta molto, e al contrario di quanto alcune notizie giornalistiche riportano, nel 2006 -ultimo dato disponibile- solo il 9,3 % dei nuovi ingressi di migranti nei paesi dell’Unione Europea era costituito da musulmani.4 La maggior parte dei migranti invece proviene dai paesi dell’Unione Europea ( romeni e polacchi) e altri da paesi dell’Est Europeo (Ucraina, Moldavia, Albania etc). Per completare il quadro è giusto ricordare come nel contesto europeo alcuni paesi di vecchia immigrazione, Francia, Germania, Regno Unito, vedono delle consolidate e consistenti comunità di cittadini musulmani di origine straniera. Si pensi ai turchi in Germania, ai marocchini e algerini in Francia, e ai pakistani e asiatici in Gran Bretagna.
Sulla presenza dei musulmani, è opportuno fare le dovute precisazioni perché non stiamo parlando di un mondo monolitico, al contrario. Si tratta di decine e decine di "mondi" musulmani: Hararici, Oromo, Magrebini, le diverse confraternite senegalesi, i Pakistani, i siriani, i bangladesh… Mi fermo solo per ragioni di tempo, per dire la pluralità di un mondo che solo uno sguardo superficiale può considerare omogeneo. Uno degli aspetti significativi dell’esperienza della Comunità di Sant’Egidio è stata l’ospitalità per le feste religiose delle comunità straniere. Ricordo quando si trattava di ospitare la festa per la fine del Ramadan e da subito comprendemmo che non si poteva immaginare "una" festa. Per gli etiopici, per dire solo una delle nazionalità,  significava fare ben tre feste diverse, non era ipotizzabile mettere insieme gli Oromo con gli Hararici o  gli Affar. Figuriamoci le differenze con i musulmani asiatici.
Non è ovviamente un problema di temperamento religioso: basta pensare alla distanza esistente in Belgio tra un cattolico fiammingo e uno vallone.
Non vanno poi dimenticate le comunità religiose asiatiche dei sik, o gli induisti, i buddisti,  e, restando nell’ambito della fede cristiana, i  pentecostali.
La domanda  religiosa merita attenzione e rispetto accanto ad altri aspetti della vita degli immigrati. La domanda religiosa accompagna la vita dei cittadini stranieri dall’inizio del percorso migratorio. Spesso in una esistenza fatta di precarietà assoluta, e in un quotidiano vissuto sulla strada perché non c’è la casa, non è raro incontrare nel cuore delle baraccopoli che nascono  ai margini delle città un luogo  di preghiera pulito e curato che può essere una piccola moschea, o un tempio sikh, dove il rispetto per il luogo fisico denota un’attenzione particolare alla dimensione religiosa.   Non solo un dato di arredo urbano, che in un tempo di diffidenza può suscitare persino preoccupazione. Al contrario, occorre riflettere sul fatto che i patrimoni religiosi sono universi culturali e di valore che verosimilmente costituiscono una rete di riferimento e di comportamenti alternativa allo spaesamento assoluto e all’infragilimento, fino alla possibile devianza, di masse di immigrati che vivono in maniera prolungata nella marginalità assoluta, più esposti al peggio della società dei consumi e alla zona grigia dei comportamenti "amorali".

