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03/12/2016
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7 Settembre 2009 09:30 | Filharmonia Krakowska

Contributo



Serafim


Metropolita ortodosso, Patriarcato di Romania

Metropolita Serafim

Il pensiero e la profezia: l’eredità di papa Giovanni Paolo II vista da un cristiano ortodosso


Vorrei cominciare questa testimonianza sul beato Papa Giovanni Paolo II ringraziando la Comunità di Sant’Egidio per l’invito a questo grande incontro che ha luogo qui, nella terra natale di Giovanni Paolo II e nella città nella quale è stato arcivescovo per molti anni. È un privilegio, una benedizione direi, per noi che veniamo da altri Paesi ritrovarci nella città di Giovanni Paolo II, quest’uomo di Dio che ha lasciato in eredità  a tutta l’umanità, attraverso il suo esempio personale, i suoi scritti e le sue esortazioni, di vivere nel rispetto di ogni persona umana, nella propria identità, attraverso l’appartenenza a una razza, a un popolo, a una religione o confessione religiosa, a una cultura o a delle tradizioni specifiche…

In quanto cristiano, Giovanni Paolo II fondava la sua concezione dell’uomo sul mistero biblico del Dio trinitario: uno nella sua natura profonda, impenetrabile e inconoscibile, e tre (trino) nelle persone. In Dio coesistono dunque l’unità assoluta e la diversità assoluta. E anche sul mistero dell’umanità creata a immagine e a somiglianza di Dio. Due misteri che non si devono mai separare. Così ogni essere umano è distinto da tutti gli altri e allo stesso tempo è unito a tutti gli altri.

Questo vuol dire che le differenze tra gli esseri umani sono legittime, appartengono alla loro stessa natura e non distruggono la loro unità profonda fondata in Dio stesso. I malintesi, le dispute, le tensioni e le guerre, che nascono a causa della mancanza di rispetto per la differenza dell’altro, disturbano l’unità del mondo e fanno soffrire, spesso tragicamente, coloro che vi sono impegnati. Tuttavia, non possono distruggere totalmente l’unità tra gli esseri umani. Rimane sempre qualcosa di questa unità. E tutto può ricostruirsi attraverso un impegno fondato sul rispetto dell’altro, sul perdono e sull’amore che non hanno limiti e che rendono nuova ogni cosa. Ecco perché il papa Giovanni Paolo II è stato un vero profeta di pace e di unità tra gli uomini.

Spirito slavo, mistico per natura, segnato nella sua giovinezza dalla resistenza alle dittature: di destra, nazista, e di sinistra, comunista, Giovanni Paolo II, durante il suo pontificato, ha saputo legare bene il patriottismo polacco con lo spirito di apertura mondiale diventando “Pastore di popoli” (titolo di un articolo apparso sul giornale tedesco “Süddeutsche Zeitung”, aprile 2005).

Ho la profonda convinzione che Dio ha fatto di questo papa un profeta della pace, innanzitutto poiché ha contribuito come nessun altro alla caduta del più inumano sistema politico che il mondo ha conosciuto nella sua storia: il comunismo ateo. Anche se fattori economici e sociologici hanno contribuito al crollo del comunismo, l’apporto del papa è “una conferma indiscutibile dell’importanza del ruolo della personalità e dello spirito nella creazione della storia” (N. Stroescu).
Dalla sua elezione come vescovo di Roma e papa della Chiesa Cattolica, nel suo paese si risvegliò lo spirito di emancipazione dall’ideologia e dall’imperialismo comunista. Subito dopo la sua prima visita in Polonia (1979) apparve il sindacato “Solidarnosc” e lo sciopero di Danzica aprì la strada in ascesa  della liberazione dal comunismo nell’Europa Centrale e dell’Est.

La caduta del comunismo ateo ha ridato a milioni di persone la dignità umana fondata sulla libertà e sulla religione. Politologi, come il tedesco Gustav Seibt vedevano già nell’elezione del papa nel 1978 il segno di un primo distacco dal secolarismo dell’epoca delle rivoluzioni europee e il ritorno della religione nella politica mondiale.

Il papa non ha cessato di condannare la guerra (“ogni guerra, diceva, è una sconfitta dell’uomo stesso”) e di farsi mediatore nei conflitti attraverso il mondo. “Pregò in ginocchio”i protestanti e i cattolici Irlandesi, impegnati da lungo tempo in un conflitto spesso sanguinoso, di interrompere ogni ostilità e di riconciliarsi in nome di Dio.

