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05/12/2016
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7 Settembre 2009 09:30 | Aula del Collegium Novum UJ

Intervento



Cornelio Sommaruga


Presidente emerito del Comitato Internazionale della Croce Rossa

Sono tendenzialmente d’accordo con il titolo di questa Tavola Rotonda: la guerra non è il risultato di un succedersi di avvenimenti necessari o inevitabili: la guerra può essere evitata o anche impedita se c’è la volontà politica di farlo.
70 anni dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, non possiamo dimenticare, soprattutto qui in Polonia, le immense ed orribili conseguenze di questo conflitto planetario sulla vita delle nazioni e dei continenti. Ma soprattutto conviene raccogliersi davanti a tutte le vittime civili e militari, decine di milioni, colpite da armi omicide molto sofisticate per l’epoca, ivi comprese le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Noi non dobbiamo solo piangere i morti e i feriti dell’epoca, ma dobbiamo aver compassione anche di tutti i feriti, i rifugiati ed in particolare i prigionieri di guerra e di tutti quelli che hanno sofferto per gli sconvolgimenti politici successivi. Siamo a qualche chilometro da Auschwitz e dobbiamo fare memoria soprattutto di quei sette milioni di vittime della Shoà, ebrei ed altri gruppi di popolazioni, assassinati brutalmente nelle camere a gas da un regime totalitario assolutista senza che tutti quelli che sapevano, anche al di fuori del terzo Reich, siano riusciti ad intervenire per mettere fine a questo sacrilegio.
Dopo il 1945 ci siamo tutti affrettati a dire "Never again". "Mai più", abbiamo ripetuto da oltre 60 anni. Eppure la guerra non è scomparsa e neanche il genocidio. Troppi conflitti sono ancora aperti oggi in diverse parti del mondo. I Media ci danno testimonianza con immagini talvolta orribili di tutti questi avvenimenti che continuano a causare tanti danni e soprattutto vittime. Purtroppo non veniamo a conoscenza di quello che può esserci di positivo in questi conflitti, come il rispetto di molte disposizioni delle Convenzioni di Ginevra e l’azione di protezione e di assistenza umanitaria realizzata da tanti soccorritori volontari.

E ora la mia risposta all’affermazione "la guerra non è un destino". Bisogna far attenzione al significato delle parole che usiamo comunemente. Ci succede per esempio di dire che certe guerre sono insensate, perché sono crudeli, odiose e perché ce ne sfugge il senso e pensiamo che si sarebbero potute trovare delle soluzioni diverse dal ricorso alle armi. Ma vi confesso che i miei 13 anni di CICR (Comitato della Croce Rossa internazionale) mi hanno portato alla conclusione che tutte le guerre non sono senza ragioni: alcune sono più o meno comprensibili e decifrabili. Ma – riconosciamolo – le guerre servono degli interessi (per esempio i produttori e mercanti di armi) ed è triste dover ammettere che alla fine di un conflitto ci sono solo dei perdenti.
I conflitti armati rispondono a delle logiche diverse ma  - al di là delle vittime -  dobbiamo cercare di capire a chi giovano. Altrimenti non possiamo che parlare di situazioni caotiche, di conflitti destrutturati, senza capire completamente in quale contesto ci si muove. Non c’è una chiave di lettura universalmente valida. Ogni conflitto ha una sua specificità, delle origini e delle motivazioni particolari, degli interessi che gli sono propri.

Infine prima di affermare che dopo la fine della guerra fredda si assiste a una moltiplicazione dei conflitti nel mondo pensiamoci due volte. E’ problematico affermare che c’è una recrudescenza dei conflitti armati ed è ancora più difficile quantificarne il numero di vittime. Capisco la delusione di tutti quelli che si aspettavano – dopo la caduta del muro di Berlino – che si instaurasse ovunque la pace e la risoluzione pacifica dei conflitti sotto l’egida delle Nazioni Unite o di organizzazioni regionali. Quanto a quelli che ritengono che la barbarie sia tornata con forza, forse hanno dimenticato completamente il passato. E’ vero che siamo regolarmente testimoni di atti di crudeltà indicibile, ma ricordiamoci che questi hanno accompagnato l’umanità lungo tutta la sua storia. E’ invece vero che la soglia generale di tolleranza di fronte a certe vessazioni si è molto abbassata. Un numero crescente di nostri contemporanei sa quel che succede ai quattro angoli del mondo, cosa che non avveniva fino a qualche decennio fa, sia per una reticenza dell’informazione, sia per la mancanza di una rete informatica diffusa.

Non dimentichiamo che in alcune regioni del mondo, qualsiasi avventuriero con un capitale irrisorio può costituirsi un esercito e diventare un Signore della Guerra. E troverà sempre chi gli fornirà delle armi (per esempio la diaspora del suo paese). Questi eserciti hanno in genere una disciplina molto relativa, non sono mossi da alcuna ideologia particolare e  vivono della violenza come altri del loro lavoro. Per eserciti di questo tipo, spesso composti da persone molto giovani, la guerra non è un mezzo bensì un fine in sé.

Lasciatemi ancora dire che, contrariamente a un’idea molto diffusa, la guerra non è necessariamente un intervento brutale in un processo lineare di sviluppo dell’economia. Essa è spesso la sostituzione di un’economia con un’altra, nello stesso modo in cui crea delle nuove fonti di potere. Quando una economia di guerra si è stabilita, gli elementi che hanno interesse al perdurare di un conflitto di bassa intensità possono essere più forti e influenti di quelli che hanno interesse a mettervi fine.

Per concludere penso che bisogna lavorare costantemente alla prevenzione dei conflitti. In questo contesto dobbiamo pensare che la sicurezza umana passa per :
-    la lotta contro l’estrema povertà di una parte dell’umanità: questa non è solo una tragedia ma uno scandalo.
-    La salvaguardia dell’ambiente, in un momento in cui ci accorgiamo degli importanti cambiamenti climatici, ci chiama a una globalizzazione delle responsabilità, senza ritardi né eccezioni.
-    Il rispetto dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale e umanitario deve tornare ad essere una priorità per i governi e per i capi degli eserciti non statali, si tratta di intensificare l’educazione del personale sanitario e dei combattenti.
-    Molta più attenzione dev’essere data alla gender issue. E’ fondamentale inculcare nella nostra società il rispetto delle donne (madri, spose e figlie) considerando che esse potrebbero essere il miglior veicolo di prevenzione.
E perché non sottolineare l’importanza fondamentale della spiritualità in ogni iniziativa di pace!


Cracovia 2009

Il saluto di papa Benedetto XVI all'Angelus


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