Il lavoro dell’Arca di Noè

L’arte del convivere - titolo di un bellissimo libretto di Andrea Riccardi- deve trovare intelligenza, idee. Benedetto XVI nell’ Enciclica Caritas in Veritate  ha richiamato l’insegnamento d Paolo VI e della Populorum Progressio quando "notava che « il mondo soffre per mancanza di pensiero ». Scrive Papa Benedetto XVI- L'affermazione contiene una constatazione, ma soprattutto un auspicio: serve un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia; l'interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio, affinché l'integrazione avvenga nel segno della solidarietà" Uno slancio che si nutre anche di percorsi comuni di memoria e di incontro.
In questo senso le parole di Giovanni Paolo II a conclusione della Preghiera per la pace ad Assisi nel 1986, necessitano oggi più che mai di essere incarnate. "La pace è un cantiere, peace is a workshop, aperto a tutti e non soltanto agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi". La pace. Perché non deve essere sottaciuto che attorno alle questioni della migrazioni è legato anche il futuro di pace e di serenità delle nostre società. Penso alla conflittualità, alla violenza e alla spinte xenofobe e razziste che aumentano in modo preoccupante in tantissimi paesi del pianeta. La Comunità di Sant’Egidio ha sentito questa responsabilità, che vive tutti i giorni anche nell’azione di movimenti come "Genti di Pace", uomini e donne di culture, lingue e religioni diverse che cercano la pace nella vita quotidiana, che imparano a vivere insieme. Vie ordinarie per vivere insieme e imparare una pedagogia del vivere insieme in un mondo plurale.
Perché, comunque lo si voglia guardare, il mondo è plurale, le nostre città sono plurali. 6,63 milioni di stranieri in Germania nel 2008 - il numero sta diminuendo perché aumentano gli ex-stranieri che diventano tedeschi, e aquistano la nazionalità. Un berlinese su 7 non ha passaporto tedesco, 473.177 persone. A Francoforte uno su 4: il 24,3 per cento della popolazione, 164.163 stranieri che vivono insieme a 510.441 tedeschi.
A Londra il 27 per cento della popolazione è nata al di fuori del Regno Unito, e il 22 per cento sono extracomunitari, a Barcellona il 12,7 per cento: ma sono gli immigrati ad essere stati protagonisti della rinascita del centro storico, con botteghe, ristoranti, attività culturale. A Roma, nel 2007, il 10 per cento della popolazione era non italiana, con forte presenza anche di americani, a Milano il 14,5 per cento. Ed è grazie agli stranieri che Europa e Italia hanno visto un incremento di popolazione. Dal punto di vista italiano, la buona notizia è che dopo anni di popolazione bloccata e in declino in alcune grandi città per il saldo negativo tra nuovi nati e decessi, l’Italia ha superato i 60 milioni di abitanti grazie agli immigrati: il tasso di fecondità delle donne immigrate è 2,5 mentre quello delle donne italiane è di 1,26, secondo il Rapporto annuale Istat del 2007. C’è di che pensare. E aumentano, sempre in Italia, i matrimoni misti, che sono il 14 per cento del totale dei 245.992 matrimoni celebrati nel 2007. Quasi 20 mila sono italiani che sposano donne straniere, da Romania, Ucraina, Brasile e Polonia. Sta insomma nascendo una piccola PolonItalia, che è possibile incontrare sui voli diretti Roma-Cracovia della Lot. Il 14,6 per cento dei nuovi nati in Italia nel 2006 sono figli di genitori stranieri. Una cifra ben superiore alla percentuale di stranieri presenti in Italia. E questi nuovi cittadini pagano le tasse, in percentuale, più degli italiani: 2.259.000 dichiarazioni dei redditi nel 2004 - ora sono senz’altro di più: ormai per quasi due miliardi di euro all’anno di entrate per il fisco, più dell’80 per cento degli stranieri residenti in Italia titolare di una dichiarazione dei redditi e quasi sempre di un conto bancario. Come si può vedere, praticamente quasi l’intero universo degli stranieri regolari è costituito da cittadini che pagano le tasse, cosa che non può essere detta degli italiani di nascita, come è noto. Sempre per restare al caso italiano, che conosco meglio, è attribuibile agli immigrati il 9,1 per cento del PIL italiano, dal 2002 in poi in crescita (ad eccezione dell’ultimo anno) solo grazie al lavoro e al contributo della presenza di immigrati in Italia. Immigrati che sono persone che nell’86 per cento persone con almeno 11 anni di scolarizzazione e che nel 37 per cento dei casi ha un diploma di laurea. Vale a dire: sicuramente la parte più alta e scolarizzata dei rispettivi paesi di provenienza che oggi vive a fianco a noi, mentre si sente dire che "ruba il posto di lavoro", che sono "illetterati", che "favoriscono il lavoro nero" e, naturalmente, che incrementano la criminalità. Penso che in questa circostanza è bene ricordare che messi a confronto i dati relativi ala popolazione italiana e a gli immigrati regolari, il tasso di devianza si avvicina identicamente in entrambi i casi al 6 per cento: non esistono scostamenti di rilievo. Cosa che cambia tra gli immigrati irregolari, costretti alla marginalità e all’irregolarità, e più facilmente preda della microcriminalità. Il problema sicurezza, in sintesi, non dipende dalla nazionalità, ma dalla marginalità. Come dimostrano i dati di inizio secolo, di New York, sugli omicidi. Nel 45 per cento dei casi opera di immigrati italiani, quando rappresentavano solo il 4 per cento dela popolazione, e sempre enormemente più elevati, come incidenza, e di molti multipli, rispetto ad altri gruppi di immigrati (irlandesi, tedeschi, francesi,etc.). Si può intuire quale fosse, nel 1904 l’opinione comune circa il naturale istinto sanguinario e violento degli italiani come sub-specie umana, negli Stati Uniti.