In occasione della sua storica visita a Bucarest, il papa pose la sua firma, insieme al patriarca Teoctis, a un documento che condannava la guerra contro la Jugoslavia: “noi esortiamo tutte le parti presenti a fare dei gesti profetici per una nuova arte di vivere nei Balcani”. Si oppose senza riserve allo scatenamento della guerra in Iraq.  Ha mostrato senza esitazione e senza equivoci ai musulmani che il mondo cristiano non vuole e non concepisce una guerra contro l’Islam. Con le sue visite alla sinagoga di Roma e a Gerusalemme, il Papa ha aperto una nuova pagina nella storia delle relazioni  tra il cattolicesimo e l’ebraismo.

E siccome la guerra ha spesso tra le cause la povertà, il beato Papa si è fatto costantemente avvocato dei poveri. Ha condannato senza riserve il Nord prospero che si arricchisce a detrimento del Sud povero e ha esortato alla condivisione dei beni materiali.

Il papa - che ha conosciuto in Polonia l’ateismo di Stato e in occidente l’ateismo privato nato dall’indifferenza religiosa e dall’imperativo cieco edonista di una società materialista – ha dovuto reagire con una sensibilità acuta alla crisi di senso caratteristica dell’uomo moderno, allontanata dalla fede. Così si spiega la sua preoccupazione permanente di aiutare  gli uomini a riscoprire il senso della vita e la fiducia in Dio.
Nello stesso tempo, Giovanni Paolo II era profondamente ferito dalla divisione dei cristiani e, a livello delle religioni, dal fatto che sono spesso causa di conflitti etnici o interetnici, invece di essere fonte di pace e benedizione per le nazioni. È per questo che il papa, fin dall’inizio del suo pontificato, si è  fatto pellegrino di pace attraverso il mondo. In più di 100 pellegrinaggi su scala planetaria il suo messaggio di fede, di fiducia e di pace ha toccato i cuori di milioni di persone delle più diverse culture.

Giovanni Paolo II è stato cosciente, come pochi lo sono, che i cristiani devono affrontare insieme il flagello della secolarizzazione che tende a globalizzarsi… È per questo che lo sforzo per il riavvicinamento dei cristiani in vista della loro unità, voluta da Cristo, è stata una delle priorità del suo pontificato. Consapevole che il papato, così come si è sviluppato nel secondo millennio, rappresenta una causa importante di divisione tra i cristiani, lanciò l’invito ai rappresentanti di tutte le confessioni a discutere insieme di questa questione così controversa. Questo invito resta sempre aperto! Il Papa si sentiva estremamente vicino agli ortodossi. La sua lettera pastorale : “la luce d’Oriente”, così come i suoi viaggi in Romania, in Grecia, in Georgia, in Bulgaria, paesi tradizionalmente ortodossi, ne danno larga testimonianza.
 
Non posso qui nascondere l’esperienza del popolo di Dio in Romania, che durante la messa papale in presenza del patriarca Teoctis si mise spontaneamente a urlare : unitate! unitate! Era un grido profetico che i responsabili delle Chiese devono avere sempre a cuore. Questa piena comunione  di tutti i cristiani è la “preghiera – testamento”che il Signore ci ha lasciato in eredità prima della sua Passione: “che tutti siano uno!”(Giovanni 17,21).

Non c’è niente di più bello e di più necessario che vivere l’unità di tutti e di tutto nei nostri cuori purificati dalla preghiera e dall`ascesi. E riprendere questa pace mistica dell’unità intorno a noi secondo l’esempio dei santi.

Convinto che solo l’incontro e il dialogo possano creare, poco a poco, un clima di rispetto reciproco e anche di fiducia tra le religioni, il papa prese questa formidabile iniziativa che doveva sconvolgere la storia religiosa del mondo: invitare i rappresentanti delle religioni per un incontro di dialogo e di preghiera nella città del poverello Francesco d’Assisi che rinnovò la Chiesa proprio attraverso la sua povertà. L’esempio di San Francesco doveva servire a tutti i credenti. E le religioni sono le prime ad aiutare gli uomini a vivere nella pace e nella giustizia. La povertà liberamente accettata, se non scivola nella miseria, può divenire una grande virtù.

Giovanni Paolo II fu un grande visionario e sono contento che la Comunità di Sant’Egidio faccia lo sforzo di sviluppare le sue visioni attraverso l’organizzazione di questi incontri interreligiosi.

Metropolita Serafim


Cracovia 2009

Il saluto di papa Benedetto XVI all'Angelus


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