Vivere insieme, non solo destino, ma chance

"Verrà il momento in cui la Chiesa sarà sola a difendere nello stesso tempo l'uomo e la cultura" così diceva Newman, ci sono stati tempi e momenti difficili in cui questo è stato vero. Forse anche nel nostro tempo la voce di credenti, non solo cattolici, e proprio su questi temi, è restata a volte isolata a difendere l’uomo e la cultura: un’arca di speranza e di umanità in un mare agitato.
Credo allora si possano indicare alcuni punti su cui sviluppare un lavoro comune.

Costruire l’Europa come un laboratorio di convivenza pacifica tra le religioni.

Andrea Riccardi nella sua riflessione sul convivere e sulla  sfida del vivere insieme delinea un forte ruolo dell’Europa: "un’Europa segnata dalla stratificazione culturale e dallo scambio, - cito-  non può essere un continente di uomini e donne svuotati. Esistono radici spirituali e umanistiche da cui prendere orientamento per una identità profonda(…) "Nel clima spirituale europeo sono maturati il senso forte della pace, la pietas verso la vita e il valore della vita umana. (…) Bisogna negoziare e allargare un patto per vivere insieme con altri che non sono del tutto estranei. L’Europa può avere un ruolo importante in questo processo."
Un grande  lavoro culturale per fare conoscere e avvicinare le diverse tradizioni religiose, per sconfiggere l’ignoranza. Un lavoro che inizia dal vocabolario, che in Italia utilizza ormai soltanto la parola "clandestini" al posto di immigrati, stranieri, extracomunitari, richiedenti asilo, rifugiati, profughi, apolidi, e così via. Analogamente con un lavoro, laico, di raffreddamento degli animi, con un approccio razionale e semplice all’evidenza che l’Italia non è un paese sotto emergenza sicurezza, anche se ci sono fenomeni di deterioramento nella convivenza civile e nel clima sociale. Visto che il tasso di furti in appartamento è in calo dal 35 al 65 per cento anche nel Nord Est, da anni, e è il 300 per cento in meno di grandi capitali come Londra. E visto che il tasso di omicidi in Italia si è sempre tenuto dal 10 al 20 per cento più basso che nel resto d’Europa.
La memoria dell’olocausto da condividere al di fuori dei circoli ebraici, nei canali educativi e di formazione dell’opinione pubblica ordinaria.

La memoria dei morti in mare.

Una memoria cristiana ecumenica che unisce i credenti, e che accompagna davanti al Signore chi ha visto rubare la propria vita e speranza da una morte profondamente ingiusta e che implora di salvare il mondo ricco dalla disumanità e dall’indifferenza, dall’abisso tra sé e i poveri che il ricco Epulone della parabola evangelica ostinatamente non si preoccupa di colmare, che lo allontana dal povero Lazzaro ma anche che lo condanna ad un futuro di tormenti.


L’ospitalità per le  feste religiose delle diverse confessioni e religioni.
La solidarietà reciproca nelle emergenze e nell’affronto dei problemi sociali: dall’AIDS, allo tsunami, all’emergenza educativa, al sostegno a homeless e migranti.
La solidarietà e l’amore per i poveri come terreno comune per aiutare chi è più in difficoltà

Le parole di Paolo VI, pronunciate nel 1964, credo che possano anche oggi rappresentare un punto di riferimento per il nostro essere cristiani in questo mondo bello e contraddittorio: "Oggi la fratellanza s’impone; l’amicizia è il principio d’ogni moderna convivenza umana. Invece di vedere nel nostro simile l’estraneo, il rivale, l’antipatico, l’avversario, il nemico, dobbiamo abituarci a vedere l’uomo, che vuol dire un essere pari al nostro, degno di rispetto, di stima di assistenza, di amore, come a noi stessi (…)che i confini dell’amore si allarghino.". E’ la via pragmatica dell’intelligenza dell’amore.



 


Cracovia 2009

Il saluto di papa Benedetto XVI all'Angelus


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04/12/2016
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